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PROFILI DI RESPONSABILITA' PENALE NEI GRUPPI DI SOCIETA' - di Giovanni Paolo Accinni




1. Premessa.

L'ordinamento penale italiano non mai ha contemplato una disposizione specifica in tema di responsabilità penali all'interno dei c.d. gruppi societari. La norme del diritto penale societario, prima della riforma operata con d.lgs. 61/2002, non prendevano infatti in considerazione gli eventuali rapporti esistenti tra società, ma solo le condotte poste in essere all'interno della singola società.
La dottrina e la giurisprudenza, per contro, non avevano mancato di rilevare ed analizzare le possibili implicazioni che i rapporti fra società avrebbero potuto determinare nell'applicazione delle predette norme incriminatrici .
Si era dunque avuto modo di chiarire che il problema principale in materia era (e, per la verità, tale resta tutt'ora) che ad un'"unica" grande impresa intesa in senso economico (il gruppo, appunto) si contrappongono una pluralità di società che, pur sottoposte alla direzione unitaria della capogruppo, conservano la propria autonomia giuridica: non cessano cioè di essere soggetti giuridicamente distinti.
Ed è proprio siffatta contrapposizione che, oggi come allora, può generare problemi di non facile soluzione. Infatti, se in ragione dell'evidenziata unicità del soggetto economico chi è chiamato ad amministrarlo è naturalmente portato a gestirlo come un'unica impresa, l'autonomia giuridica delle società nelle quali è organizzato impone per contro agli amministratori di ciascuna società di non agire in conflitto di interessi con la società alla quale sono preposti.
Vero che, di regola, l'interesse sociale della capogruppo (ovvero quello del gruppo da questa espresso) e quello delle società affiliate sono – o almeno dovrebbero essere – omogenei e convergenti. E tuttavia non può escludersi che in casi specifici, magari rispetto all'esigenza di adottare particolari determinazioni, quegli interessi non coincidano e siano anzi configgenti.
"Sovente, infatti, la massimizzazione del risultato economico globale «esige» «riti sacrificali», in termini di «travasi di risorse» dall'una all'altra affiliata: e così – tanto per richiamare ipotesi emblematiche – finanziamenti gratuiti intesi a sostenere comparti nevralgici; o canalizzazioni di utili, tramite operazioni di transfert price, verso società in perdita o residenti in paesi a più bassa fiscalità, onde ridurre il carico tributario complessivo" .
In ipotesi similari gli amministratori della singola società del gruppo (spesso peraltro espressione della capogruppo) sono chiamati a rispettare al contempo l'obbligo di agire nell'interesse della società alla cui amministrazione sono preposti, ovvero di non agire in conflitto con l'interesse di questa, e l'esigenza contrastante di rispettare la politica del gruppo.
Il problema si pone in ragione del dovere che impone in capo agli amministratori di ciascuna società figlia di perseguire l'interesse della società da loro amministrata, in assenza cioè del perseguimento di interessi che rispetto alla stessa siano estranei, ovvero "extra-sociali" quali appunto sono, o potrebbero essere considerati, i configgenti interessi del gruppo. Qualora infatti i due interessi fossero contrastanti, ovvero incompatibili, quello di gruppo sarebbe rispetto a quello della singola società, un interesse terzo, ovvero "extra-sociale".
E' questo un dato che trae origine proprio dalla circostanza che il fenomeno del gruppo di imprese è di natura economica e come tale fondato sul caratteristico fine di impresa di massimizzare i propri profitti: la società capogruppo o altra società controllante (appartenente allo stesso gruppo) mirano attraverso la propria partecipazione a perseguire i propri interessi di impresa, che non coincidono necessariamente con gli interessi della società partecipata o dei suoi azionisti (in particolar modo quelli di minoranza) o creditori. Per questi ultimi la partecipazione costituisce invece un affare a sé e come tale indipendente dalla politica imprenditoriale di gruppo ed essi appuntano i propri interessi sulla singola società della quale sono soci.
Il problema viene così ad essere (anche) quello della tutela degli azionisti "esterni" al gruppo e (anche in assenza di questi in ipotesi di partecipazioni totalitarie) dei creditori, i quali appuntando la proprie aspettative sulla situazione economica di una singola società del gruppo, possono vedere lese tali aspettative da una politica volta a favorire altri settori del complesso. "Nell'alterità giuridica delle diverse società del gruppo cova, in effetti, una latente minaccia per coloro – soci di minoranza e creditori, in primis – le cui aspettative patrimoniali riposano, in via monopolistica, sulla situazione economica della singola «monade»" .
A titolo esemplificativo si può ricordare una vicenda della quale si sono recentemente anche occupati anche gli organi di stampa. La società Alfa detiene una partecipazione nella società Beta e, a seguito del lancio di un'offerta pubblica di acquisto, viene ad acquisirne la maggioranza assoluta del capitale sociale e dunque ad esercitare il controllo di diritto. A seguito di ciò il Consiglio di Amministrazione della controllata Beta delibera la fusione per incorporazione di Beta in Alfa.
La vicenda si caratterizzava per il fatto che la controllata Beta era società quotata, mentre la controllante e incorporante Alfa no, di talché l'esecuzione della delibera di fusione avrebbe implicato il delisting di Beta. I soci di minoranza di Beta si opposero conseguentemente alla delibera che, a loro dire, avrebbe comportato una svalutazione della loro partecipazione, sollevando diverse questioni sulla possibilità, per g.....

 

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