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Lun, 20 Nov 2017
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GIURISPRUDENZA

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INDICE ANALITICO
Indice Analitico Giurisprudenza


GIURISPRUDENZA
25 ottobre 2017 (ud. 25 luglio 2017) n. 49056 – sentenza – Corte di Cassazione - sezione VI penale* (nel processo nei confronti dell'ente la commissione del delitto presupposto dovrà essere verificata dal giudice di merito alla stregua della integrale contestazione dell'illecito dipendente da reato formulata nei confronti dell'ente e, pertanto, indipendentemente dalle legittime scelte processuali degli imputati che possano aver precluso la celebrazione del simultaneus processus nei confronti dei responsabili del reato e dell'ente per l'illecito ad esso collegato – la separazione delle posizioni di alcuni degli imputati originari per effetto della scelta di riti alternativi non incide, infatti, in alcun modo sulla originaria contestazione formulata nei confronti dell'ente, né tanto meno riduce l'ambito della cognizione giudiziale – la disciplina del d.lgs. 231 del 2001 è riferita agli enti, sintagma che evoca l'intero spettro dei soggetti di diritto non riconducibili alla persona fisica indipendentemente dal conseguimento o meno della personalità giuridica e dallo scopo lucrativo o meno perseguito dagli stessi – se il presupposto indefettibile per l'applicazione del diritto sanzionatorio degli enti è l'esistenza di un "soggetto di diritto metaindividuale" quale autonomo centro di interessi e di rapporti giuridici, è certamente ascrivibile al novero dei destinatari del d.lgs. n. 231 del 2001 anche la società unipersonale, in quanto soggetto di diritto distinto dalla persona fisica che ne detiene le quote – il fallimento della società non determina l'estinzione dell'illecito previsto dal d.lgs. n. 231 del 2001 o delle sanzioni irrogate a seguito del suo accertamento)
13 settembre 2017 (ud. 22 giugno 2017) n. 41768 - sentenza - Corte di Cassazione sezione VI penale* (il giudice penale competente a conoscere gli illeciti amministrativi dell'ente è il medesimo giudice penale competente per i reati dai quali gli stessi dipendono anche se la sua competenza in relazione a questi ultimi discende dall'applicazione delle regole di connessione - la previsione della separazione dei procedimenti quando l'osservanza delle disposizioni processuali lo rende necessario non può incidere sulle regole in tema di competenza - l'indicazione dell'ente originariamente responsabile è sufficiente ai fini di una compiuta descrizione dell'addebito mentre in relazione agli enti subentranti rileva solo la corretta instaurazione del contraddittorio attraverso una regolare citazione a giudizio contenente le ragioni da cui inferire il titolo di responsabilità - i risultati desumibili dalle intercettazioni di conversazioni o comunicazioni ordinate per il reato presupposto sono comunque utilizzabili anche per accertare la responsabilità dell'ente ed anche se il procedimento relativo a quest'ultimo sia stato formalmente separato per vicende successive - l'utilizzabilità delle intercettazioni non è preclusa dalla posteriorità dell'annotazione del procedimento nei confronti degli enti rispetto al compimento delle operazioni di captazione - la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti dell'ente in quanto atto di contestazione dell'illecito interrompe la prescrizione e ne sospende il decorso dei termini fino al passaggio in giudicato della sentenza che definisce il giudizio - l'estinzione per prescrizione del reato impedisce unicamente all'accusa di procedere alla contestazione dell'illecito amministrativo ma non impedisce invece di portare avanti il procedimento già incardinato - è manifestatamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 22 d.lgs. n. 231 del 2001 per asserito contrasto con gli artt. 3, 24, secondo comma, e 111 Cost., in relazione alla presunta irragionevolezza della disciplina della prescrizione prevista per gli illeciti commessi dall'ente-imputato rispetto a quella prevista per gli imputati-persone fisiche - i modelli aziendali ISO UNI EN ISO 9001 non possono essere ritenuti equivalenti ai modelli richiesti dal d.lgs. n. 231 del 2001 - la regola della prevalenza del rilievo della causa estintiva del reato su quello concernente un vizio di motivazione o una nullità, salvo che non risulti evidente la prova dell'innocenza dell'imputato, resta ferma nei confronti degli imputati persone fisiche anche per le ipotesi in cui i reati dichiarati estinti per prescrizione costituiscano il presupposto della responsabilità amministrativa di un ente a norma del d.lgs. n. 231 del 2001, almeno quando a carico di detti imputati non vi siano statuizioni civili - non è ravvisabile una diversità di interesse giuridicamente apprezzabile a proporre impugnazione agli effetti penali in capo all'imputato persona fisica destinatario di sentenza di prescrizione secondo che la pronuncia attenga o non attenga a reati presupposto per la responsabilità amministrativa di un ente - all'ente dichiarato responsabile non si applichi la regola di cui all'art. 129, comma 2, cod. proc. pen. in caso di prescrizione del reato - la disciplina prevista dall'art. 129, comma 2, cod. proc. pen. è inapplicabile alla persona giuridica in caso di prescrizione del reato che si verifichi dopo la contestazione dell'illecito all'ente e di conseguenza non è precluso all'ente di proporre proprie ed autonome doglianze anche contro le parti della sentenza che affermano la sussistenza del reato presupposto nè alla impugnazione del medesimo potrà opporsi la regola della prevalenza della causa estintiva del reato sul vizio di motivazione o sulla nullità implicanti annullamento con rinvio per nuovo giudizio - l'unico soggetto legittimato ad impugnare il capo della sentenza relativo all'affermazione di responsabilità amministrativa dell'ente è solo quest'ultimo anche quando l'imputato persona fisica autore del reato sia anche rappresentante legale e insieme socio della persona giuridica)
24 febbraio 2017 (ud. 12 gennaio 2017) n. 9132 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione III penale* (reati ambientali - la responsabilità degli amministratori in materia di gestione dei rifiuti deriva non solo dai principi fissati dall'art. 178, d.lgs. n. 152 del 2006, che fa carico a tutti i soggetti a qualsiasi titolo coinvolti nella produzione, distribuzione, utilizzo e consumo di beni da cui originano i rifiuti del dovere di cooperare nella gestione del ciclo dei rifiuti ma più direttamente dal fatto che titolare dell'attività è la persona giuridica da essi rappresentata definita come produttore del prodotto e/o comunque detentore del rifiuto ai sensi dell'art. 183, comma 1, lett. g) e h), d.lgs. n. 152 del 2006 - le dimensioni dell'impresa non costituiscono condizione necessaria per l'esercizio della delega - proprio perché la legge costituisce la persona giuridica direttamente responsabile della gestione del ciclo del rifiuto da essa trattato, per attribuirsi rilevanza penale all'istituto della delega di funzioni, è necessario che a) la delega sia puntuale ed espressa, con esclusione in capo al delegante di poteri residuali di tipo discrezionale; b) il delegato sia tecnicamente idoneo e professionalmente qualificato per lo svolgimento del compito affidatogli; c) la delega riguardi non solo le funzioni ma anche i correlativi poteri decisionali e di spesa; d) l'esistenza della delega sia giudizialmente provata in modo certo - la mancanza di idonee deleghe di funzioni è fatto che di per sé prova la mancanza di un efficace modello organizzativo adeguato a prevenire la consumazione del reato da parte dei vertici societari)
9 dicembre 2016 (c.c. 27 settembre 2016) n. 52316 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione II penale* (gruppo di società - profili concorsuali di responsabilità tra società controllante e società controllate - l’ente non concorre con le persone fisiche autrici del reato presupposto - come conseguenza, un ente può essere destinatario di sanzioni se e nella misura in cui sia stata la colpevole organizzazione dell’ente stesso a determinare la percezione di un indebito profitto, conseguente alla commissione dell’illecito - anche laddove siano ravvisabili autonomia ed indipendenza proprie delle singole società facenti parte di un gruppo, non è da escludere che le attività condotte singolarmente da queste siano espressione di una comune politica direzionale e d’impresa, tendenzialmente stabilita dalla holding partecipante - attribuibilità di una responsabilità ex d.lgs. 231/2001 alla capogruppo nel caso di reato presupposto commesso nell’interesse o a vantaggio di una delle società controllate - soggetto operante presso la società holding che determina un soggetto operante in posizione apicale presso una società da questa controllata a commettere un reato nell’interesse o a vantaggio della controllante - necessità per l’attribuzione di responsabilità ad un ente che nel reato presupposto abbia concorso almeno una persona fisica operante per conto della società capogruppo o di un’altra società subordinata, nell’interesse delle quali abbia agito, perché la stessa holding o altra società controllata, facente parte dello stesso gruppo, sia sanzionabile - insufficienza di un generico richiamo al c.d. interesse di gruppo - la responsabilità di un ente si può configurare anche laddove il soggetto autore del reato abbia agito per un interesse anche residualmente riconducibile alla società della quale è esponente, la sentenza richiamata - potenziale estensione della responsabilità concorsuale anche a società che non siano formalmente parte del gruppo essendo sufficiente un collegamento sostanziale con la società presso la quale il reo rivesta la qualifica richiesta dall’art. 5 del d.lgs. 231/2001 - necessità di procedere ad una disamina delle circostanze di ogni caso concreto essendo illegittima la presunzione di un interesse di gruppo tra le singole società controllate –necessità di determinare se la controllante abbia avuto nel caso concreto interesse o vantaggio conseguiti dall’operare della singola società parte del gruppo)
5 ottobre 2016 (dep. 28 ottobre 2016) n. 3087 - sentenza - Corte di Appello di L’Aquila* (lesioni colpose commesse con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro - i reati dolosi e colposi possono essere la conseguenza di un'inadeguatezza organizzativa da parte dell'ente; in particolare, l'elemento giuridico della colpa può essere basato su una violazione delle norme per la tutela e la sicurezza sul lavoro da parte dell'ente in modo da concretizzare un abbattimento dei costi aziendali, traendone così un vantaggio - per evitare che la responsabilità dell'ente sorga solo per una colpa nella vigilanza, senza la possibilità di accertare un vantaggio o un interesse, la giurisprudenza ha stabilito che, nei reati colposi, il collegamento tra ente e illecito non ha ad oggetto l'evento, ma la violazione delle norme di sicurezza che comporta la commissione del reato - l'evento lesivo è solo la conseguenza della violazione di tali norme, sottolineando la non volontarietà, caratteristica fondamentale dei reati colposi - infine è necessario che il vantaggio dell'ente consista in un risparmio derivante da un deficit di sicurezza che ha portalo alla commissione del reato-presupposto da parte della persona fisica – nella fattispecie nella condotta della società non sussiste né l'interesse né il vantaggio poiché l'infortunio patito va ascritto alla mancata predisposizione di una presa elettrica - considerata la lievissima entità del costo sopportato dalla società per adottare l'accorgimento la cui mancanza ha cagionato l'evento è evidente che il reato non sia stato posto in essere nell'interesse o a vantaggio della società, le cui sorti economiche non erano in alcun modo influenzate dall'eventuale spesa)
27 settembre 2016 (ud. 23 febbraio 2016) n. 40033 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione IV penale* (omicidio colposo commesso con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro - il requisito dell'interesse, da valutarsi ex ante, è legato agli obiettivi strategici dell'impresa perseguiti nonostante la consapevolezza della assenza di mezzi tecnici e di adeguata formazione ed esperienza nonché delle proprie lacune operative e quindi mettendo a rischio, in tal modo, la salute dei lavoratori impiegati - il vantaggio, invece, è connesso alla dimostrazione di rilevanti corrispettivi economici riscontrabili tramite l'esame del fatturato - l'evento dannoso deve essere il risultato della mancata adozione di specifiche misure di prevenzione a fronte di un interesse rilevante dell'ente a porre in essere l'attività pericolosa nonostante la consapevole condotta colposa - la mancata adozione delle misure di prevenzione deve aver garantito all'ente un vantaggio sia in termini di concreto risultato economico dell'attività posta in essere senza le dovute cautele sia, e soprattutto, in termini di risparmio dei costi attuato mediante l'omissione delle misure in questione - il giudice, ai fini della responsabilità dell'ente, deve stabilire se la condotta di chi ha cagionato l'infortunio sia stata o meno determinata da scelte effettivamente rientranti nella sfera di interesse dell'ente o se abbia comportato un beneficio alla società sia in termini assoluti (cioè con riguardo ai valori economici) sia rispetto alle dimensioni della singola impresa, all'impatto sul risparmio dei costi ed al correlativo potenziale guadagno - l’interesse deve considerarsi insito nella natura del contratto di subappalto, trattandosi di contratto "a corpo", non in "economia", quindi con pagamento a stato avanzamento lavori, in quanto tale tipologia di contratto (che comporta il pagamento, non sulla base delle ore impiegate, bensì ad opera finita o in base agli stati di avanzamento lavori) spinge l'impresa ad accelerare i tempi di lavorazione al fine di concludere velocemente i lavori ottenendone il pagamento e di impiegare le proprie risorse in altre commesse in corso)
20 luglio 2016 (ud. 19 maggio 2016) n. 31210 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione IV penale* (omicidio e lesioni colposi commessi con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro - il requisito dell'interesse dell'ente ricorre quando la persona fisica, pur non volendo il verificarsi dell'evento morte o lesioni del lavoratore, ha consapevolmente agito allo scopo di far conseguire un'utilità alla persona giuridica e ciò accade, per esempio, quando la mancata adozione delle cautele antinfortunistiche risulti essere l'esito non di una semplice sottovalutazione dei rischi o di una cattiva considerazione delle misure di prevenzione necessarie ma di una scelta finalisticamente orientata a risparmiare sui costi d'impresa: pur non volendo (quale opzione dolosa) il verificarsi dell'infortunio in danno del lavoratore, l'autore del reato ha consapevolmente violato la normativa cautelare allo scopo di soddisfare un interesse dell'ente (ad esempio, far ottenere alla società un risparmio sui costi in materia di prevenzione) - ricorre invece il requisito del vantaggio per l'ente quando la persona fisica, agendo per conto dell'ente, non volendo il verificarsi dell'evento morte o lesioni del lavoratore, ha violato sistematicamente le norme prevenzionali e, dunque, ha realizzato una politica d'impresa disattenta alla materia della sicurezza sul lavoro, consentendo una riduzione dei costi ed un contenimento della spesa con conseguente massimizzazione del profitto)
20 luglio 2016 (c.c. 6 aprile 206) n. 30995 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione III penale* (il pubblico ministero è legittimato sulla base del compendio indiziarlo emergente dagli atti processuali a chiedere al giudice il sequestro preventivo nella forma per equivalente invece che in quella diretta all'esito di una valutazione allo stato degli atti in ordine alle risultanze relative al patrimonio dell'ente che ha tratto vantaggio dalla commissione del reato, non essendo invece necessario il compimento di specifici ed ulteriori accertamenti preliminari per rinvenire il prezzo o il profitto nelle casse della società o per ricercare in forma generalizzata i beni che ne costituiscono la trasformazione, incombendo, invece, al soggetto destinatario del provvedimento cautelare l'onere di dimostrare la sussistenza dei presupposti per disporre il sequestro in forma diretta - nel caso in cui il profitto di un reato sia rappresentato da denaro o altre cose fungibili, la confisca delle somme o del tantundem rinvenute nella disponibilità del soggetto (persona fisica o giuridica) che lo ha percepito anche sotto forma di un risparmio di spesa attraverso l'evasione dei tributi avviene in ragione della sua fungibilità sempre in forma specifica sul profitto diretto e mai per equivalente - qualora il prezzo o il profitto c.d. accrescitivo derivante dal reato sia costituito da denaro, la confisca delle somme depositate su conto corrente bancario di cui il soggetto abbia la disponibilità deve essere qualificata come confisca diretta e, in considerazione della natura del bene, non necessita della prova del nesso di derivazione diretta tra la somma materialmente oggetto della ablazione e il reato)
7 luglio 2016 (ud. 10 novembre 2015) n. 28299 - sentenza - Corte di cassazione - sezione VI penale* (il trattamento differenziato dei regimi di prescrizione del reato e dell’illecito amministrativo fondante la responsabilità delle persone giuridiche non è irragionevole e non confligge con il principio costituzionale della ragionevole durata del processo - l’ente risponde del reato anche se l'autore non sia stato identificato o non sia imputabile o il reato si sia estinto giacché la responsabilità dell'ente è autonoma da quella della persona fisica ma non dalla obiettiva realizzazione di un reato - solo se il giudice è in grado di risalire anche a livello indiziario ad una delle due tipologie cui si riferiscono gli articoli 6 e 7 del d.lgs. 231/2001 potrà pervenire ad una decisione di affermazione della responsabilità dell'ente anche in mancanza dell'identificazione della persona fisica responsabile del reato - la nullità derivante dall'indeterminatezza e dalla genericità della contestazione dell'illecito all'ente ha natura relativa ed è esclusa se l’ente sia stato posto in grado di intendere i termini concreti dell'accusa e di predisporre una difesa adeguata - l'avvenuta prescrizione del reato presupposto ascritto alla persona fisica non determina automaticamente la responsabilità della persona giuridica giacché il giudice deve comunque accertare la sussistenza della complessa fattispecie che può portare alla responsabilità dell'ente - il giudice deve accertare la sussistenza del reato presupposto anche se debba dichiararne l'estinzione per sopravvenuta prescrizione - ai fini della pronuncia sulla responsabilità dell'ente non è sufficiente, in presenza di un reato prescritto, verificare se esista o meno la prova evidente dell'innocenza dell'imputato, secondo il criterio probatorio richiesto dall'articolo 129 c.p.p., comma 2, criterio che vale per la persona fisica autore del reato ma non può essere utilizzato anche per la persona giuridica - è viziata la sentenza che non abbia motivato in ordine alla sussistenza dell'interesse o del vantaggio che il reato presupposto ha prodotto all’ente)
14 giugno 2016 (ud. 20 aprile 2016) n. 24697 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione IV penale* (lesioni personali e omicidio colposi commessi con violazione delle norme sulla tutela della saute e sicurezza sul lavoro - agli effetti dell’art. 25 septies del d.lgs. 231/2001 l'interesse e/o il vantaggio vanno letti come risparmio di risorse economiche conseguente alla mancata predisposizione dello strumentario di sicurezza ovvero come incremento economico conseguente all'aumento della produttività non ostacolata dal pedissequo rispetto della normativa prevenzionale - nei reati colposi d'evento il finalismo della condotta previsto dall’articolo 5 del d.lgs. 231/2001 è compatibile con la non volontarietà dell'evento lesivo sempre che si accerti che la condotta che ha cagionato quest'ultimo sia stata determinata da scelte rispondenti all'interesse dell'ente o sia stata finalizzata all'ottenimento di un vantaggio per l'ente medesimo - ricorre il requisito dell'interesse quando la persona fisica, pur non volendo il verificarsi dell'evento morte o lesioni del lavoratore, ha consapevolmente agito allo scopo di conseguire un'utilità per la persona giuridica; ciò accade, ad esempio, quando la mancata adozione delle cautele antinfortunistiche risulti essere l'esito non di una semplice sottovalutazione dei rischi o di una cattiva considerazione delle misure di prevenzione necessarie ma di una scelta finalisticamente orientata a risparmiare sui costi d'impresa: pur non volendo il verificarsi dell'infortunio a danno del lavoratore, l'autore del reato ha consapevolmente violato la normativa cautelare allo scopo di soddisfare un interesse dell'ente ad esempio far ottenere alla società un risparmio sui costi in materia di prevenzione - ricorre il requisito del vantaggio quando la persona fisica, agendo per conto dell'ente, pur non volendo il verificarsi dell'evento morte o lesioni del lavoratore, ha violato sistematicamente le norme prevenzionistiche e dunque ha realizzato una politica d'impresa disattenta alla materia della sicurezza del lavoro consentendo una riduzione dei costi ed un contenimento della spesa con conseguente massimizzazione del profitto: il criterio del vantaggio così inteso appare indubbiamente quello più idoneo a fungere da collegamento tra l'ente e l'illecito commesso dai suoi organi apicali ovvero dai dipendenti sottoposti alla direzione o vigilanza dei primi - la responsabilità dell'ente non può essere esclusa per, la sola esiguità del vantaggio o per la scarsa consistenza dell'interesse perseguito, in un contesto generale in cui, sovente, limitate imprudenze o negligenze possono risolversi in immani catastrofi)
27 aprile 2016 (ud. 24 febbraio 2016) n. 17385 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione VI penale* (fattispecie di corruzione commesse nell'interesse ed a vantaggio di società da persone in posizione apicale e per effetto dell'inosservanza degli obblighi di direzione e vigilanza da parte delle società del gruppo con l'aggravante di aver conseguito un profitto di rilevante entità - la sentenza di non luogo a procedere costituisce una sentenza di merito su di un aspetto processuale - il giudice dell'udienza preliminare è chiamato ad una valutazione sulla sostanza degli elementi dedotti dal pubblico ministero a sostegno della richiesta di rinvio a giudizio e dunque ad espletare un giudizio di merito - nondimeno, tale giudizio di merito ha ad oggetto, non la fondatezza dell'accusa cioè la colpevolezza o l'innocenza dell'imputato, salvo il caso in cui essa sia evidente, bensì la capacità di siffatti elementi perché sufficienti, non insanabilmente contraddittori o idonei, di dimostrare la sussistenza di una minima probabilità che all'esito del dibattimento sia affermata la colpevolezza dell'imputato, in tale senso dovendosi declinare la sostenibilità dell'accusa in giudizio codificata in negativo nell'articolo 425 c.p.p., comma 3 e, quindi, la condizione che possa giustificare la sottoposizione dell'incolpato a processo - il GUP è tenuto a verificare cioè che la piattaforma degli elementi conoscitivi, costituiti dalle prove già raccolte e da quelle che potranno essere verosimilmente acquisite nello sviluppo processuale, secondo una valutazione prognostica ispirata a ragionevolezza, sia munita di una consistenza tale da far ritenere probabile la condanna e da dimostrare pertanto l'effettiva, seppure potenziale, "utilità del dibattimento" - ai fini del rinvio a giudizio, è necessario che sussista un "minimum probatorio" su cui innestare la valutazione circa la "serietà del livello di fondatezza delle accuse")
17 marzo 2016 (ud. 12 febbraio 2016) n. 11442 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione VI penale* (corruzione internazionale nell'interesse e vantaggio della società per azioni - vicende modificative dell’ente: fusione - contratti-schermo di consulenza con società intermediatrici nel pagamento di tangenti aventi sede in paesi esteri - manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale delle norme del d.lgs. 231/2001 in tema di vicende modificative dell’ente per eccesso di delega, per violazione del principio di personalità della responsabilità penale secondo i criteri elaborati dalla Corte Edu in tema di sanzione penale e per contrasto con l’art. 3 Cost. in relazione al diverso trattamento previsto in via generale dall'art. 7 della legge n. 689 del 1981 - l'archiviazione per essere ignoti gli autori del reato ha la funzione di legittimare il congelamento delle indagini senza alcuna preclusione allo svolgimento di ulteriori successive attività investigative per le quali non occorre l'autorizzazione alla riapertura - ai fini della punibilità dei reati commessi in parte all'estero è sufficiente che nel territorio dello Stato si sia verificato anche solo un frammento della condotta che, seppur privo dei requisiti di idoneità e di inequivocità richiesti per il tentativo, sia apprezzabile in modo tale da collegare la parte della condotta realizzata in Italia a quella realizzata in territorio estero - ai fini della punibilità dei reati commessi in parte all'estero è sufficiente l'essersi verificata in Italia anche la sola ideazione del delitto quantunque la restante condotta sia stata attuata all'estero - il ne bis in idem internazionale in materia penale non costituisca principio o consuetudine di diritto internazionale sicché deve trovare la sua fonte esclusivamente in un obbligo pattizio - gli accordi raggiunti in Nigeria e negli Stati Uniti d'America per la definizione dei processi penali avviati in tali Stati non precludono la rinnovazione del giudizio in Italia per i medesimi fatti e ciò non solo per il perseguimento degli illeciti previsti dal decreto legislativo n. 231 del 2001 ma neppure in relazione ai reati ad essi connessi, non vigendo alcun obbligo pattizio con tali Paesi che impedisca l'esercizio della giurisdizione italiana - la Convenzione Ocse sulla corruzione dei pubblici ufficiali stranieri e la Convenzione ONU contro la corruzione prevedono soltanto meccanismi procedurali volti ad evitare che in relazione allo stesso fatto vengano avviati dinanzi a diverse autorità nazionali paralleli procedimenti penali consistenti nella consultazione reciproca degli Stati al fine di stabilire quale tra le giurisdizioni concorrenti sia la più idonea ad esercitare l'azione penale - il d.lgs. n. 231 del 2001 all’art. 4 prevede solo in relazione ai reati commessi all'estero uno sbarramento alla perseguibilità dell'illecito commesso dall'ente nei casi in cui nei suoi confronti già proceda lo Stato del luogo in cui è stato commesso il fatto - quantunque la genesi e l'evoluzione dell'operazione corruttiva sino alla data dell'entrata in vigore del decreto legislativo n. 231 del 2001 non abbiano rilevanza per l'affermazione della responsabilità dell'ente, è legittimo l’accertamento di tali vicende ai fini della ricostruzione del quadro - corruzione propria antecedente consistente in un accordo corruttivo sostanzialmente unico dipanatosi in diverse tranches contrattuali in adempimento delle quali sono effettuati i versamenti che individuano il momento consumativo del reato - il delitto di corruzione si perfeziona alternativamente con l'accettazione della promessa ovvero con la dazione-ricezione dell'utilità e tuttavia ove alla promessa faccia seguito la dazione-ricezione è solo in tale ultimo momento che, approfondendosi l'offesa tipica, il reato viene a consumazione - grava sulla pubblica accusa l'onere di dimostrare l'esistenza dell'illecito dell'ente, mentre a quest'ultimo incombe l'onere, con effetti liberatori, di dimostrare di aver adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione del reato, modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi - carenze del modello individuabili nella previsione di misure preventive solo «sulla carta» e nell'assenza di alcun tipo di garanzia in grado di impedire o quanto meno rendere più difficile la partecipazione dei rappresentanti dell’ente alla condotta corruttiva complessiva quali il comitato di controllo, l'internal audit, ecc. - la prova della responsabilità dell'ente è rafforzata dal rilievo di una politica aziendale di mero formalismo cartolare («paper compliance policy») corrispondente alla sistematica violazione da parte dei soggetti responsabili della normativa penale e dall'entità dei fondi impiegati nelle dazioni corruttive)
17 marzo 2016 (c.c. 9 febbraio 2016) n. 11209 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione II penale* (misura cautelare del divieto di contrattare con la pubblica amministrazione - qualificazione del profitto di rilevante entità quale condizione legittimante l'applicazione della sanzione interdittiva ai sensi dell'art. 13 d.lgs. n. 231/2001 - l'entità del profitto rilevante non può essere riferita al solo profitto inteso come margine netto di guadagno in quanto la valutazione che il giudice è chiamato a compiere non va operata alla stregua di criteri strettamente economico-aziendalistici ma deve tenere conto di tutti gli elementi che connotano in termini di valore economico l'operazione negoziale - il profitto di rilevante entità evoca un concetto di profitto dinamico che è rapportato alla natura ed al volume dell'attività di impresa e comprende vantaggi economici anche non immediati ma per così dire di prospettiva in relazione alla posizione di privilegio che l'ente collettivo può acquistare sul mercato in conseguenza delle condotte illecite - l'applicazione in via cautelare delle sanzioni interdittive è subordinata alternativamente e non congiuntamente al conseguimento da parte dell'ente di un profitto di rilevante entità ovvero alla reiterazione nel tempo dell'illecito - si ha reiterazione quando l'ente già condannato in via definitiva almeno una volta per l'illecito dipendente da reato ne commetta un altro nei cinque anni successivi alla condanna definitiva - realizzazione completa ed efficace entro il termine assegnato delle attività riparatorie indicate all'art. 17 del d.lgs. n. 231/2001 - le disposizioni funzionali alla regolarizzazione attraverso schemi rigorosi dell'organizzazione dell'ente tale da impedire la reiterazione dei reati devono essere interpretate con il massimo rigore per poter perseguire la massima efficacia – necessità di valutare l’efficacia del modello organizzativo proposto a prevenire reati della stessa specie di quelli verificatisi anche con riguardo all'attribuzione di cariche sociali a persone asseritamente legate alla famiglia proprietaria dell’ente - necessità di verificare se le condotte risarcitorie trovino concreta attuazione non potendo in tal senso qualificarsi l'accantonamento unilaterale di una somma in bilancio - necessità che le condotte risarcitorie siano attuate in favore di tutti i soggetti danneggiati dal reato e non della sola persona offesa - necessità che la determinazione del danno e delle conseguenze non per iniziative unilaterali abbia luogo in virtù di una collaborazione o comunque di un contatto tra parti contrapposte)
29 gennaio 2016 (c.c. 27 ottobre 2015) n. 4064 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione V penale* (misure cautelari reali - esclusione dei beni del terzo di buona fede – requisiti oggettivi e soggettivi della buona fede - la Corte di Cassazione richiama alcune tra le più importanti pronunce recenti, al fine di fornire un quadro normativo di riferimento per ciò che riguarda il sequestro rivolto a beni societari, considerando anzitutto che, ai sensi dell’art. 2054 c.c., la società incorporante debba necessariamente rispondere dei fatti della società incorporata, onde scongiurare il ricorso a fusioni societarie elusive della misura del sequestro - la confisca ex art. 240 c.p. è infatti applicabile alle società, in particolare laddove il prezzo degli illeciti commessi dai legali rappresentanti sia stato da questi illecitamente reimpiegato e pertanto sia passibile di confisca una somma equivalente a tale prezzo del reato e di cui la società abbia disponibilità - Parimenti, la Corte Suprema richiama l’art. 6, comma 5 del d.lgs. 231/2001 che stabilisce la possibilità di applicare la confisca per equivalente del profitto anche nei confronti della persona giuridica - infine, con riferimento alla posizione del terzo estraneo al reato, in relazione alla confisca di cui all’art. 19 d.lgs. 231/2001 su beni di cui è titolare, soggetti a tale misura, la Corte ribadisce il consolidato orientamento espresso in precedenza da pronunce rese a Sezioni Unite che sottolinea la necessità che tale soggetto non solo sia estraneo alla fattispecie delittuosa ma da questa non debba nemmeno aver tratto alcun vantaggio o utilità - l’interpretazione della buona fede del soggetto ha portata decisamente ampia, tanto da richiedere come ulteriore componente soggettiva la totale estraneità, la non conoscibilità della situazione concreta ricorrendo all’ordinaria diligenza - pertanto, in conclusione, la regola espressa dall’art. 2054 cod. civ., che trova corrispondenza nell’art. 29, d.lgs. 231/2001, trova limiti alla propria applicabilità nei richiamati principi in materia di buona fede del terzo, estraneo al reato, la cui posizione resta meritevole di salvaguardia, anche laddove si tratti di persona giuridica - occorre, quindi, verificare nel caso concreto se la fusione per incorporazione abbia comportato vantaggi o utilità, tali da escludere la buona fede della società destinataria)
21 gennaio 2016 (p.u. 17 dicembre 2015) n. 2544 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione IV penale* (criteri di imputabilità dell’ente per omicidio colposo e lesioni colpose - per i reati colposi d’evento si debbono analizzare i concetti di “interesse” e “vantaggio” rispetto alla condotta e non all’esito antigiuridico di questa - i due concetti possono essere alternativi tra loro attenendo l’“interesse” ad una valutazione da compiersi antecedentemente alla commissione del reato presupposto mentre il “vantaggio” indica l’effettivo conseguimento di ciò a fronte della consumazione del reato - è possibile ravvisare un vantaggio per l’ente, subordinato alle scelte della persona fisica da ritenersi imputabile, laddove quest’ultima, pur non volendo cagionare le lesioni o la morte del lavoratore, ha agito per conseguire intenzionalmente un’utilità per la persona giuridica, sia anche un semplice risparmio sui costi in maniera di prevenzione - occorre che il giudice del merito accerti le modalità del fatto in concreto, al fine di ravvisare la presenza ex ante di un interesse della società o di un vantaggio da essa conseguito, rispetto alla violazione della normativa in materia di sicurezza o igiene del lavoro che ha cagionato l’infortunio - la responsabilità dell’ente per i reati di omicidio colposo o lesioni colpose commesse dai propri organi di vertice per violazioni della normativa circa sicurezza o igiene del lavoro potrebbe escludersi soltanto una volta dimostrate l’adozione e l’efficace attuazione dei modelli organizzativi, nonché l’istituzione e l’attribuzione di adeguati poteri di vigilanza sul funzionamento, l’aggiornamento e il rispetto dei suddetti modelli adottati ad un ente autonomo)
12 gennaio 2016 (p.u. 12 novembre 2015) n. 890 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione V penale* (false comunicazioni sociali - punibilità del falso c.d. valutativo o qualitativo alla luce della modifiche introdotte agli artt. 2621, 2621-bis, 2621-ter, 2622 cod. civ. - nelle due distinte tipologie di reato, a seconda che si tratti di società non quotate, ipotesi prevista dal novellato art. 2621 cod. civ., o di società quotate, caso disciplinato dal testo del nuovo articolo 2622 cod. civ., si configura una fattispecie delittuosa di pericolo perseguibile d’ufficio che di fatto continua a ricomprendere anche i fatti oggetto di mera valutazione - la novella ha introdotto nel nostro ordinamento un nuovo principio di redazione del bilancio, orientato alla “rilevanza” - “materialità” e “rilevanza” dei fatti economici da rappresentare in bilancio rappresentano postulati imprescindibili per una corretta informazione sociale e parimenti il termine “fatti” andrebbe inteso nella sua più ampia e flessibile eccezione, tale da includere non solo gli elementi di informazione riguardanti il bilancio, ma anche le altre, obbligatorie, comunicazioni sociali - poiché circa detti fatti va considerato che possano esistere o meno nella realtà, ma mai essere in sé considerati “falsi” (quanto, semmai, la rappresentazione di questi lo sarebbe), l’esposizione di dati rilevanti, laddove non corrispondente al vero, integra un’ipotesi di falsità tipica, descritta dall’articolo 2621 c.c.. - il c.d. falso valutativo o qualitativo, riguardando l’assegnazione a determinate componenti di un valore, costituisce in sé attività valutativa nel procedere alla quale occorre rispettare i criteri valutativi di matrice civilistica, nonché quelli stabiliti dalla normativa eurocomunitaria e degli standards internazionali di riferimento - il mancato rispetto dei suindicati parametri costituisce la falsità della rappresentazione valutativa, passibile ai sensi del nuovo art. 2621 c.c. - ai sensi del nuovo art. 2621 c.c. anche i dispositivi valutativi sono passibili di sanzione penale, per mezzo del riferimento ai “fatti materiali” ricomprendenti la falsa rappresentazione, indicati nel testo della norma)
21 dicembre 2015 (ud. 22 settembre 2015) n. 50102 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione V penale* (l'imputato autore del reato presupposto non è legittimato né ha interesse ad impugnare, anche nel caso di simultaneus processus, il capo della sentenza relativo all'affermazione della responsabilità dell'ente nel cui interesse o vantaggio lo stesso sia stato commesso - l’ente è il soggetto esclusivamente legittimato ad impugnare le sentenze relative alla propria responsabilità amministrativa dell'ente - vi è incompatibilità del legale rappresentante dell'ente a rappresentarlo nel procedimento a suo carico qualora egli sia contestualmente anche imputato per il reato presupposto della responsabilità addebitata alla persona giuridica - il rappresentante incompatibile non può compiere alcun atto difensivo nell'interesse dell'ente e che quest'ultimo, se materialmente posto in essere, dovrebbe considerarsi inefficace - se effettuato da rappresentante incompatibile è privo di efficacia non solo l'atto di costituzione ma anche l'eventuale nomina di un difensore di fiducia effettuata indipendentemente dalla formale costituzione con la conseguenza che tale nomina sarebbe tamquam non esset e gli atti compiuti dal difensore in esecuzione di un mandato privo di efficacia inammissibili - è inammissibile per difetto di legittimazione rilevabile di ufficio l'impugnazione eventualmente presentata dal difensore dell'ente nominato dal rappresentante il quale versi nella situazione di incompatibilità - se l'atto di costituzione e la nomina del difensore e procuratore speciale effettuati dal rappresentante incompatibile sono privi di efficacia, ne consegue che nel processo l'ente privo di formale rappresentanza e di fatto non costituitosi deve essere dichiarato contumace e il giudice deve procedere a nominargli un difensore d'ufficio - soprattutto, nella fase della costituzione delle parti deve ritenersi che al giudice spetti l'obbligo di verificare la regolarità dell'atto di costituzione e della nomina del difensore che lo deve sottoscrivere e, rilevata l'incompatibilità, di dichiarare l'inammissibilità della costituzione)
23 novembre 2015 (c.c. 14 ottobre 2015) n. 46162 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione III penale* (sequestro preventivo per equivalente del profitto del reato transnazionale di associazione per delinquere - nella valutazione del fumus commissi delicti il giudice del riesame non può avere riguardo alla sola astratta configurabilità del reato ma deve tener conto, in modo puntuale e coerente, delle concrete risultanze processuali e dell'effettiva situazione emergente dagli elementi forniti dalle parti, indicando, sia pur sommariamente, le ragioni che rendono sostenibile l'impostazione accusatoria e plausibile un giudizio prognostico negativo per l'indagato - il delitto di associazione per delinquere può essere considerato in sé idoneo a generare un profitto, che è sequestrabile ai fini della successiva confisca per equivalente - nei casi previsti dalla legge - in via del tutto autonoma rispetto a quello prodotto dai reati fine, e che è costituito dal complesso dei vantaggi direttamente conseguenti dall'insieme di questi ultimi, siano essi attribuibili ad uno o più associati, anche non identificati, posto che l'istituzione della societas sceleris è funzionale alla ripartizione degli utili derivanti dalla realizzazione dl programma criminoso – se il sequestro del profitto del reato è disposto in relazione al solo reato associativo transnazionale (non potendo essere applicato con riferimento ai reati fiscali rientranti nel programma criminoso) è necessario motivare sull'esistenza dell'associazione ed in particolare sugli elementi costitutivi del reato di cui all'art.416 nonchè in ordine alla non ipotizzabilità di un concorso continuato nei reati fiscali)
29 ottobre 2015 (ud. 26 giugno 2015) n. 43689 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione I penale* (false comunicazioni sociali - bilancio di società sportiva - operazioni relative a trasferimenti derivanti da operazioni incrociate di giocatori comportanti una variazione in attivo del risultato economico di esercizio e del patrimonio netto - necessità che il fatto generatore della responsabilità dell'ente sia commesso nell'interesse e a vantaggio di esso - se le voci infedeli evidenziano, nel complesso, una prevalenza (anche in termini quantitativi) di sottrazione dell'utile alla pretese tributaria, è plausibile che l'intenzione decettiva si proietti verso un "risparmio" (sia pur illecito) di gravame tributario e il fatto sia così riconducibile in via di logica astratta alla persecuzione dell'interesse dell'organismo societario - la normativa fiscale (art. 109 TUIR) prevede però che i componenti positivi (quindi, le plusvalenze) concorrano a formare il reddito, formando integralmente massa imponibile nell'esercizio di competenza ovvero nell'esercizio in cui risultano verificate le condizioni di certezza nell’an e nel quantum dei componenti stessi, e siano soggette a tassazione con la conseguenza che all'aumento delle plusvalenze corrisponde una maggiore tassazione - in realtà il meccanismo di sopravvalutazione dei giocatori ha come effetto principale di aumentare i valori dell'attivo patrimoniale (anche se, nel complesso, non possono essere esclusi risparmi sul piano fiscale) e in ciò ricorrerebbe l'interesse dell'ente, diverso dal vantaggio che costituisce una sorta di variabile casuale nei termini posti dall'art. 5, comma 2, d.lgs. 231)
2 settembre 2015 (ud. 2 luglio 2015) n. 35818 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione I penale* (la responsabilità dell'ente sussiste anche quando l’autore del reato non è stato identificato o non è imputabile e dunque anche quando la persona fisica a cui era stata attribuita la responsabilità del reato presupposto è stata assolta per non avere commesso il fatto - il mutamento della persona fisica ritenuta effettivamente responsabile del reato contestato non incide sul perimetro della contestazione di reato di cui è destinatario l’ente, in quanto esso risponde per fatto proprio - nel rispetto dei principi costituzionali ricavabili dall’art. 27, la personalità della responsabilità si assicura ricorrendo all’imputabilità dell’ente sulla base della c.d. “colpa d’organizzazione” derivante dal mancato adempimento ai precisi obblighi di adozione delle cautele atte a prevenire la commissione di determinati reati nonché di contrasto dei rischi tipici individuati dai modelli di gestione e di organizzazione appositamente predisposti - la responsabilità dell’ente ha natura personale e perciò autonoma in quanto riferibile a un deficit organizzativo che attiene alla mancata adozione di un modello precauzionale astrattamente idoneo a prevenire non solo e non tanto la singola rottura dello schema legale realizzata dal soggetto imputato del reato presupposto ma le carenze strutturali e di sistema che accadimenti di quella fatta alimentano e favoriscono - è legittimo il parallelo avanzamento di separati processi qualora siano emerse singole posizioni sufficientemente indipendenti rispetto a imputati fisici ed ente giuridico e nondimeno la sanzione amministrativa può essere comminata alla società anche qualora la responsabilità penale presupposta sia rilevata incidenter tantum - ove si proceda in via autonoma nei confronti dell'ente perché è ignoto l'autore del reato, la (vera o presunta) identificazione dello stesso successiva alla scadenza dei termine di prescrizione non richiede che l'azione nei confronti dell'ente debba avere nuovo corso giacché non si ha in questo caso immutazione del fatto generatore della responsabilità dell'ente né del titolo della stessa - l'individuazione del possibile autore del reato non incide sulla natura e sull'ampiezza dell'accertamento incidentale in ordine all'esistenza dello stesso demandato al giudice penale chiamato a pronunciarsi sulla sola responsabilità dell'ente né sull'esercizio del diritto di difesa di questo, che, lungi dal risultarne menomato, ne è semmai agevolato)
15 luglio 2015 (c.c. 28 maggio 2015) n. 30484 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione III penale* (rapporto tra sequestro e confisca ex articolo 19 d.lgs. n. 231 del 2001 e la procedura fallimentare - gli enti resisi responsabili di illeciti amministrativi derivanti da reato devono essere perseguiti e puniti con la confisca degli illeciti proventi al fine di ristabilire il turbato equilibrio economico ma ciò non può e non deve avvenire in pregiudizio di terzi che siano titolari di diritti acquisiti in buona fede sui beni oggetto di sequestro e confisca - è il giudice penale che, nel disporre il sequestro o la confisca, deve valutare se eventuali diritti vantati da terzi siano o meno stati acquisiti in buona fede e in caso di esito positivo di tale verifica il bene non sarà sottoposto né a sequestro né a confisca - il creditore che non abbia ancora ottenuto l'assegnazione del bene a conclusione della procedura concorsuale non può essere considerato terzo titolare di un diritto acquisito in buona fede perché prima di tale momento egli vanta una semplice pretesa (ma non la titolarità) di un diritto reale su un bene e perciò legittimamente su quel bene potranno insistere il sequestro penale prima e la confisca poi - coloro che si insinuano nel fallimento vantando un diritto di credito non possono essere ritenuti per ciò solo titolari di un diritto reale sul bene, perché sarà proprio con la procedura fallimentare che si stabilirà se il credito vantato possa o meno essere ammesso al passivo fallimentare - il curatore nel contempo individuerà tutti i beni che debbono formare la massa attiva del fallimento, arricchendola degli eventuali esiti favorevoli di azioni revocatorie, e soltanto alla fine della procedura si potrà (previa vendita dei beni ed autorizzazione da parte del giudice delegato del piano di riparto) procedere alla assegnazione dei beni ai creditori - solo al momento dell’assegnazione i creditori potranno essere ritenuti titolari di un diritto sui beni che potranno far valere nelle sedi adeguate - qualora il profitto tratto da taluno dei reati sia costituito da denaro, l'adozione del sequestro preventivo non è subordinata alla verifica che le somme provengano dal delitto e siano confluite nella effettiva disponibilità dell'indagato, in quanto il denaro oggetto di ablazione deve solo equivalere all'importo che corrisponde per valore al prezzo o al profitto del reato, non sussistendo alcun nesso pertinenziale tra il reato e il bene da confiscare - in tema di reati tributari, il profitto confiscabile anche nella forma per equivalente è costituito da qualsivoglia vantaggio patrimoniale direttamente conseguito dalla consumarne del reato e può dunque consistere anche in un risparmio di spesa, come quello derivante dal mancato pagamento del tributo, interessi, sanzioni dovuti a seguito dell'accertamento del debito tributario)
10 luglio 2015 (ud. 16 giugno 2015) n. 29512 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione II penale* (ad integrare la responsabilità dell’ente è necessario che venga compiuto un reato da parte del soggetto riconducibile all'ente stesso ma non è anche necessario che tale reato venga accertato con individuazione e condanna del responsabile - la responsabilità penale presupposta può essere ritenuta incidenter tantum (ad esempio perché non si è potuto individuare il soggetto responsabile o perché questi è non imputabile) e ciò non ostante può essere sanzionata in via amministrativa la società - il titolo di responsabilità dell'ente, anche se presuppone la commissione di un reato, è autonomo rispetto a quello penale, di natura personale - l'intervenuta prescrizione del reato presupposto successivamente alla contestazione all'ente dell'illecito non ne determina l'estinzione per il medesimo motivo giacché il relativo termine, una volta esercitata l'azione, non corre fino al passaggio in giudicato della sentenza che definisce il procedimento nei confronti della persona giuridica - l'interesse esclusivo dell'agente che ha commesso il reato presupposto va ravvisato in sostanza nelle condotte estranee alla politica di impresa - le condotte poste in essere nell'interesse dell'ente sono quelle che rientrano nella politica societaria ossia tutte quelle condotte che trovano una spiegazione ed una causa nella vita societaria - il sistema normativo introdotto dal d.lgs. n. 231 del 2001 configura un "tertium genus" di responsabilità compatibile con i principi costituzionali di responsabilità per fatto proprio e di colpevolezza - l'ente è responsabile ove la pubblica accusa provi che il soggetto che ricopre al suo interno sia posizioni apicali sia subordinate ha commesso il reato presupposto nell'interesse (inteso come proiezione finalistica dell'azione) o a vantaggio (inteso come potenziale ed effettiva utilità anche di carattere non patrimoniale ed accertabile in modo oggettivo) dell'ente - se la suddetta prova non viene data o fallisce l'ente, anche se non ha adottato alcun modello di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati, non può essere ritenuto responsabile di alcunché - se la suddetta prova invece viene fornita, l'unico modo per l'ente di sfuggire alla declaratoria di responsabilità per il reato presupposto è quello di dimostrare di avere adottato un idoneo modello di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati - i criteri ascrittivi della responsabilità da reato degli enti rappresentati dal riferimento contenuto nell'art. 5 del d.lgs. 231 del 2001 all'interesse o al vantaggio evocano concetti distinti e devono essere intesi come criteri concorrenti ma comunque alternativi - l'interesse va inteso come proiezione finalistica dell'azione da valutarsi ex ante, il vantaggio va, invece, apprezzato come potenziale ed effettiva utilità anche di carattere non patrimoniale ed accertabile in modo oggettivo da valutarsi ex post - l'utilità economica ricavata dalla persona giuridica a seguito della consumazione di una truffa non può essere confiscata come profitto del reato nemmeno per equivalente quando la stessa sia stata già restituita al soggetto danneggiato)
5 maggio 2015 (c.c. 18 novembre 2014) n. 18634 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione VI penale* (per l'adozione di una misura cautelare interdittiva nei confronti dell'ente raggiunto da gravi indizi di responsabilità per l'illecito dipendente da reato la nozione di profitto di rilevante entità ha un contenuto più ampio di quello di profitto inteso come utile netto in quanto in tale concetto rientrano anche vantaggi non immediati comunque conseguiti attraverso la realizzazione dell'illecito - il giudizio circa la sussistenza di un profitto di rilevante entità non discende automaticamente dalla considerazione del valore del contratto o del fatturato ottenuto a seguito del reato, seppure tali importi ne siano, ove rilevanti, importante indizio almeno con riferimento ad alcuni dei reati indicati nel Decreto Legislativo n. 231 del 2001 - il legislatore non ha introdotto ed ammesso solo una modalità tipica di eliminazione del rischio di recidiva e cioè l'attuazione delle misure indicate al Decreto Legislativo n. 231 del 2001, articolo 17 - l'articolo 50 comma 1 del Decreto Legislativo n. 231 del 2001 pone in alternativa, quali fattori di revoca della misura applicata, l'effettuazione degli adempimenti di cui all’articolo 17 e la mancanza sopravvenuta delle condizioni indicate al precedente articolo 45, tra le quali è compreso il rischio di recidiva - la cessazione del rischio di recidiva ed a maggior ragione la sua attenuazione può essere determinata anche da comportamenti non conformi al modello tracciato con la previsione dell'articolo 17 e con il connesso meccanismo di sospensione del trattamento cautelare - la misura cautelare deve essere ripristinata semprechè il giudice, in accoglimento di una istanza di revoca od anche d'ufficio, non ritenga che il trattamento non trovi ulteriore legittimazione nelle condizioni di fatto sulle quali dovrebbe produrre in concreto i suoi effetti - chiamato ad assumere la decisione di ripristino della cautela sospesa, lo stesso giudice potrà anche d'ufficio rilevare, ove ne sussistano i motivi, la sopravvenuta insussistenza delle condizioni che devono permanentemente sorreggere, a norma del Decreto Legislativo n. 231 del 2001, articolo 50, la restrizione cautelare della libertà - il Decreto Legislativo n. 231 del 2001, articolo 52, limita il ricorso per cassazione contro i provvedimenti emessi dal giudice dell'appello cautelare al solo vizio della violazione di legge - il vizio della violazione di legge attiene non alla completezza ed alla coerenza della motivazione ma alla sua stessa esistenza comprendente il caso in cui non faccia difetto una qualche argomentazione e però la stessa risulti inidonea a svelare il ragionamento sotteso al provvedimento impugnato)
17 marzo 2015 (c.c. 25 settembre 2014) n. 11170 - sentenza - Corte di cassazione - sezioni unite penali* (sequestro preventivo finalizzato alla confisca anche per equivalente del profitto del reato -ammissione della società al concordato preventivo e successiva declaratoria di fallimento con conseguenti mutamento delle imputazioni a carico degli organi apicali e caducazione del titolo di reato legittimante la responsabilità dell’ente necessaria per disporre il sequestro - necessità di un doppio livello di legalità cioè che il fatto commesso dagli organi apicali sia previsto da una legge entrata in vigore prima della commissione dello stesso e che tale reato sia previsto nel tassativo elenco del reati presupposto, dal quali soltanto può derivare la responsabilità amministrativa dell'ente - rapporti tra procedura fallimentare e sequestro preventivo/confisca anche per equivalente del profitto del reato - la confisca del prezzo o del profitto del reato disciplinata dall’art. 19 commi 1 e 2 del decreto legislativo n. 231 del 2001 è una vera e propria sanzione principale ed autonoma la cui applicazione non è lasciata alla discrezionalità del giudice ma è obbligatoria - in virtù dello stretto rapporto di connessione funzionale tra il sequestro preventivo e la confisca, il sequestro ha lo stesso regime di obbligatorietà della confisca - alla confisca e al conseguente sequestro è sempre posto il limite della salvaguardia dei diritti acquistati da terzi in buona fede - salvaguardati sono unicamente il diritto di proprietà e gli altri diritti reali insistenti sui beni oggetto di sequestro e confisca acquisiti da terzi in buona fede - il fallimento non è normativamente previsto quale causa estintiva dell'illecito dell'ente e non è possibile assimilare il fallimento della società alla morte del reo - acquisizione alla massa attiva fallimentare di beni societari gravati da sequestro preventivo anche per equivalente - le finalità del vincolo imposto dall'apertura della procedura fallimentare e di quello derivante dal sequestro e/o dalla confisca sono del tutto differenti e tra loro non confliggenti sicché i due vincoli possono coesistere in quanto l'uno non ostacola l'altro e anzi il sequestro prima e la confisca poi tutelano in misura rafforzata gli interessi del ceto creditorio - la titolarità del diritto del terzo può essere legittimamente riconosciuta prima che venga disposta la confisca ma anche dopo e ciò si verifica in caso di apertura della procedura fallimentare, venendo il diritto del terzo riconosciuto soltanto alla chiusura della procedura - compete al giudice penale che deve disporre il sequestro e/o la confisca l'onere di salvaguardare i diritti dei terzi acquisiti in buona fede valutandone la titolarità -quando sia stata pronunciata sentenza definitiva di condanna dell'ente e sia stata disposta la confisca dei beni appartenenti allo stesso, il giudice competente a decidere sulla istanza del terzo non potrà che essere, invece, il giudice dell'esecuzione penale - il creditore che non abbia ancora ottenuto l'assegnazione del bene a conclusione della procedura concorsuale non può essere considerato "terzo titolare di un diritto acquisito in buona fede" perché prima di tale momento il creditore vanta una semplice pretesa ma non certo la titolarità di un diritto reale su un bene - allo stesso modo il curatore fallimentare, che è certamente terzo rispetto al procedimento sequestro/confisca dei beni già appartenuti alla fallita società, non può agire in rappresentanza dei creditori per opporsi ai sequestro ed alla confisca - l'art. 53, comma 1, del decreto legislativo n. 231 del 2001 rimanda agli articoli del codice di procedura penale sui mezzi di impugnazione contro i sequestri e, quindi, ai soggetti legittimati tra i quali non può comprendersi il curatore fallimentare che non può vantare alcun diritto sul beni, anche perché il fallimento priva il fallito dell'amministrazione e della disponibilità dei beni esistenti alla data della dichiarazione di fallimento, trasferendo l'una e l'altra alla curatela, ma non della proprietà sugli stessi - è assai dubbio anche che il curatore fallimentare possa avere un interesse concreto giuridicamente tutelabile ad opporsi ai provvedimenti di sequestro e confisca, perché la massa fallimentare, la cui integrità il curatore è tenuto a garantire, non subisce alcun pregiudizio da tali provvedimenti, in quanto lo Stato potrà far valere il suo diritto sui beni sottoposti a vincolo fallimentare, salvaguardando i diritti riconosciuti al creditori, soltanto a conclusione della procedura - dunque l curatore fallimentare non è legittimato a proporre impugnazione contro il provvedimento di sequestro adottato al sensi dell'art. 19 del decreto legislativo n. 231 del 2001 e la verifica delle ragioni dei terzi al fine di accertarne la buona fede spetta al giudice penale e non al giudice fallimentare)
15 gennaio 2015 (c.c. 11 novembre 2014) n. 1738 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione III penale* (omesso versamento di iva - sequestro preventivo finalizzato alla confisca anche per equivalente del profitto del reato nei confronti dell’indagato legale rappresentante della società debitrice d’imposta - necessità del previo esperimento del sequestro nei confronti della società che ha evaso l’imposta e della previa dimostrazione che il denaro appartenente alla società che ha evaso l’imposta sia insufficiente - il sequestro diretto nei confronti della società che ha evaso, consistendo il profitto nell'omesso esborso del denaro necessario per pagare l'imposta, non può che avere ad oggetto il denaro o altri beni fungibili - la verifica della incapienza dei beni della società costituisce presupposto del passaggio dal sequestro diretto a carico di quest'ultima al sequestro per equivalente a carico dell'indagato suo legale rappresentante - cosi come in ordine al fumus commissi delicti e al periculum in mora, è sommaria anche la cognizione in ordine alla identificazione della capienza patrimoniale dell'ente che ha tratto profitto dal reato tributario - il PM dovrà effettuare una verifica di quanto risulta allo stato degli atti prima di chiedere la misura cautelare, non essendo invece obbligato a svolgere accertamenti specifici e ulteriori rispetto a quanto è già confluito nei compendio indiziario, spettando poi, semmai, all'interessato, in quanto assoggettato al vincolo dei sequestro per equivalente, apportare dati dimostrativi della sequestrabilità diretta mediante gli strumenti procedurali che lo tutelano)
22 dicembre 2014 (c.c. 5 novembre 2014) n. 53430 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione VI penale* (l'area del profitto assoggettabile a confisca ex art. 19 del decreto n. 231 ha un'ampiezza diversa a seconda della fattispecie costituente reato presupposto - nel caso in cui l'attività illegale non comporti lo svolgimento di alcuna controprestazione lecita da parte dell'ente, il profitto confiscabile non potrà che identificarsi con l'intero valore del negozio, in quanto integralmente frutto di un'attività illegale, facendo difetto qualunque costo scorporabile, perché intrinsecamente illecito o comunque concernente attività strumentali e/o correlative rispetto al reato presupposto - nei casi in cui il reato presupposto sia costituito dal reato di manipolazione di mercato, il profitto andrà commisurato al solo aumento di valore del titolo azionario prodottosi in ragione dell'attività illegale dispiegata, atteso che soltanto la plusvalenza è riconducibile causalmente all'attività illegale, e non potranno essere detratte le spese sostenute per il compimento di operazioni strumentali all'esecuzione dell'illecito - nel caso di truffa o di corruzione finalizzata ad ottenere l'aggiudicazione di una commessa ovvero a conseguire, nell'ambito di un rapporto negoziale a prestazioni corrispettive, un corrispettivo più elevato di quello dovuto, trattandosi di contratti validi inter partes e solo annullabili, il profitto dovrà essere commisurato alla differenza fra l'intero valore del contratto e l'utilità effettivamente conseguita dalla controparte - nel caso in cui il reato presupposto sia un cd. reato in contratto, potranno essere assoggettati ad ablazione tutti i vantaggi di natura economico patrimoniale che costituiscano diretta derivazione causale dell'illecito, di tal che la confisca potrà interessare esclusivamente l'effettivo incremento del patrimonio dell'ente conseguito dall'agire illegale, e non potranno essere aggrediti i vantaggi eventualmente conseguiti dall'ente in conseguenza di prestazioni lecite effettivamente svolte a favore del contraente nell'ambito del rapporto sinallagmatico, cioè pari alla utilitas di cui si sia giovata la controparte - nella commisurazione del valore della utilità conseguita dal danneggiato, non si può tenere conto del margine di guadagno per l'ente, dell'utile d'impresa che almeno fisiologicamente compone il corrispettivo pagato per la prestazione - il valore della prestazione svolta a vantaggio della controparte deve essere commisurato ai soli costi vivi, concreti ed effettivi, che l'impresa abbia sostenuto per dare esecuzione all'obbligazione contrattuale – per determinare i costi vivi sostenuti dall'ente per dare adempimento alla prestazione di cui la controparte si sia avvantaggiata, l'Autorità Giudiziaria potrà avvalersi dell'esito degli accertamenti compiuti dalla Polizia Giudiziaria ovvero, se non esaurienti, delle indicazioni di un tecnico, nominato quale consulente o perito, che tengano conto, da un lato, delle risultanze della contabilità e dei bilanci dell'ente, dall'altro lato, del costo di mercato di quella tipologia di prestazione, avuto riguardo ai valori medi del settore, e di qualunque altro dato che possa consentire di correggere eventuali sopravvalutazioni dei costi esposti nei documenti contabili)
19 dicembre 2014 (c.c. 9 dicembre 2014) n. 52748 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione II penale* (in tema di responsabilità da reato, l'esercizio dei diritti di difesa da parte dell'ente in qualsiasi fase del procedimento a suo carico è subordinato all'atto formale di costituzione a norma dell'art. 39, D.Lgs. n. 231 del 2001 - una deroga alla regola è prevista solo nel caso in cui l'esercizio del diritto di difesa avvenga ad opera del difensore nominato d'ufficio, anche qualora la persona giuridica non si sia costituita ovvero quando la sua costituzione debba considerarsi inefficace a causa dell'incompatibilità del rappresentante legale perché indagato o imputato del reato presupposto - la presenza fisica o meno all'udienza del legale rappresentante dell'ente non equivale alla presenza dell'ente - il legale rappresentante dell'ente che abbia proceduto alla nomina di un difensore di fiducia il quale si sia poi attivato per sostenere la posizione dell'ente in una qualsivoglia fase del procedimento o del processo (ad es. formalizzando un'impugnazione) non ha per ciò solo posto in essere un'attività espressione della volontà di "costituirsi" nel processo al fine di parteciparvi attivamente - l’ente può sempre decidere di non costituirsi nel giudizio e di non nominare un difensore di fiducia e in tal caso dovrà essere nominato un difensore d'ufficio che avrà le stesse prerogative e gli stessi poteri di iniziativa previsti dal codice di rito penale per il difensore delle persone fisiche prive di un difensore di fiducia - qualora l'ente decida invece di “partecipare attivamente" lo stesso non avrà altra possibilità se non quella previamente di costituirsi secondo le modalità del citato art. 39 D.Lgs. 231/2001 nominando un difensore di fiducia che poi potrà esercitare i poteri allo stesso conferiti con la procura - per l’assenza dell’ atto di costituzione è comminata la sanzione processuale dell'inammissibilità rilevabile anche d'ufficio in ogni stato e grado dei procedimento - la mancanza del necessario atto di costituzione per la partecipazione al procedimento determina l’inammissibilità della richiesta di riesame del decreto di sequestro preventivo per carenza di legittimazione attiva)
16 dicembre 2014 (c.c. 15 luglio 2014) n. 52179 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione I penale* (l'estraneità al reato allegata dal terzo che invochi la restituzione della cosa soggetta a confisca obbligatoria richiede la prova, oltre che della titolarità del diritto vantato sulla res, anche della mancata percezione di qualsiasi vantaggio o profitto derivante dal reato, nonché la prova della buona fede soggettiva, intesa come affidamento incolpevole e come assenza di condizioni in grado di configurare a proprio carico un qualsivoglia addebito di negligenza da cui sia derivata la possibilità della commissione dell'illecito, buona fede la cui sussistenza, nel caso di persone giuridiche, deve essere verificata con riguardo all'atteggiamento psicologico delle persone fisiche che le rappresentano, alla stregua del principio di imputabilità all'ente rappresentato degli stati soggettivi dei soggetti che lo rappresentano- l'estraneità alle utilità derivanti dal reato, idonea a radicare, unitamente al requisito della buona fede, la condizione di terzietà del soggetto titolare di una legittima aspettativa a evitare la confisca dei beni, deve essere apprezzata con riguardo alle circostanze di fatto e allo stato soggettivo esistenti al momento della commissione del reato, e non già alle condotte susseguenti, necessitate dall'accertamento del reato stesso - il profitto confiscabile in materia di reati tributari è costituito da qualsivoglia vantaggio patrimoniale direttamente conseguito alla consumazione del reato, e può dunque consistere anche in un risparmio di spesa derivante dal mancato pagamento del tributo e dei relativi interessi e sanzioni - il profitto è confiscabile a titolo diretto, e non per equivalente, anche nel caso in cui il denaro, frutto dell'illecito› risparmio fiscale, abbia subito una trasformazione e sia stato investito in beni di altra natura, fungibili o infungibili - anche nei confronti degli enti per i quali non sia applicabile la confisca-sanzione di cui all’art. 19 del d.lgs. 231/2001, per essere stati efficacemente attuati i modelli organizzativi per impedire la commissione di reati da parte dei soggetti che rappresentano l'ente, è comunque disposta la confisca del profitto che l'ente ha tratto dal reato ai sensi dell’art. 6, comma 5, del d.lgs. 231/2001, secondo una prospettiva non di tipo sanzionatorio (non ricorrendo un'ipotesi di responsabilità amministrativa dell'ente), ma di ripristino dell'ordine economico turbato dal reato, che ha comunque determinato un'illegittima locupletazione per l'ente, ad obbiettivo vantaggio del quale il reato è stato commesso dai suoi rappresentanti)
2 dicembre 2014 (c.c. 15 ottobre 2014) n. 50320 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione III penale* (l'estraneità di un ente al fatto-reato non si misura in base alla diversità degli organi amministrativi che successivamente la rappresentano - la responsabilità personale da reato non deve confondersi con la responsabilità patrimoniale per le conseguenze da reato che vengono imputate all'ente dotato di personalità giuridica in virtù dei rapporto di immedesimazione organica che lo lega ai propri amministratori in conseguenza del quale all'ente non vengono imputati solo gli effetti dell'atto, ma l'atto stesso - il rapporto di immedesimazione organica può essere escluso, nelle sue conseguenze da reato, solo mediante l'adozione di specifiche modalità organizzative ai sensi degli artt. 5 e segg., d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231 e in tema di illeciti amministrativi a mente dell'art. 6, comma 3, legge 24 novembre 1981, n. 689 nel solo caso di avvenuta rottura del rapporto organico per avere l'imputato colpevole agito di propria, esclusiva iniziativa - in materia di confisca, il concetto di appartenenza ha una portata più ampia del diritto di proprietà, essendo sufficiente che le cose da confiscare, di cui il reo ha la disponibilità, non appartengano a terzi estranei ai reato, intendendosi per estraneo soltanto colui che in nessun modo partecipi alla commissione dello stesso o all'utilizzazione dei profitti che ne sono derivati - poiché la misura di sicurezza della confisca ha carattere non punitivo ma cautelare, fondato sulla pericolosità derivante dalla disponibilità delle cose che servirono per commettere il reato, ovvero ne costituiscano il prezzo, il prodotto o il profitto, essa può essere disposta anche per i beni appartenenti a persone giuridiche dovendo a tali persone, in forza dei principi di rappresentanza, essere imputati gli stati soggettivi dei loro legali rappresentanti - ai fini della confisca, il curatore del fallimento e il commissario della società di capitali posta in liquidazione non possono essere ritenuti terzi estranei al reato commesso dalla persona giuridica)
6 ottobre 2014 (c.c. 16 settembre 2014) n. 41435 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione II penale* (il decreto di sequestro preventivo per equivalente del profitto del reato presupposto non deve contenere l'indicazione specifica dei beni che devono essere sottoposti al vincolo, potendo procedere alla loro individuazione anche la polizia giudiziaria in sede di esecuzione del provvedimento, ma deve indicare la somma sino a concorrenza della quale il sequestro deve essere eseguito - anche nei confronti degli enti per i quali non sia applicabile la confisca-sanzione di cui all' art. 19 dello stesso decreto per essere stati efficacemente attuati i modelli organizzativi per impedire la commissione di reati da parte dei rappresentanti dell'ente è comunque disposta la confisca del profitto che l'ente ha tratto dal reato, anche nella forma per equivalente - il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente è consentito solo quando non siano reperibili i beni costituenti il profitto del reato ma in materia di misura cautelare reale, non è possibile pretendere la preventiva ricerca generalizzata dei beni costituenti il profitto del reato, giacché, durante il tempo necessario per l'espletamento di tale ricerca, potrebbero essere occultati gli altri beni suscettibili di confisca per equivalente, così vanificando ogni esigenza cautelare - è legittimo il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente di beni costituenti profitto illecito anche quando l'impossibilità del loro reperimento sia soltanto transitoria e reversibile, purché sussistente al momento della richiesta e dell'adozione della misura - per il sequestro preventivo dei beni di cui è obbligatoria la confisca, eventualmente anche per equivalente, e quindi, dei beni che costituiscono prezzo e profitto del reato, non occorre la prova della sussistenza degli indizi di colpevolezza, né la loro gravità, né il "periculum" richiesto per il sequestro preventivo, essendo sufficiente accertarne la confiscabilità una volta che sia astrattamente possibile sussumere il fatto in una determinata ipotesi di reato - è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 53 del d.lgs. 231/2001 in riferimento all'art. 76 della Costituzione per eccesso di delega posto che l'art. 11 della legge di delega n. 300 del 2000 non contiene alcun riferimento alla possibilità di applicare in via cautelare la misura del sequestro preventivo)
24 settembre 2014 (c.c. 8 maggio 2014) n. 39177 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione III penale* (in tema di reati tributari commessi dal legale rappresentante di una persona giuridica il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente non può essere disposto sul beni dell'ente ad eccezione dei caso in cui questo sia privo di autonomia e rappresenti solo uno schermo attraverso il quale il reo agisca come effettivo titolare dei beni - anche in tema di reati tributari commessi dal legale rappresentante di una persona giuridica è legittimo il sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta del profitto derivante dal reato tributario commesso dal suo legale rappresentante e rimasto nella disponibilità dell'ente - nel caso in cui il profitto di un reato sia rappresentato da denaro o altre cose fungibili, la confisca delle somme o del “tantundem” rinvenute nella disponibilità del soggetto (persona fisica o giuridica) che lo ha percepito, anche sotto forma di un risparmio di spesa attraverso l'evasione dei tributi, avviene, alla luce della fungibilità di esso, sempre in forma specifica sul profitto diretto e mai per equivalente - qualora il profitto tratto da taluno dei reati per i quali è prevista la confisca per equivalente sia costituito da denaro, l'adozione del sequestro preventivo non è subordinata alla verifica che le somme provengano dal delitto e siano confluite nella effettiva disponibilità dell'indagato, in quanto il denaro oggetto di ablazione deve solo "equivalere" all'importo che corrisponde per valore ai prezzo o al profitto del reato, non sussistendo alcun nesso pertinenziale tra il reato e li bene da confiscare, con la conseguenza che è pertanto ammissibile il sequestro preventivo, ex art. 321 cod. proc. pen., qualora sussistano indizi per i quali il denaro di provenienza illecita sia stato depositato in banca ovvero investito in titoli, anche nel confronti delle persone giuridiche ed indipendentemente dal reato per il quale si procede, e quindi anche con riferimento ai reati tributari, proprio perché il vincolo non è imposto sul valore equivalente ai bene da assicurare al processo ma direttamente sul bene ex se confiscabile, trattandosi di assicurare ciò che proviene dal reato e che si è cercato di nascondere con il più semplice degli artifizi o che si è indebitamente trattenuto (sui conti correnti) per non avere adempiuto, come normalmente avviene attraverso la consumazione del reati tributari, a precisi obblighi fiscali - posto che la nozione di profitto finalizzato alla confisca ricomprende ogni utilità che sia conseguenza diretta o indiretta dell'attività criminosa, nella nozione di profitto funzionale alla confisca rientrano non soltanto i beni appresi per effetto diretto ed immediato dell'illecito ma anche ogni altra utilità che sia conseguenza, anche indiretta o mediata, dell'attività criminosa cosicché la trasformazione che il denaro, profitto del reato, abbia subito in beni di altra natura, fungibili o infungibili, non è di ostacolo al sequestro preventivo il quale ben può avere ad oggetto il bene di investimento così acquisito attraverso la conversione del denaro con altro bene - la confisca diretta del profitto di reato è possibile anche nei confronti di una persona giuridica per le violazioni fiscali commesse dal legale rappresentante o da altro organo della persona giuridica nell'interesse della società, quando il profitto o i beni direttamente riconducibili a tale profitto siano rimasti (e si provi che siano riconducibili al profitto e che siano rimasti) nella disponibilità della persona giuridica medesima - il sequestro per equivalente è precluso nel confronti delle persone giuridiche dal d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231 perché i reati per i quali detto decreto legislativo consente, in applicazione dell'art. 321 cod. proc. pen., il sequestro per equivalente sono numerus clausus ed i reati tributari non sono ricompresi nel novero di quelli per i quali è ammesso il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di valore)
24 settembre 2014 (ud. 26 giugno 2014) - sentenza - Tribunale di Milano - sezione VI penale - giudice dr. Raffaele Martorelli* (omicidio colposo commesso con violazione delle norme sulla tutela della salute e della sicurezza sul lavoro - evento occorso il 6 marzo 2008 - l'adozione di modelli organizzativi idonei a prevenire infortuni non è affatto un obbligo imposto dalla legge ma piuttosto una circostanza idonea a sollevare la società dalla responsabilità per inosservanza degli obblighi di direzione o vigilanza - esclusione della responsabilità degli enti che avevano sviluppato un sistema di gestione della sicurezza secondo lo standard OHSAS 18001 del 2007 analogo al modello richiesto dall'art. 30 D.l. 81/2003 ovvero al momento dell'entrata in vigore della L. n. 123/2007 avevano provveduto ad aggiornare il modello di cui già erano dotati e comunque ponevano grande attenzione in tema di sicurezza - assenza di collegamento tra l'incidente ed un tentativo di risparmio sulle spese volte a garantire la sicurezza non essendo stato accertato in alcun modo quale fosse l'interesse che le società potessero avere nutrito né tanto meno il vantaggio che avessero potuto conseguire dalla morte del lavoratore - la dimostrazione che i soggetti apicali della società o comunque i soggetti ad essi sottoposti abbiano commesso il reato presupposto nell'interesse (requisito da accertarsi ex ante) o a vantaggio (requisito da verificarsi ex post) della società è assolutamente necessaria perché possa configurarsi l’illecito)
18 settembre 2014 (ud. 24 aprile 2014) n. 38343 - sentenza - Corte di Cassazione - sezioni unite penali* (il sistema della responsabilità amministrativa da reato degli enti costituisce un corpus normativo di peculiare impronta, un tertium genus se si vuole, ma è comunque parte del più ampio e variegato sistema punitivo con evidenti regioni di contiguità con l'ordinamento penale - compatibilità della disciplina legale con i principi costituzionali dell'ordinamento penale – è da escludere che la disciplina violi il principio della responsabilità per fatto proprio in quanto il reato commesso dal soggetto inserito nella compagine dell'ente in vista del perseguimento dell'interesse o del vantaggio di questo è sicuramente qualificabile come “proprio” anche della persona giuridica, e ciò in forza del rapporto di immedesimazione organica che lega la prima alla seconda - è da escludere che il sistema violi il principio di colpevolezza - il rimprovero riguarda l'ente e non il soggetto che per esso ha agito ma sarebbe vano e fuorviante andare alla ricerca del coefficiente psicologico della condotta tanto più quando l'illecito presupposto sia colposo giacché la colpa presenta essa stessa connotati squisitamente normativi che ne segnano il disvalore - il legislatore ha inteso imporre alle organizzazioni complesse l'obbligo di adottare le cautele necessarie a prevenire la commissione di alcuni reati, adottando iniziative di carattere organizzativo e gestionale, e tali accorgimenti vanno consacrati in un documento, un modello che individua i rischi e delinea le misure atte a contrastarli - non aver ottemperare a tale obbligo fonda il rimprovero, la colpa d'organizzazione - la responsabilità dell'ente si fonda sulla colpa di organizzazione ma grava sull'accusa l'onere di dimostrare l’esistenza dell'illecito penale in capo alla persona fisica inserita nella compagine organizzativa della societas e che abbia agito nell'interesse di questa - tale accertata responsabilità si estende poi "per rimbalzo" dall'individuo all'ente collettivo, nel senso che vanno individuati precisi canali che colleghino teologicamente l'azione dell'uno all'interesse dell'altro e, quindi, gli elementi indicativi della colpa di organizzazione dell'ente, che rendono autonoma la responsabilità del medesimo ente - nessuna inversione dell'onere della prova è, pertanto, ravvisabile nella disciplina che regola la responsabilità da reato dell'ente, gravando comunque sull'accusa la dimostrazione della commissione del reato da parte di persona che riveste una delle qualità di cui al d.lgs. n. 231, art. 5, e la carente regolamentazione interna dell’ente, che ha ampia facoltà di offrire prova liberatoria - i due criteri d'imputazione dell'interesse e del vantaggio si pongono in rapporto di alternatività - il criterio dell'interesse esprima una valutazione teleologica del reato, apprezzabile ex ante, al momento della commissione del fatto, e secondo un metro di giudizio marcatamente soggettivo - il criterio del vantaggio ha una connotazione essenzialmente oggettiva, come tale valutabile ax post, sulla base degli effetti concretamente derivati dalla realizzazione dell'illecito - i concetti di interesse e vantaggio nei reati colposi d'evento vanno di necessità riferiti alla condotta e non all'esito antigiuridico e tale soluzione non determina alcuna difficoltà di carattere logico in quanto è ben possibile che una condotta caratterizzata dalla violazione della disciplina cautelare e quindi colposa sia posta in essere nell'interesse dell'ente o determini comunque il conseguimento di un vantaggio - un profitto confiscabile è configurabile anche nel reato colposo - con riguardo ad una condotta che reca la violazione di una disciplina prevenzionistica, posta in essere per corrispondere ad istanze aziendali, l'idea di profitto si collega con naturalezza ad una situazione in cui l'ente trae da tale violazione un vantaggio che si concreta, tipicamente, nella mancata adozione di qualche oneroso accorgimento di natura cautelare, o nello svolgimento di una attività in una condizione che risulta economicamente favorevole, anche se meno sicura di quanto dovuto, così concretandosi il vantaggio che costituisce il nucleo essenziale dell'idea normativa di profitto - il modello organizzativo non può dirsi efficacemente adottato quando difetti l’indipendenza dell’organismo di vigilanza di cui faccia parte il responsabile dell'area ecologica, ambiente e sicurezza che si occupi di manutenzione degli impianti e di organizzazione del servizio di emergenza in quanto settori sui quali l'organismo è chiamato a svolgere le sue funzioni)
15 settembre 2014 (c.c. 18 giugno 2014) n. 37712 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione II penale* (misura cautelare interdittiva del divieto di contrattare con la pubblica amministrazione - per l'adozione di una misura cautelare interdittiva, la nozione di profitto di rilevante entità ha un contenuto più ampio di quello di profitto inteso come utile netto, in quanto in tale concetto rientrano anche vantaggi non immediati, comunque conseguiti attraverso la realizzazione dell'illecito - il giudizio circa la sussistenza di un profitto di rilevante entità non discende automaticamente dalla considerazione del valore del contratto o del fatturato ottenuto a seguito del reato, seppure tali importi ne siano, ove rilevanti, importante indizio almeno con riferimento ad alcuni dei reati indicati negli artt. 24 e 25 del D.P.R. n. 231 del 2001 - la valutazione della sussistenza delle esigenze cautelari implica l'esame di due tipologie di elementi: la prima, di carattere oggettivo ed attinente alle specifiche modalità e circostanze del fatto, può essere evidenziata dalla gravità dell'illecito e dalla entità dei profitto; l'altra ha natura soggettiva ed attiene alla personalità dell'ente, e per il suo accertamento devono considerarsi la politica di impresa attuata negli anni, gli eventuali illeciti commessi in precedenza e soprattutto lo stato di organizzazione dell'ente - nell'ipotesi di responsabilità derivante da condotte poste in essere dai dirigenti dell'ente, la sostituzione o l'estromissione degli amministratori coinvolti possono portare a escludere la sussistenza del periculum purchè ciò rappresenti il sintomo del fatto che l'ente inizia a muoversi verso un diverso tipo di organizzazione, orientata nel senso della prevenzione dei reati - in tema di responsabilità da reato degli enti collettivi è sempre possibile l'applicazione contestuale di misure cautelari interdittive e reali atteso che il divieto di cumulabilità delle misure cautelari contenuto nell'art. 46, comma quarto, D.Lgs. n. 231 del 2001, riguarda esclusivamente le prime e non anche le seconde, disciplinate in maniera esaustiva ed autonoma degli artt. 53 e 54 stesso decreto)
9 luglio 2014 (dep. 18 luglio 2014) n. 218 - sentenza - Corte Costituzionale* (questione di legittimità costituzionale dell’art. 83 del codice di procedura penale e delle disposizioni integrali del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231 in riferimento all’art. 3 della Costituzione nella parte in cui non prevedono espressamente e non permettono che le persone offese e vittime del reato non possano chiedere direttamente alle persone giuridiche ed agli enti il risarcimento in via civile e nel processo penale nei loro confronti dei danni subiti e di cui le stesse persone giuridiche e gli enti siano chiamati a rispondere per il comportamento dei loro dipendenti - l’art. 35 del d.lgs. n. 231 del 2001 prevede che nei confronti delle società e degli enti si applichino in quanto compatibili le disposizioni relative all’imputato e l’art. 83, comma 1, cod. proc. pen. stabilisce che l’imputato non può essere chiamato a rispondere in via civile nel processo penale per il fatto dei coimputati, qualora prima non sia stato prosciolto o non sia stata pronunziata nei suoi confronti sentenza di non luogo a procedere - inammissibilità della questione in quanto il giudice a quo è tenuto ad individuare la norma o la parte di essa che determina la paventata violazione dei parametri costituzionali invocati - inammissibilità della questione in quanto la formulazione del petitum è generica perché non viene indicato lo strumento giuridico attraverso il quale dovrebbe darsi alle persone offese e vittime del reato la possibilità di chiedere nel processo penale agli enti il risarcimento del danno il che potrebbe avvenire sia consentendo la costituzione di parte civile nei confronti dell’ente sia consentendo la citazione di questo come responsabile civile - inammissibilità della questione in quanto l’art. 83, comma 1, cod. proc. pen. non costituirebbe un impedimento alla citazione dell’ente come responsabile civile essendo fondatamente contestabile che l’ente possa essere considerato coimputato dell’autore del reato - inammissibilità della questione poiché la citazione del responsabile civile presuppone logicamente che egli non sia civilmente responsabile per fatto proprio e per questa ragione l’imputato può assumere la veste di responsabile civile per il fatto dei coimputati solo se non è affermata la sua responsabilità penale ossia per il caso in cui venga prosciolto o sia pronunciata nei suoi confronti sentenza di non luogo a procedere - la citazione dell’imputato come responsabile civile per il fatto dei coimputati non è esclusa prima del suo proscioglimento ma è ammessa sotto condizione nel senso che produce effetto solo nel caso in cui l’imputato venga prosciolto od ottenga una sentenza di non luogo a procedere)
5 maggio 2014 (c.c. 6 marzo 2014) n. 18311 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione III penale* (sequestro preventivo per equivalente sulle somme contenute nel conto corrente intestato alla società nell'ambito di procedimento penale a carico dell’amministratore per reati fiscali - è consentito nei confronti di una persona giuridica il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di denaro o di altri beni fungibili o di beni direttamente riconducibili al profitto di reato tributario commesso dagli organi della persona giuridica stessa, quando tale profitto (o beni direttamente riconducibili ai profitto) sia nella disponibilità di tale persona giuridica - non è consentito il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente nei confronti di una persona giuridica qualora non sia stato reperito il profitto di reato tributario compiuto dagli organi della persona giuridica stessa, salvo che la persona giuridica sia uno schermo fittizio - non è consentito il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente nei confronti degli organi della persona giuridica per reati tributari da costoro commessi quando sia possibile il sequestro finalizzato alla confisca di denaro o di altri beni fungibili o di beni direttamente riconducibili al profitto di reato tributario compiuto dagli organi della persona giuridica stessa in capo a costoro o a persona (compresa quella giuridica) non estranea al reato - la impossibilità del sequestro del profitto del reato può essere anche solo transitoria, senza che sia necessaria la preventiva ricerca generalizzata dei beni costituenti il profitto di reato - al di fuori dei casi in cui sia stato possibile dimostrare che la società non sia che uno schermo fittizio, è assolutamente normale la disponibilità dei beni societari da parte del suo amministratore ma tale disponibilità deve ritenersi, fino a prova contraria, nell'interesse dell'ente e in ragione della funzione che lo stesso ricopre e ciò in ragione della fondamentale distinzione tra il patrimonio della persona giuridica e quello dei suoi amministratori - il giudice che dispone il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente deve sempre motivare in ordine all'impossibilità del sequestro diretto del profitto di reato con le difficoltà che ciò comporta laddove questo, in materia di reati tributari, è costituito generalmente da un risparmio di spesa - la prova che ci si trovi di fronte al profitto del reato può dirsi raggiunta quando emerga dagli atti o sia comunque altrimenti provato che somme equivalenti a quelle sottratte al pagamento all'erario siano state utilizzate dalla società, nello stesso contesto temporale o, evidentemente, in quello immediatamente successivo, ad esempio, per saldare debiti verso i fornitori, pagare gli stipendi, etc. - irrazionalità del sistema e auspicio di un intervento del legislatore volto ad inserire i reati tributari tra quelli per i quali sia configurabile una responsabilità amministrativa dell'ente ai sensi del D.lgs. 231/2001)
16 aprile 2014 (ud. 20 febbraio 2014) n. 16665 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione III penale* (attività di gestione di rifiuti non autorizzata - una interpretazione della norma costituzionalmente orientata nonché aderente ai principi di cui alla Corte europea dei diritto dell’uomo deve necessariamente condurre a ritenere che la speciale confisca dei mezzi utilizzati per il trasporto illecito di rifiuti deroghi ai principi generali in tema di obbligatorietà, essendo disciplinata, per gli aspetti non regolamentati dalla norma speciale, dalla previsione dell'art. 240 c.p. e, in particolare, dal comma 3, laddove si prevede, per effetto del richiamo ai commi 1 e 2, n. 1, che la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne sono il prodotto o il profitto o il prezzo non opera ove queste appartengano a persona estranea al reato - l'espressa previsione per l'ente di poter provare la sua estraneità ai reati commessi nel suo interesse da persone che rivestono funzioni apicali (artt. 5 e 6 d.lgs. 231 del 2001 cit.), anche quando l'ente sia di piccole dimensioni (art. 6, comma 4), introduce elementi di possibile estraneità dell'ente al reato commesso dal suo legale rappresentante dei quali il giudice non può non tenere conto in sede di confisca di beni diversi dal profitto del reato (essendo il profitto comunque confiscabile a norma dell'art. 6, u.c., d.lgs. n. 231 cit.) - il terzo proprietario del mezzo estraneo al reato (da intendersi come persona che non ha partecipato alla commissione dello stesso o ai profitti che ne sono derivati) può evitare la confisca se provi la sua buona fede ossia che l'uso illecito della res gli sia stato ignoto e non collegabile ad un suo comportamento negligente).
9 aprile 2014 (c.c. 12 marzo 2014) n.15904 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione VI penale* (istanza di astensione e dichiarazione di ricusazione dei giudici componenti il Tribunale chiamato a giudicare della responsabilità di amministratori e legali rappresentanti di società in ordine a reati presupposto della responsabilità degli enti avendo i medesimi giudici composto i collegi del Tribunale che avevano rigettato gli appelli proposti dalle medesime società di cui gli imputati erano rispettivi amministratori e legali rappresentanti avverso rispetto al fatto illecito dell'ente, il reato commesso da un suo dipendente o da un suo soggetto di vertice rappresenta una condizione necessaria sebbene non sufficiente e addurre che in riferimento a tale condizione non si esprima, in fase cautelare, un giudizio prognostico di responsabilità individuale dell'autore del reato è assunto che confligge con i principi di realtà e ragionevolezza - i giudici del collegio del Tribunale, delibando e confermando quali giudici dell'appello cautelare l'ordinanza che aveva applicato la misura interdittiva alle società per gli illeciti amministrativi derivanti dai reati ascritti agli amministratori, hanno necessariamente vagliato la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza della commissione di tali reati da parte degli amministratori stessi cioè dei soggetti tratti a giudizio davanti al medesimo Tribunale per rispondere di quei medesimi reati sicchè sostenere che tale valutazione non sarebbe equiparabile al giudizio prognostico di responsabilità che, nei confronti dell'indagato o dell'imputato, è demandato al Tribunale del riesame cautelare personale, rappresenta una chiave di lettura della vicenda affatto formalistica ed intrinsecamente erronea - rispetto al fatto illecito dell'ente, il reato commesso da un suo dipendente o da un suo soggetto di vertice rappresenta una condizione necessaria sebbene non sufficiente e addurre che in riferimento a tale condizione non si esprima, in fase cautelare, un giudizio prognostico di responsabilità individuale dell'autore del reato è assunto che confligge con i principi di realtà e ragionevolezza - i procedimenti aventi ad oggetto rispettivamente l’appello cautelare riguardante le società e il giudizio di merito nei confronti delle persone fisiche imputate, separati pur non ricorrendo le condizione dettate dall'art. 38 co. 2 D.Lvo 231/2001, per quanto paralleli, sono assolutamente distinti anche sul piano formale sebbene abbiano una base storica comune data dalla commissione del reato)
5 marzo 2014 (ud. 30 gennaio 2014) n. 10561 - sentenza - Corte di Cassazione - sezioni unite penali* (sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta o per equivalente nei confronti di beni di una persona giuridica per violazioni tributarie commesse dal legale rappresentante o da altro organo della stessa - è consentito nei confronti di una persona giuridica il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di denaro o di altri beni fungibili o di beni direttamente riconducibili al profitto di reato tributario commesso dagli organi della persona giuridica stessa, quando tale profitto (o beni direttamente riconducibili al profitto) sia nella disponibilità di tale persona giuridica - non è consentito il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente nei confronti di una persona giuridica qualora non sia stato reperito il profitto di reato tributario compiuto dagli organi della persona giuridica stessa, salvo che la persona giuridica sia uno schermo fittizio - non è consentito il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente nei confronti degli organi della persona giuridica per reati tributari da costoro commessi, quando sia possibile il sequestro finalizzato alla confisca di denaro o di altri beni fungibili o di beni direttamente riconducibili al profitto di reato tributario compiuto dagli organi della persona giuridica stessa in capo a costoro o a persona (compresa quella giuridica) non estranea al reato - la impossibilità del sequestro del profitto di reato può essere anche solo transitoria, senza che sia necessaria la preventiva ricerca generalizzata dei beni costituenti il profitto di reato)
4 marzo 2014 (ud. 28 novembre 2013) n. 10265 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione V penale* (reati societari e abusi di mercato - anche per i reati societari i criteri ascrittivi della responsabilità sono quelli generali previsti dal primo comma dell'art. 5 del D.Lgs. n. 231/2001 nonostante la menzione nell’art. 25 del solo criterio dell’interesse potrebbe rivelare l'apparente intenzione legislativa di ridimensionare l'area della responsabilità dei soggetti collettivi - attività illecite comunque tese a far raggiungere e mantenere alla società una posizione di preminenza sul mercato, anche occultandone le eventuali lacune sul piano della tenuta finanziaria e patrimoniale, non possono non ritenersi consumate quantomeno anche nell'interesse della medesima - irrilevanza ai fini della configurabilità dell'interesse ex ante della società delle vicende successive alla consumazione dei reati presupposto - del tutto irrilevante risulta che eventuali vantaggi seguiti alla consumazione del reato presupposto siano stati solo temporanei ovvero che addirittura il saldo finale della vicenda si sia tradotto in un danno per il soggetto collettivo - il richiamo all'interesse dell'ente caratterizza in senso marcatamente soggettivo la condotta delittuosa della persona fisica e si accontenta di una verifica ex ante - viceversa, il vantaggio, che può essere tratto dall'ente anche quando la persona fisica non abbia agito nel suo interesse, richiede sempre una verifica ex post - la formula normativa non contiene un'endiadi, perché i termini hanno riguardo a concetti giuridicamente diversi, potendosi distinguere un interesse a monte per effetto di un indebito arricchimento, prefigurato e magari non realizzato, in conseguenza dell'illecito, da un vantaggio obbiettivamente conseguito con la commissione del reato, seppure non prospettato ex ante, con la conseguenza che l'interesse ed il vantaggio devono ritenersi criteri imputativi concorrenti, ma alternativi - è da respingere l'opinione per cui i due vocaboli utilizzati dal legislatore sarebbero termini di una endiadi che additerebbe in realtà all'interprete un criterio ascrittivo unitario della responsabilità da reato, riducibile ad un interesse dell'ente inteso in senso obiettivo - ai fini della configurabilità della responsabilità dell'ente, è sufficiente che venga provato che lo stesso abbia ricavato dal reato un vantaggio, anche quando non è stato possibile determinare l'effettivo interesse vantato ex ante alla consumazione dell'illecito e purché non sia contestualmente stato accertato che quest'ultima sia stato commesso nell'esclusivo interesse del suo autore persona fisica o di terzi - è corretto attribuire alla nozione di interesse una dimensione non propriamente od esclusivamente soggettiva, che determinerebbe una deriva psicologica nell'accertamento della fattispecie - il concetto di interesse mantiene invece anche e soprattutto una sua caratterizzazione oggettiva, evidenziata proprio dal disposto del secondo comma dell'art. 5, il che consente di conservare autonomia concettuale al termine vantaggio pure contemplato dalla norma menzionata tra i criteri ascrittivi della responsabilità - l'interesse dell'autore del reato può coincidere con quello dell'ente (rectius: la volontà dell'agente può essere quella di conseguire l'interesse dell'ente), ma la responsabilità dello stesso sussiste anche quando, perseguendo il proprio autonomo interesse, l'agente obiettivamente realizzi (rectius: la sua condotta illecita appaia ex ante in grado di realizzare, giacché rimane irrilevante che lo stesso effettivamente venga conseguito) anche quello dell'ente - perché possa ascriversi all'ente la responsabilità per il reato, è sufficiente che la condotta dell'autore di quest'ultimo tenda oggettivamente e concretamente a realizzare, nella prospettiva del soggetto collettivo, anche l'interesse del medesimo - confisca del profitto del reato - necessità che al concetto di vantaggio economico sia immanente il carattere dell'esternalità e cioè della necessità che il vantaggio conseguito grazie al reato, per essere qualificato come il profitto ricavato dallo stesso, si risolva in un incremento del patrimonio dell'ente - la nozione di profitto confiscabile richiamata negli artt. 240 c.p. e 19 D.Lgs. n. 231/2001 deve ritenersi riferita al vantaggio di natura economica che si risolve per colui che ne beneficia in un effettivo incremento patrimoniale e che possa ritenersi di diretta ed immediata derivazione causale dal reato - il profitto del reato di false comunicazioni sociali non è si identifica con le risorse non vincolate al patrimonio di vigilanza attraverso la sottostima del rischio di credito connesso alle operazioni in derivati - la scorretta rappresentazione del patrimonio può procurare un vantaggio all'ente, ma se questo non si traduce in un immediato incremento dello stesso patrimonio (anche costituito eventualmente da un effettivo risparmio di spesa) non è possibile configurare il conseguimento di alcun profitto assoggettabile alla misura ablativa prevista dall'art. 19 D.Lgs. n. 231/2001)
30 gennaio 2014 (ud. 18 dicembre 2013) n. 4677 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione V penale* (reati societari - aggiotaggio - l'inganno sotteso all’elusione fraudolenta del modello organizzativo e gestionale è diretto verso la struttura aziendale nel cui interesse il modello è stato predisposto - la responsabilità dell'ente non trova fondamento nel non aver impedito la commissione del reato - il fatto solo che il reato sia stato commesso non significa che il modello organizzativo fosse inadeguato - la responsabilità dell’ente non deriva da un atteggiamento psicologico improntato a colpa in ordinando o componendo, sottospecie della colpa in vigilando, ma da una valutazione di adeguatezza del modello organizzativo - la responsabilità dell’ente non ha natura oggettiva atteso che l'oggetto del giudizio (l'articolato normativo che esplicita un protocollo comportamentale) è comunque conseguenza di un'attività volontaria e consapevole di chi lo ha elaborato, approvato e reso esecutivo e dunque si tratta di un giudizio strettamente normativo - i modelli organizzativi e gestionali possono (non devono) essere adottati sulla scorta dei codici di comportamento redatti dalle associazioni rappresentative ma non opera alcuna delega disciplinare a tali associazioni e alcun rinvio per relationem a tali codici che possono certamente essere assunti come paradigma del modello in concreto da adottare il quale tuttavia deve poi essere 'calato' nella realtà aziendale nella quale è destinato a trovare attuazione - anche il fatto che i codici di comportamento siano comunicati al Ministero di Giustizia, che può formulare osservazioni, non vale a conferire a tali modelli il crisma della incensurabilità, quasi che il giudice fosse vincolato a una sorta di ipse dixit aziendale e/o ministeriale, in una prospettiva di privatizzazione della normativa da predisporre per impedire la commissione di reati - nel valutare i modelli il giudice non potrà avere come parametri suoi personali convincimenti o sue soggettive opinioni, ma dovrà far riferimento alle linee direttrici generali dell'ordinamento (e in primis a quelle costituzionali: art 41 comma terzo), ai principi della logica e ai portati della consolidata esperienza - inidoneità di un modello finalizzato a prevenire il reato di aggiotaggio il quale preveda che la comunicazione sia elaborata da un organo interno ma diffusa da organi apicali (presidente e amministratore delegato) sottoposti ai controllo di un organo alle dirette dipendenze proprio del presidente - necessità che la funzione di vigilanza sul funzionamento e sull'osservanza del modello sia attribuita a un organismo dotato di autonomi poteri di iniziativa e controllo e dunque non subordinato all’organo controllante - se all'organo di controllo non è nemmeno concesso di esprimere una dissenting opinion sulla comunicazione (rendendo così almeno manifesta la propria contrarietà modo da mettere in allarme i destinatari), il modello organizzativo non può ritenersi atto a impedire la consumazione di un tipico reato di comunicazione quale è l'aggiotaggio - la elusione fraudolenta ad opera del soggetto apicale costituisce un indice rivelatore della validità del modello nel senso che solo una condotta fraudolenta appare atta a forzarne le misure di sicurezza - la condotta di elusione fraudolenta non può consistere nella mera violazione delle prescrizioni contenute nel modello ma, pur non dovendo necessariamente coincidere con gli artifizi e i raggiri del reato di truffa, non può non consistere in una condotta ingannevole, falsificatrice, obliqua, subdola - l’elusione fraudolenta deve consistere in una condotta di aggiramento di una norma imperativa non di semplice e frontale violazione della stessa, altrimenti ci si trova in presenza di un abuso (cioè dell'uso distorto di un potere) ma non di un inganno e quindi di una condotta fraudolenta)
24 gennaio 2014 n. 3635 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione VI penale* (sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente del profitto di reati presupposto della responsabilità dell’ente - causazione di danni ambientali agendo nell’interesse ed a vantaggio dell’ente omettendo di provvedere ad effettuare opere di risanamento ambientale - irrilevanza, ai fini della responsabilità amministrativa dell’ente, di fattispecie di reato estranee al tassativo catalogo dei reati-presupposto dell’illecito dell’ente collettivo - irrilevanza, ai fini della individuazione del profitto confiscabile, di fattispecie di reato estranee al catalogo dei reati-presupposto anche nella prospettiva di una loro imputazione quali delitti-scopo del reato-presupposto di cui all’articolo 416 c.p. pena la violazione del principio di tassatività del sistema sanzionatorio - assenza di legame eziologico diretto tra violazioni in materia ambientale e componenti del relativo profitto identificabili nel risparmio delle spese necessarie per la realizzazione di opere di risanamento ambientale - la confisca del risparmio-profitto è possibile solo nel momento in cui l’ente realizzasse in concreto un ricavo in misura superiore a quello altrimenti conseguibile tenendo conto dell’entità dei costi ambientali specificamente individuati e determinati all’interno della relativa cornice storico-fattuale - è confiscabile il profitto materialmente conseguito di entità superiore a quello che sarebbe stato ottenuto senza omettere l’erogazione delle spese dovute - ai fini dell’irrogazione della sanzione della confisca del profitto del reato e dell’applicabilità del sequestro ad essa finalizzato rileva il momento consumativo del reato e non il momento di percezione del profitto stesso - necessaria distinzione tra confisca del profitto del reato prevista dagli artt. 9 e 19 come sanzione principale, obbligatoria ed autonoma rispetto alle altre previste a carico dell’ente, e confisca del profitto del reato configurata dall’articolo 6, comma 5, del medesimo decreto, applicabile solo nel caso in cui difetti la responsabilità dell’ente, costituente strumento volto a ristabilire l’equilibrio economico alterato dal reato presupposto i cui effetti siano comunque andati a vantaggio dell’ente - in definitiva è necessario perché possa individuarsi un profitto assoggettabile a sequestro e poi a confisca ai sensi delle disposizioni di cui agli artt. 19 e 53,che si verifichi, quale diretta conseguenza della commissione del reato, uno spostamento reale di risorse economiche, ossia una visibile modificazione positiva del patrimonio dell’ente, evitando improprie assimilazioni tra la nozione di profitto del reato, inteso quale reale accrescimento patrimoniale, e la causazione di meri danni risarcibili relativi a risparmi di spesa indebitamente ottenuti dall’ente per effetto della mancata esecuzione di opere di risanamento ambientale - l’applicazione del vincolo cautelare reale e della successiva misura ablativa non può essere fatta retroagire a condotte realizzate anteriormente alla rilevata esistenza dei presupposti e delle condizioni per la stessa configurabilità della responsabilità amministrativa dell’ente, assumendo rilievo solo le condotte temporalmente coperte dalla vigenza nel catalogo dei reati-presupposto della fattispecie associativa e degli illeciti in materia ambientale)
8 gennaio 2014 (c.c. 28 novembre 2013) n. 326 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione II penale* (ipotesi di revoca delle misure cautelari - risarcimento integrale del danno e eliminazione delle conseguenze dannose del reato ovvero efficace adopramento in tal senso - non costituisce risarcimento effettivo del danno la costituzione di un accantonamento costitutivo di una riserva indisponibile certificata dal collegio sindacale comunicato alle persone danneggiate dal reato solo dieci giorni prima della scadenza del periodo di sospensione di sette mesi concesso dal giudice - le disposizioni funzionali alla regolarizzazione, attraverso schemi rigorosi, dell'organizzazione dell'ente tali da impedire la reiterazione dei reati devono essere interpretate con il massimo rigore per poter perseguire la massima efficacia il che deve tradursi nella diretta consegna alle persone danneggiate della somme costitutive del risarcimento del danno ovvero in modalità che garantiscano la presa materiale della somma risarcita su iniziativa del danneggiato senza la necessità di una ulteriore collaborazione per la traditio dell`ente risarcente - il risarcimento del danno è misura che, nell’impossibilità di una determinazione ancorata a parametri rigidi, presuppone una condotta comunicativa con il danneggiato il quale potrebbe aderire all'offerta oppure rifiutarla allegando motivazioni non pretestuose ma oggettive e meritevoli di ogni seria considerazione - la determinazione del danno e delle conseguenze non deve avvenire per iniziative unilaterali ma in virtù di una collaborazione o comunque contatto tra parti contrapposte, tale da doversi ritenere efficace l'adopramento preteso dalla disposizione - per l'effettività ed ancor più per l'integralità del risarcimento e delle condotte funzionali a realizzarlo, occorrerà che, in relazione al reato per cui si procede contro la persona fisica, la società si impegni ad individuare le persone offese e danneggiate dal reato, a prescindere anche dalla costituzione di parte civile nel giudizio, se instaurato, nei confronti della persona fisica imputata, ed a risarcirne, ove sussistente, il danno ed occorrerà che, in caso di difficile determinazione dello stesso, la società dia prova di essersi adoperata per risarcirlo quanto meno attraverso contatti con gli interessati al risarcimento che possano valere a dimostrare di essa l'effettiva intenzione riparatoria - in relazione al reato di turbata libertà degli incanti il privato che assume di essere danneggiato dal reato deve quanto meno, se individuato, essere destinatario del risarcimento subito e comunque essere contattato dalla società se questa vuole dare prova di essersi adoperata a risarcire integralmente il danno ed a eliminare le conseguenze dannose o pericolose del reato)
30 ottobre 2013 (depositata 22 novembre 2013) - sentenza - Tribunale di Trento in composizione monocratica giudice dr. Guglielmo Avolio* (lesioni colpose gravi commesse con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro - le fattispecie di cui all'art. 25 septies del decreto n. 231/2001 sono imputabili alle persone giuridiche sulla base della constatazione della compatibilità con esse dei criteri di attribuzione della responsabilità dell'interesse o del vantaggio - i criteri dell'interesse o del vantaggio devono essere letti ed accertati in sede processuale non in relazione all'evento (morte o ferimento del lavoratore) verificatosi in seguito all'omesso rispetto delle regole cautelari antinfortunistiche, quanto, piuttosto, in relazione alle stesse condotte emissive colpose causative dell'evento, ricorrendosi per il primo (l'interesse) ad un giudizio prognostico ex ante, e per il secondo (il vantaggio) ad un giudizio causale ex post - per imputare il reato all'ente occorre verificare il vantaggio economico indiretto, costituito dal risparmio dei costi non sostenuti, che la società ha tratto dalla mancata adozione delle misure di sicurezza richieste dalla legge per la prevenzione di infortuni sul lavoro (consulenza per la stesura di un efficace documento valutazione dei rischi; messa in sicurezza del luogo di lavoro e dotazione ai lavoratori di indumenti idonei al sicuro svolgimento delle proprie mansioni; formazione professionale degli stessi ecc.) - la responsabilità dell'ente, al pari di quella dell'imputato-persona fisica, essendo di tipo colposo, non può essere esclusa per la sola esiguità del vantaggio o per la scarsa consistenza dell`interesse perseguito - inferire dall’esiguità del vantaggio o dalla scarsa consistenza dell`interesse perseguito la carenza o l'insufficienza di prova dell'elemento soggettivo è giustificato per tipologie di illecito connotate da colpa cosciente o da dolo eventuale ma non per quelle connotate da colpa - il problema del dosaggio degli antecedenti causali (di tipo omissivo nella configurazione tipica della fattispecie), efficienti rispetto alla causazione dell'evento, dev'essere trattato sempre con particolare attenzione in un contesto generale in cui, sovente, limitate imprudenze o negligenze possono risolversi in immani catastrofi)
22 luglio 2013 – ordinanza – Tribunale di Gorizia – giudice per le indagini preliminari dr.ssa Paola Santangelo* (requisiti per l’applicazione di misura cautelare interdittiva – illecito amministrativo dipendente da delitti di criminalità organizzata – associazione per delinquere – presupposti per l'applicabilità di una misura cautelare interdittiva nei confronti di un ente – requisito del profitto di rilevante entità a seguito dell'aggiudicazione dell'appalto a società facenti capo agli associati a delinquere o all'esecuzione dei lavori a mezzo sub appalto - anche il delitto associativo può determinare un profitto inteso come l'insieme dei benefici tratti dall'illecito ed a questo intimamente attinenti il quale può consistere nel complesso dei vantaggi direttamente conseguenti dall'insieme dei reati-fine, dai quali è dei tutto autonomo e la cui esecuzione è agevolata proprio dall'esistenza di una stabile struttura organizzata e da un comune progetto delinquenziale – necessità di un'analisi specifica degli elementi concreti con riferimento al “valore reale" delle commesse, come indizio della rilevanza del profitto, ed alla necessità di accertare che questi rappresenti un'utilità effettivamente “tratta” dal reato – fattispecie in cui le società che hanno tratto un profitto dal reato non sono di piccole dimensioni, hanno incamerato lavori nettamente superiori alle commesse accertate e, sebbene le stesse abbiano partecipato a numerose gare, sono risultate aggiudicatarie o comunque interessate a un numero limitato di lavori nella maggior parte dei casi di valore nominale modesto)
5 giugno 2013 (c.c. 22 maggio 2013) n. 24559 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione VI penale* (sequestro preventivo finalizzato alla confisca del profitto del reato - aggiotaggio - l'espressione normativa "nel suo interesse o a suo vantaggio" non contiene un'endiadi perché i termini hanno riguardo a concetti giuridicamente diversi potendosi distinguere un interesse "a monte" per effetto di un indebito arricchimento, prefigurato e magari non realizzato, in conseguenza dell'illecito da un vantaggio obbiettivamente conseguito con la commissione del reato, seppure non prospettato "ex ante" sicché l'interesse ed il vantaggio sono in concorso reale - la responsabilità della persona giuridica non è esclusa laddove l'ente abbia avuto un interesse concorrente a quello dell'agente o degli agenti che, in posizione qualificata nella sua organizzazione, abbiano commesso il reato presupposto - non è corretto far coincidere l'interesse oggettivo con le soggettive intenzioni e rappresentazioni dell'agente o degli agenti poiché quel requisito finirebbe per essere ingiustificatamente identificato con il dolo specifico che riguarda la sfera soggettiva dell'autore o degli autori del reato presupposto, e non l'ente – il profitto del reato di aggiotaggio tratto dalla stessa società è, come tale, sempre confiscabile a mente sia dell'art. 2461 cod. civ., che dell'art. 6 comma 5 d.lgs. n. 231 del 2001, anche laddove dovesse essere esclusa la responsabilità amministrativa dell'ente - la confisca del profitto del reato prevista dagli artt. 9 e 19 d.lgs. n. 231 del 2001 si configura come sanzione principale, obbligatoria ed autonoma rispetto alle altre previste a carico dell'ente, e si differenzia da quella configurata dall'art. 6 comma 5 del medesimo decreto, applicabile solo nel caso difetti la responsabilità della persona giuridica, la quale costituisce invece uno strumento volto a ristabilire l'equilibrio economico alterato dal reato presupposto, i cui effetti sono comunque andati a vantaggio dell'ente.
2 maggio 2013 (c.c. 10 gennaio 2013) n. 19051 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione VI penale* (carattere di sanzione principale, autonoma e obbligatoria della confisca prevista dall'art. 19 d.lgs. 231 del 2001, avente natura afflittiva e funzione di deterrenza in vista di prevenzione generale e speciale - l'uso della locuzione “può” contenuta nel secondo comma dell'art. 19 cit. non trasforma in sanzione facoltativa la confisca di valore ma sta semplicemente a significare che perché abbia luogo questo tipo di confisca il giudice deve preventivamente verificare l'impossibilità di procedere alla confisca diretta del prezzo o del profitto e l'equivalenza di valore tra i beni confiscati e il prezzo o il profitto derivante dal reato - non c'è alcuna differenza con la confisca per equivalente regolamentata nel codice penale (artt. 322-ter, 640-quater, 644 c.p.) - la natura obbligatoria della confisca comporta che l'adozione del sequestro preventivo non deve essere preceduta da una valutazione comparativa tra ragioni della confisca e interessi dei creditori della procedura fallimentare ma al contrario la valutazione in ordine al periculum deve limitarsi alla sola verifica della stessa confiscabilità del bene - in tema di sequestro preventivo funzionale alla confisca di beni appartenenti alla società fallita la curatela fallimentare non è terzo estraneo al reato, in quanto il concetto di appartenenza ha una portata più ampia del diritto di proprietà sì che deve intendersi per terzo estraneo al reato soltanto colui che non partecipi in alcun modo alla commissione dello stesso o all'utilizzazione dei profitti derivati - il sequestro preventivo avente ad oggetto un bene confiscabile in via obbligatoria deve ritenersi assolutamente insensibile alla procedura fallimentare, prevalendo l'esigenza di inibire l'utilizzazione di un bene intrinsecamente e oggettivamente "pericoloso" in vista della sua definitiva acquisizione da parte dello Stato e lo stesso deve dirsi con riferimento ai sequestro finalizzato alla confisca obbligatoria, per equivalente, del profitto ottenuto illecitamente in quanto derivante da reato - nel sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente è necessaria da parte del giudice una valutazione relativa all'equivalenza tra il valore dei beni e l'entità del profitto, così come avviene in sede esecutiva della confisca, non essendovi ragioni per cui durante la fase cautelare possa giustificarsi un sequestro avente ad oggetto beni per un valore eccedente il profitto o il prezzo del reato)
28 febbraio 2013 - sentenza (estratto) - Corte I di Assise di Appello di Torino* (illecito dipendente dal reato di omicidio colposo plurimo commesso con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro - questione di inesigibilità della condotta con riferimento alla ristrettezza dei tempi fra il 10 agosto 2007, giorno della pubblicazione della L.123/07, e il 6 dicembre 2007, data dell’evento del reato - benché il consiglio di amministrazione avesse già in data 30 ottobre 2007 iniziato l’analisi di un modello finalizzato alla prevenzione degli infortuni sul lavoro, si trattava di un adempimento solo burocratico e non seriamente operativo - la composizione dell’organismo di vigilanza è essenziale perché lo stesso modello possa ritenersi efficacemente attuato - l’organismo deve essere dotato di autonomi poteri di iniziativa e di controllo ossia ne deve sempre essere garantita l’autonomia dell’iniziativa di controllo - l’autonomia deve in primo luogo sussistere rispetto all’organo dirigente ed è indispensabile che all’organismo non siano attribuiti compiti operativi ovvero che, in caso di composizione plurisoggettiva, anche i componenti provenienti dall’ente non svolgano funzioni operative - difetta di autonomia l’organismo di cui faccia parte il responsabile di un’area (manutenzione degli impianti e organizzazione del servizio di emergenza) sulla quale sia chiamato a svolgere i propri controlli - l’accettazione di un conflitto di interessi denota la propensione a strutturare il modello e l’organo in termini burocratici e di facciata e non di effettiva prevenzione dei reati.- l’interesse dell’ente è quello che deve animare la condotta dell’imputato e non essere l’obiettivo del reato - poiché il profitto è ricollegato dalla legge alla condotta, la condotta può ben essere intenzionalmente orientata ad un profitto anche nei reati colposi - scelta gestionale centrale di non investire espressamente correlata alla chiusura dello stabilimento - esclusione della violazione dei principi costituzionali di determinatezza dell’addebito, di congruità e ragionevolezza della sanzione, di presunzione di innocenza e dunque di onere di provare l’accusa in capo al pubblico ministero)
22 febbraio 2013 (c.c. 16 novembre 2012) n. 8740 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione II penale* (in caso di reati plurisoggettivi il sequestro preventivo per equivalente può incidere indifferentemente tanto sui beni dell'ente che ha tratto vantaggio dal reato quanto sui beni della persona fisica che ne è autore materiale, interessando ogni concorrente anche per l'intero profitto ove non sia possibile stabilire l'entità dell'arricchimento individuale ma risulti la corresponsabilità di tutti nell'illecito, con l'unico limite che il vincolo cautelare non può eccedere il valore complessivo del profitto - il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente, avendo natura provvisoria, può interessare indifferentemente ciascuno dei concorrenti anche per l'intera entità del profitto accertato, anche se poi il provvedimento definitivo di confisca, rivestendo invece natura sanzionatoria, non può essere duplicato o comunque eccedere nel quantum l'ammontare complessivo dello stesso profitto - ai fini della ripartizione interna tra correi della cautela reale, il sequestro preventivo ha natura provvisoria, essendo strumentale alla futura esecuzione della confisca, e può pertanto essere disposto, per l'intero (e, cioè, fino all'entità del profitto complessivo), nei confronti di ciascuno degli indagati, a differenza della confisca, istituto di natura sanzionatoria che non può in alcun caso eccedere l’ammontare del prezzo o del profitto del reato - non può escludersi in linea di principio la possibilità di sottoporre a vincolo cautelare crediti che siano certi, liquidi ed esigibili - non può escludersi nel caso concreto che, quanto meno nell`ambito di una valutazione limitata sul piano cautelare al fumus commissi delicti, che il profitto costituisca immediata e diretta conseguenza del contratto stipulato tra due società non può negarsi aprioristicamente, ai fini dell'applicazione della misura cautelare reale, che un credito che sia certo, liquido ed esigibile possa costituire un'utilità” ex artt. l9, comma secondo, e 53 D.Lgs. n. 231/2001, in quanto l'ente creditore ben potrebbe comunque cederlo a titolo oneroso e acquisire in tal modo un effettivo arricchimento patrimoniale).
10 gennaio 2013 - sentenza - Tribunale di Torino - sezione I penale - giudice dr. Giuseppe Marra* (illecito amministrativo dipendente dal reato di lesioni personali aggravate - interesse o vantaggio dell’ente - sussiste il requisito dell’interesse nei casi in cui si dimostra una tensione finalistica della condotta illecita dell’autore volta a beneficiare l’ente stesso, in forza di un giudizio ex ante, ossia da riportare al momento della violazione della norma cautelare - sono imputabili agli enti solo quei comportamenti delle persone fisiche psicologicamente diretti a perseguire un interesse dell’ente e restano quindi fuori dal campo tutta una serie di violazioni derivanti dalla semplice imperizia, dalla sottovalutazione dei rischi o anche dall’imperfetta esecuzione delle misure preventive previste, in quanto non frutto di esplicite deliberazioni volitive finalisticamente orientate a soddisfare un interesse dell’ente - l’errore occasionale da parte del soggetto qualificato non può essere sufficiente a fondare la responsabilità dell’ente se non affermando l’automatismo tra esercizio delle funzioni all’interno dell’ente e perseguimento dell’ interesse dello stesso, affermazione che tuttavia violerebbe il principio di colpevolezza richiesto anche dall’art. 5 del d.lgs. 231/2001 - il requisito del vantaggio è strutturato in termini oggettivi e va verificato ex post, anche a prescindere dalla sussistenza di un profilo di colpevolezza soggettiva in capo all’autore del reato penale, ma al fine di evitare surrettizie forme di responsabilità oggettiva può configurare la responsabilità dell’ente solo ove sia al contempo riscontrabile un profilo di c.d. colpa nell’organizzazione come descritta dagli artt. 6 e 7 del d.lgs. 231/2001 giacchè appare necessario escludere dal novero delle ipotesi di responsabilità dell’ente tutti quei casi in cui un qualsivoglia vantaggio si sia realizzato in maniera del tutto fortuita)
10 settembre 2012 (c.c. 31 maggio 2012) n. 34505 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione VI penale* (sequestro preventivo finalizzato alla confisca del profitto del reato - necessità di subordinare il sequestro preventivo alla accertata sussistenza dei gravi indizi di responsabilità dell'ente - il controllo dei presupposti del sequestro limitato alla sola sussumibilità della fattispecie concreta nell'ipotesi delittuosa individuata dal pubblico ministero appare dei tutto inadeguato proprio in quanto la misura cautelare è diretta ad anticipare gli effetti di una sanzione principale - presupposto per il sequestro preventivo di cui all'art. 53 d.lgs. 231/2001 è un fumus delitti "allargato" che finisce per coincidere sostanzialmente con il presupposto dei gravi indizi di responsabilità dell'ente al pari di quanto accade per l'emanazione delle misure cautelari interdittive - i gravi indizi coincideranno con quegli elementi a carico di natura logica o rappresentativa anche indiretti che sebbene non valgono di per sé a dimostrare oltre ogni dubbio l'attribuibilità dell'illecito all'ente con la certezza propria del giudizio di cognizione tuttavia globalmente apprezzati nella loro consistenza e nella loro concatenazione logica, consentono di fondare allo stato una qualificata probabilità di colpevolezza - l'apprezzamento dei gravi indizi deve portare il giudice a ritenere l'esistenza di una ragionevole e consistente probabilità di responsabilità, in un procedimento che avvicina la prognosi sempre più ad un giudizio sulla colpevolezza, sebbene presuntivo in quanto condotto allo stato degli atti, ma riferito alla complessa fattispecie di illecito amministrativo attribuita all'ente indagato - il requisito del periculum coincide con la confiscabilità del profitto o del prezzo derivante dal reato, senza alcuna prognosi di pericolosità e il relativo accertamento riguarda esclusivamente l'individuazione e la quantificazione del profitto o del prezzo assoggettabile a confisca, secondo i criteri stabiliti dalla sentenza delle Sezioni unite della Corte di Cassazione)
29 agosto 2012 (c.c. 4 luglio 2012) n. 33371 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione III penale* (sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente - la confisca per equivalente assolve ad una funzione sostanzialmente ripristinatoria della situazione economica modificata in favore del reo dalla commissione dei fatto illecito mediante l’imposizione di un sacrificio patrimoniale di corrispondente valore a carico del responsabile e pertanto si connota per il carattere afflittivo e la consequenzialità con l'illecito proprie della sanzione penale mentre esula dalla stessa qualsiasi funzione di prevenzione che costituisce la principale finalità delle misure di sicurezza - l'istituto della confisca per equivalente non è applicabile retroattivamente - l'istituto è inapplicabile nei confronti di un soggetto diverso dall'autore del reato ex art. 27, comma 1, della Costituzione, a nulla rilevando, con riferimento alle persone giuridiche, il cosiddetto rapporto di immedesimazione organica del reo con l'ente del quale con compiti o poteri vari fa parte - la confisca per equivalente prevista dall'art. 19 del d.lgs. 231/2001 è applicabile esclusivamente con riferimento ai reati previsti dagli art. 24 e ss. tra i quali non rientrano quelli fiscali fatta salva l'ipotesi in cui la struttura societaria costituisca un apparato fittizio utilizzato dal reo proprio per porre in essere i reati di frode fiscale o altri illeciti sicché ogni cosa fittiziamente intestata alla società sia immediatamente riconducibile alla disponibilità dell'autore del reato - dalla natura sanzionatoria della confisca per equivalente consegue che non deve necessariamente sussistere un rapporto di pertinenzialità tra i beni oggetto della misura oblatoria ed il reato - il carattere sanzionatorio della confisca finalizzata a sottrarre dal patrimonio dei reo beni per un valore equivalente al profitto del reato rende irrilevante l'epoca di acquisto dei beni oggetto della misura ablatoria)
10 luglio 2012 - sentenza - Tribunale di Milano - Giudice per le Indagini Preliminari dr. D’Arcangelo* (prescrizione - la prescrizione attinge non solo la sanzione ma anche l’illecito amministrativo in quanto il riferimento alla consumazione del reato e l’indicazione di specifici atti interruttivi che precedono il processo rendono evidente come il fenomeno estintivo riguardi l’intera fattispecie di responsabilità da reato dell’ente e non già meramente le sue conseguenze sanzionatorie - pluralità di illeciti - la pluralità di illeciti ricorre allorché gli stessi siano commessi all’interno del medesimo settore organizzativo della società, nello svolgimento della medesima attività e prima che per uno di essi sia pronunciata sentenza anche non definitiva - in caso di pluralità di illeciti il termine di prescrizione decorre dalla consumazione di ogni singolo illecito e non già dalla consumazione dell’ultimo episodio avvinto dalla fattispecie - reati societari - ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza - interesse dell’ente - perseguimento di un interesse criminoso autonomo e distinguibile da quello degli imputati persone fisiche e finalizzato ad ostendere alla Autorità di Vigilanza condizioni economiche e di mercato artatamente alterate e difformi da quelle reali - modelli organizzati adottati all’epoca delle false comunicazioni inidonei a scongiurare la commissione dei delitti presupposto – condotte criminose avvenute al di fuori di qualsiasi procedura operativa approvata con esclusione di ogni forma di controllo e verifica da parte di organi di controllo interni alla società)
31 maggio 2012 (c.c. 22 febbraio 2012) n. 20976 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione II penale* (sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente del profitto del reato non soltanto nei confronti della società che ha beneficiato del prezzo o del profitto del reato ma anche delle persone fisiche che hanno concorso nella sua commissione - il sequestro può incidere contemporaneamente od indifferentemente sui beni dell'ente che dal medesimo reato ha tratto vantaggio e su quelli della persona fisica che lo ha commesso - il sequestro sui beni della persona fisica non richiede per la sua legittimità la preventiva escussione del patrimonio della persona giuridica nell'interesse della quale il reato è stato commesso - il sequestro può interessare indifferentemente ciascuno dei concorrenti anche per l'intera entità del profitto accertato anche se l'espropriazione non può essere duplicata o comunque eccedere nel quantum l'ammontare complessivo dello stesso - nozione di profitto del reato - distinzione fra il "reato contratto" cioè il caso in cui vi è una vera a propria immedesimazione del reato con il negozio giuridico ed il "reato in contratto" che si ha allorquando il comportamento penalmente rilevante non coincide con la stipulazione del contratto in sé ma va ad incidere solamente sulla fase di formazione della volontà contrattuale o su quella di esecuzione del programma negoziale - nel caso di "reato in contratto" il profitto confiscabile non corrisponde a qualsiasi prestazione percepita in esecuzione del rapporto contrattuale ma solo al vantaggio economico derivante dal fatto illecito - se il fatto penalmente rilevante ha inciso sulla fase di individuazione dell'aggiudicatario di un pubblico appalto ma poi l'appaltatore ha regolarmente adempiuto alle prestazioni nascenti dal contratto il profitto del reato per il corruttore non equivale all'intero prezzo dell'appalto ma solo al vantaggio economico conseguito per il fatto di essersi reso aggiudicatario della gara pubblica corrispondente all'utile netto dell'attività d'impresa)
15 maggio 2012 - causa C‑79/11 - Corte di Giustizia dell’Unione Europea - conclusioni dell’avvocato generale Eleanor Sharpston* (la regola generale sancita nella prima parte dell’articolo 9, paragrafo 1, della decisione quadro del Consiglio 2001/220/GAI del 15 marzo 2001 stabilisce che ciascuno Stato membro garantisca alla vittima di un reato il diritto di ottenere, entro un ragionevole lasso di tempo, una decisione relativa al risarcimento da parte dell’autore del reato nell’ambito del procedimento penale e deve essere interpretata nel senso che, qualora l’ordinamento giuridico di uno Stato membro preveda la possibilità di instaurare un procedimento nei confronti di persone giuridiche con riferimento ad un illecito, la circostanza che tale ordinamento possa qualificare la responsabilità rispetto a tale illecito come «indiretta e sussidiaria» e/o «amministrativa» non solleva tale Stato membro dall’obbligo di applicare le disposizioni dell’articolo 9 rispetto alle persone giuridiche se: 1) i criteri in base ai quali viene definito l’illecito sono sanciti mediante rinvio alle disposizioni del codice penale; 2) alla base della responsabilità di una persona giuridica vi è sostanzialmente la commissione di un illecito da parte di una persona fisica e; 3) il procedimento a carico di una persona giuridica è promosso dinanzi al giudice penale, è assoggettato alle disposizioni del codice di procedura penale e, in circostanze normali, verrà riunito con il procedimento a carico della persona o persone fisiche che avrebbero commesso l’illecito di cui trattasi)
21 marzo 2012 (dep. 18 giugno 2012) - sentenza - Corte di Appello di Milano - sezione II penale* (reati societari - aggiotaggio - reati commessi dopo l’adozione del modello conforme alle linee-guida di Confindustria - reati commessi prima dell’adozione del modello ma dopo l’adozione di un codice di autodisciplina sulla base dei principi dettati da Borsa Italiana - ai fini dell’efficacia esimente poco importa l'etichetta che viene data al modello che può essere anche quella di codice di autodisciplina o documento di corporate governance essendo invece decisivo che il modello presenti il contenuto minimo essenziale previsto dall'art. 6 del d.lgs. 231/2001 - in presenza della commissione di un reato non può automaticamente essere giudicato inefficace il modello ma occorre verificare la causa della elusione che ha agevolato la consumazione del reato – vi è elusione fraudolenta del modello da parte dei responsabili della società che non rispettano il corretto iter di formazione dei comunicati stampa emettendoli invece con rappresentazione di dati falsi e manipolati rispetto ai dati elaborati dai tecnici competenti in modo da renderli soddisfacenti al mercato cui sono destinati - la fraudolenza deve riguardare non già gli operatori del mercato cui l'informazione è diretta bensì gli altri protagonisti della procedura in quanto la frode deve avere funzione strumentale rispetto all'elusione del modello di organizzazione e delle sue procedure - il giudizio circa la vigilanza sul funzionamento del modello deve tenere conto dell'estrema difficoltà se non dell'impossibilità di verificare come in concreto funzioni il modello all'interno della società - il fatto che siano stati commessi tre reati di aggiotaggio da parte dei responsabili della società non può di per sé considerarsi elemento indicativo dell'inefficacia del modello se si considera che si tratta di tre reati commessi in assai breve arco di tempo e che vi è stata elusione fraudolenta del modello da parte dei vertici - il comportamento fraudolento in quanto tale non può essere impedito da nessun modello organizzativo e nemmeno dal più diligente organismo di vigilanza)
26 gennaio 2012 (c.c. 11 novembre 2011) n. 3311 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione I penale* (confisca del profitto (plusvalenze) derivato dai reati di manipolazione del mercato e di ostacolo all'esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza - costi, commissioni, oneri finanziari - la nozione di profitto del reato coincide con li complesso dei vantaggi economici tratti dall'illecito e a questo strettamente pertinenti, senza che da esso possano essere sottratti i costi sostenuti per la commissione del reato - interessi maturati dopo la sentenza di applicazione delle sanzioni nelle more tra la pubblicazione della decisione e l'effettivo trasferimento delle somme nella materiale disponibilità dello Stato - con il provvedimento di confisca si determina il trasferimento dei beni allo Stato con conseguente perdita della titolarità di essi da parte delle persone giuridiche e fisiche che subiscono l'ablazione sicché i frutti delle somme confiscate spettano al titolare di esse da identificarsi nello Stato - richiesta di applicazione della sanzione indicante anche gli importi dei profitti conseguiti ai fini della confisca obbligatoria - il provvedimento di confisca dei beni sequestrati contenuto nella sentenza di condanna, di applicazione della pena o di proscioglimento fa stato nei confronti dei soggetti che hanno partecipato al procedimento di cognizione - solamente i terzi che non abbiano rivestito la qualità di parte nel processo in cui sia stata disposta la confisca sono legittimati a far valere davanti al giudice dell'esecuzione i diritti vantati sui beni confiscati con sentenza irrevocabile)
4 luglio 2011 (dep. 13 luglio 2011) - sentenza - Giudice dell’udienza preliminare presso il Tribunale di Cagliari dr. Giorgio Altieri* (il concetto di interesse o vantaggio ovvero la direzione finalistica del reato quale criterio di imputazione del reato alla persona giuridica - riferibilità alla condotta e non all’evento del concetto di interesse o vantaggio nei delitti di omicidio o lesioni colpose con violazione delle norme sulla tutela della salute e della sicurezza sul lavoro e violazione del principio di tassatività - questione di legittimità costituzionale non manifestamente infondata - riferibilità dell’interesse alla condotta in una prospettiva soggettiva ed ex ante che ne esprime la direzione finalistica - riferibilità del vantaggio all’evento di cui presuppone la verificazione in quanto risultato materiale dell’azione delittuosa - non necessarietà della compresenza dell’interesse e del vantaggio agli effetti dell’imputazione del reato alla persona giuridica - riferibilità dell’interesse alla condotta consapevole e volontaria in violazione delle norme sulla tutela della salute e della sicurezza sul lavoro - volontarietà della condotta derivante non da semplice sottovalutazione dei rischi o da cattiva considerazione delle misure di prevenzione necessarie ma rivelatrice di una tensione finalistica verso un obiettivo di risparmio di costi aziendali - indifferenza della proiezione della sfera psicologica dell’agente in chiave di dolo eventuale, colpa con previsione dell’evento o colpa incosciente - non imputabilità all’ente di condotta colposa non volontaria e non finalisticamente orientata dall’interesse dell’ente ancorchè nemmeno diretta a soddisfare un interesse personale del reo - ravvisabilità della direzione finalistica della condotta nella riduzione dei tempi e dei costi della fermata di un impianto idustriale - necessità di ravvisare l’interesse non in qualsiasi condotta dell’agente bensì nella sola condotta colposa che ha cagionato l’evento del reato di omicidio o lesioni colpose con violazione delle norme sulla tutela della salute e della sicurezza sul lavoro)
3 gennaio 2011 - sentenza - Tribunale di Milano giudice dell’udienza preliminare dr. Fabrizio D’Arcangelo* (reati societari e abusi di mercato - inammissibilità dell’eccezione di indeterminatezza dell’imputazione a seguito della richiesta incondizionata di giudizio abbreviato - principi generali e criteri di attribuzione della responsabilità amministrativa - colpa di organizzazione declinata secondo il paradigma dei modelli di gestione ed organizzazione - causa di esonero da responsabilità per gli illeciti commessi da soggetti in posizione apicale e non elemento della fattispecie ascrittiva della responsabilità - in caso di reato presupposto commesso da apicali è ultroneo o comunque non doveroso il riferimento nel capo di imputazione alla colpa concretamente attribuibile all’ente, al modello di gestione ed organizzazione adottato, all’idoneità o meno dello stesso a prevenire delitti del tipo di quelli posti in essere e comportamento alternativo lecito esigibile - interesse e vantaggio dell’ente - interesse esclusivo proprio dell’autore o di terzi - irrilevanza e manifesta infondatezza di questione di illegittimità costituzionale dell’art. 6 del d.lgs. 231/01 per difetto di determinatezza e, pertanto, per contrasto con le disposizioni di cui agli artt. 24, comma primo, 25, comma secondo, e 27, commi primo e secondo, della Costituzione - profili di inadeguatezza dell’assetto organizzativo e dei presidi di controllo - confisca del profitto del reato di false comunicazioni sociali - confisca del profitto del reato di manipolazione informativa)
5 ottobre 2010 (c.c. 17 giugno 2010) - sentenza n. 35748 - Corte di Cassazione - sezione VI penale* (truffa ai danni dello Stato - sequestro finalizzato alla confisca del profitto del reato - reato in contratto - differenza tra vantaggio economico derivante direttamente dal reato che può essere oggetto di confisca e incremento economico determinato da prestazione lecita eseguita in favore della controparte nel corso del rapporto contrattuale che costituisce profitto non confiscabile in quanto estraneo all'attività criminosa - il corrispettivo di una prestazione regolarmente eseguita dall'obbligato ed accettata dalla controparte che ne trae comunque una concreta utilitas non può costituire componente del profitto da reato perché trova titolo legittimo nella fisiologica dinamica contrattuale e non può ritenersi sine causa o sine iure - il vantaggio economico di diretta e immediata derivazione causale dal reato costituente profitto confiscabile è concretamente determinato al netto dell'effettiva utilità conseguita dal danneggiato nell'ambito del rapporto sinallagmatico con l'ente - distinzione tra profitto del reato confiscabile e danno indiretto arrecato alla pubblica amministrazione oggetto di una pretesa risarcitoria - illegittimità del sequestro e della confisca per equivalente di crediti - legittimità del sequestro e della confisca diretti di crediti purché certi, liquidi ed esigibili - non sequestrabilità del profitto di reato che possa essere restituito al danneggiato)
1° ottobre 2010 (dep. 26 ottobre 2010) - sentenza - Tribunale di Novara - Giudice dell'udienza preliminare dr. Gianfranco Pezone* (omicidio colposo commesso con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro - criteri di attribuzione della responsabilità dell'ente - colpa organizzativa e gestionale - esigibilità della condotta nonostante il breve tempo intercorso tra l'entrata in vigore della normativa contestata e la commissione del fatto-reato - responsabilità dell'ente anche in caso di inosservanza del generale obbligo di tutela degli ambienti di lavoro sancito dall'art. 2087 c.c. - interesse o vantaggio dell'ente - il vantaggio costituisce il criterio naturalmente più idoneo a fungere da indice di collegamento tra ente e illecito - ravvisabilità del vantaggio laddove un soggetto agisca per conto dell'ente con sistematiche violazioni di norme cautelati così da far rientrare quella condotta nella politica di impresa volta alla svalutazione della gestione in materia di sicurezza con conseguente abbattimento dei costi e spese per l'adozione ed attuazione dei presidi antinfortunistici nonché ottimizzazione dei profitti - riferibilità dei criteri di interesse o vantaggio non al reato e quindi all'evento di morte o lesione della vittima bensì alle condotte costitutive di esso e quindi alla violazione di regole cautelari connesse al determinismo dell'evento - non ravvisabilità dell'interesse o vantaggio in re ipsa nello stesso ciclo produttivo in cui si è realizzata la condotta casualmente connessa all'infortunio con conseguente sussistenza automatica dei presupposti della responsabilità amministrativa dell'ente solo perché il reato è stato commesso nello svolgimento della sua attività)
23 Aprile 2009 - ordinanza - Tribunale di Milano - Giudice per le indagini preliminari dr. Vanore* (reato di cui agli artt. 640 c.2 n.1, 112 n.1, 61 n.7 c.p. e art. 61 n.9 c.p. commessi da funzionari e Direttore Generale pro tempore del Comune di (E) - prestito obbligazionario per la ristrutturazione del debito dell’ente territoriale in luogo della rinegoziazione dei mutui in essere - prospettazione di condizioni di convenienza economica per l’ente territoriale - spoglio doloso della tutela dovuta al Comune in forza della qualificazione di intemediate customer secondo la normativa inglese - truffa aggravata in danno di ente pubblico mediante artifizi e raggiri inerenti movimenti e condizioni di rientro delle somme - sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente del profitto del reato nei confronti delle banche arranger (capofila) - responsabilità dell’ente per non avere, prima della commissione dei fatti ascritti e contestati alle persone che hanno agito in virtù del rapporto di immedesimazione organica con l’ente, attuato modelli di organizzazione di gestione idonei a prevenire reati della specie di quelli verificatisi - mancata verifica della sussistenza degli indizi di colpevolezza a carico dell’ente - sufficienti l’astratta configurabilità del reato e del correlato illecito amministrativo per l’attribuzione della responsabilità all’ente - provvedimento di sequestro finalizzato alla successiva confisca per equivalente disposto nei confronti di uno qualsiasi tra i concorrenti per l’intero importo del profitto - nomina del custode a cura dell’ufficio del P.M.)
11 Gennaio 2005 - parere - Consiglio di Stato - sezione III* (richiesta di parere formulata dal Ministero per le Attività Produttive in materia di applicazione delle misure cautelari interdittive previste dagli artt. 45 e seguenti del D.Lgs. 231/01 - definizione della portata di tali misure ed effetti per le società controllate o partecipate -effetti per le associazioni temporanee di imprese, per i gruppi europei di interesse economico e per i consorzi stabili di imprese - applicabilità a contratti già conclusi - applicabilità a contratti di service - non estensione alle partecipate e/o controllate del divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione a seguito di provvedimento riferito alla sola capogruppo - responsabilità di altre società rientranti nel gruppo ipotizzabile solo quando sia dimostrato che i rispettivi soggetti in posizione apicale o i rispettivi dipendenti hanno contribuito alla commissione del reato in concorso con quelli della capogruppo e sempre che la singola società non possa produrre la prova liberatoria prevista dal citato primo comma dell’art. 6 d.lgs. cit. - nozione “ampia” di Pubblica Amministrazione, inclusiva di tutti i soggetti, ivi compresi i privati concessionari di servizi pubblici, le imprese pubbliche e gli organismi di diritto pubblico, che sono chiamati ad operare nell’esercizio di una pubblica funzione - bene giuridico protetto col divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione. identificato nell’autorità e nel prestigio della Pubblica Amministrazione)