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Gio, 23 Mag 2019
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IL RICICLAGGIO E I SUOI INDICI SINTOMATICI: RICADUTE SUI MODELLI DI ORGANIZZAZIONE E GESTIONE DEGLI ENTI - di Stefano Maria Bortone, Professore Aggregato di Diritto Penale dell’Economia e Avvocato in Roma



1. Premessa
Da molti anni, e a vari livelli - politico, economico, giudiziario e giornalistico - si parla sempre più spesso di riciclaggio, di reimpiego di denaro sporco e delle ricadute disastrose che tali condotte delittuose hanno sull'organizzazione del mercato e sul libero sviluppo dell'economia. L'esigenza di fronteggiare efficacemente tale fenomeno è diventata una delle priorità assolute degli ordinamenti statuali, soprattutto a seguito della definitiva presa di coscienza delle sue strettissime connessioni con la criminalità organizzata . Purtroppo, però, dopo più di trent'anni dall'introduzione del reato di riciclaggio nel nostro codice penale, molti operatori - anche impegnati nella lotta al crimine economico e alla criminalità organizzata - non sempre sono in grado di applicare tale norma in modo corretto ed efficace: ad esempio, uno degli errori più ricorrenti nella prassi è quello di identificare quali autori del delitto di riciclaggio anche coloro che abbiano partecipato, in qualità di concorrenti, alla commissione del c.d. "reato presupposto"; ciò, in palese violazione della norma penale che, appunto, punisce solo chi, "fuori dai casi del concorso nel reato", sostituisce o trasferisce denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non colposo, ovvero compie operazioni in modo da ostacolare l'identificazione della loro provenienza delittuosa. Ai fini dell'integrazione della condotta criminosa è, infatti, essenziale che il riciclatore sia estraneo al fatto illecito - il cui frutto è rappresentato dal denaro o dal bene riciclato - e conosca la provenienza delittuosa di ciò che sostituisce o trasferisce .
Peraltro, com'è ormai noto, con l'attuazione da parte del Governo della direttiva 2005/60/CE concernente la prevenzione dell'utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo, nonché della direttiva 2006/70/CE che ne reca misure di esecuzione, è stato introdotto nella disciplina del d. lgs. 231/2001, l'art. 25 octies, che prevede la responsabilità degli enti per i reati di ricettazione, riciclaggio e impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita di cui agli artt. 648, 648 bis e 648 ter c.p. : ciò significa, in primo luogo, che i sopramenzionati reati implementano la categoria dei reati-presupposto per l'eventuale responsabilità degli enti per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato; in secondo luogo, che gli enti destinatari delle previsioni del d.lgs. 231/2001 devono organizzarsi anche al fine di prevenire la commissione dei reati previsti dagli artt. 648, 648 bis e 648 ter c.p.
Orbene, sotto il profilo della prevenzione, e prima di valutare le ricadute che l'inserimento dei predetti reati può avere nella redazione e nell'aggiornamento dei modelli di organizzazione e gestione aziendale di cui all'art. 6, comma 2, lett. a), d.lgs. 231/2001, è in questa sede opportuno sviluppare un'ulteriore premessa. I dati provenienti dell'esperienza giudiziaria dimostrano che il riciclaggio è un fenomeno di difficile individuazione - e quindi di difficile repressione - proprio perché essi sono relativi ad un ciclo già concluso di movimenti e di passaggi: il denaro è già stato "pulito" ed è quasi impossibile risalire alla sua originaria provenienza illecita . Questi dati, in altre parole, fotografano una situazione di "patologia conclamata" nel percorso illecito di tale denaro. Ecco perché, ancor più dell'intervento ex post, è di fondamentale importanza individuare ex ante – cioè fin dall'origine - un nucleo di operazioni sospette che possano fungere da "spie" di un eventuale fenomeno di provenienza illecita del denaro.

2. Il Provve.....

 

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