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I MODELLI DI ORGANIZZAZIONE E GESTIONE PER GLI ENTI DI PICCOLE DIMENSIONI - I° PARTE - di Paolo Di Geronimo, Giudice presso il Tribunale di Chieti



SOMMARIO: 1. Funzione dei modelli di organizzazione. - 2. L'individuazione degli enti di piccole dimensioni. – 3. L'organismo di vigilanza negli enti di piccole dimensioni: a) il collegio sindacale; b) la costituzione di un organo ad hoc. – 4. Il potere disciplinare nei confronti dell'amministratore.



1. Funzione dei modelli di organizzazione.

Connotati e forme della criminalità moderna rendono sempre più manifesta l'inadeguatezza dei vecchi schemi di reato e le conseguenti modalità di repressione dell'illecito; ciò vale in maniera evidente per i casi di reati connessi allo svolgimento di un'attività imprenditoriale o che trovano, comunque, il loro movente in ambiti societari e non sono, quindi, ricollegabili esclusivamente alla responsabilità del singolo. Nonostante la dottrina più accorta avesse da tempo avvertito la necessità di una riforma tesa a sanzionare in maniera diretta l'ente impersonale nel cui interesse vengano commessi dei reati, solo sulla spinta dell'attuazione di fonti sovrannazionali (Convenzione OCSE del 1997 sulla lotta alla corruzione) si è introdotta una forma di responsabilità da reato gravante sugli enti. Il legislatore nazionale, da un lato pressato dall'esigenza di rispettare gli impegni internazionali ed al contempo restio ad estendere tour court la responsabilità penale agli enti, ha adottato una soluzione di compromesso, prevedendo, con il d.lgv.231/01, un sistema sanzionatorio complesso che, pur essendo dichiaratamente di natura amministrativa , vede quale presupposto indefettibile la commissione di reati da parte delle persone fisiche che agiscono per conto dell'ente medesimo.
Nonostante l'espressa qualificazione della responsabilità de quo in termini di diversità rispetto a quella penale, il legislatore ha ritenuto di doversi comunque attenere ai principi elaborati in tema di personalità della colpevolezza, evitando che l'imputazione in capo all'ente derivasse dalla mera commissione del reato da parte di uno dei soggetti che legittimamente agiscono per suo conto. La questione è quella ampiamente studiata e, nel passato risolta in termini negativi, circa l'imputabilità a titolo di dolo o colpa di un determinato reato direttamente in capo all'ente collettivo.
La soluzione passa attraverso la valorizzazione della colpa intesa in senso normativo, quale riprovevolezza per il mancato rispetto di regole di condotta aventi funzione preventiva rispetto ad un determinato rischio che si intende evitare e che, nel caso del d.lgv. n.231/2001, è costituito dalla commissione di reati da parte di soggetti (apicali o sottoposti) che agiscono nell'interesse dell'ente.
In quest'ottica, l'imputazione del reato all'ente avviene in virtù di una precisa scelta di politica d'impresa lì dove si commette scientemente il reato, ovvero se ne tollera la commissione da parte di sottoposti; in alternativa l'imputazione riposa sulla colpa in organizzazione, costituita dalla mancata o inidonea attuazione di un sistema di controllo preventivo teso a prevenire la commissione dei reati.
Una volta ancorato il criterio di imputazione soggettivo all'adempimento di doveri di vigilanza e controllo da parte dell'ente rispetto alle condotte dei.....

 

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