Rivista 231 Rivista 231
     HOME          CHI SIAMO     HANNO COLLABORATO    SHOPPING 231      COME ABBONARSI
Username: Password:
Lun, 27 Mag 2019
LE RUBRICHE


GLI INTERVENTI
ANNO 2019
ANNO 2018
ANNO 2017
ANNO 2016
ANNO 2015
ANNO 2014
ANNO 2013
ANNO 2012
ANNO 2011
ANNO 2010
ANNO 2009
ANNO 2008
ANNO 2007
ANNO 2006
ANNO 2005


LE NOTIZIE


LE MISURE CAUTELARI E I GRUPPI DI IMPRESA: TEORIA E PRASSI APPLICATIVA DAI CASI CONCRETI - II° PARTE - di Tomaso Emilio Epidendio, Giudice del Riesame Tribunale di Milano

(segue)


4. IL DIVIETO DI ANTICIPAZIONE DELLA PENA

Gli unici inconvenienti di tale oggettiva duplice valenza dell'interdizione sono costituiti dalla possibile duplicazione sostanziale di pena conseguente al fatto che un medesimo istituto venga applicato una prima volta a titolo cautelare e una seconda volta e per i medesimi fatti a titolo di sanzione.
Al di là della spesso ripetitiva retorica forense sul punto il problema della copertura costituzionale del "divieto di anticipazione della pena in via cautelare" è estremamente delicato.
Invero, le ragioni a sostegno di un simile divieto appartengono a diversi ordini di motivi.
Un primo ordine di ragioni è quello secondo cui ammettere una sorta di "sostanziale duplice punizione" per lo stesso fatto porterebbe a una irrazionalità della disciplina, censurabile ex art.3 Cost., norma costituzionale applicabile al di là della natura penale, amministrativa o di "terzo genere" che si voglia attribuire alla responsabilità del decreto legislativo n.231/2001.
Tale preoccupazione risulta peraltro superata dal legislatore attraverso una specifica norma sulla fungibilità che, pur non dotata di una "rubrica legis" volta a evidenziarla, ciò nondimeno sussiste: l'art.51 comma 4 dispone infatti che la durata delle misure cautelari è computata nella durata delle sanzioni applicate in via definitiva.
Un secondo ordine di ragioni è invece quello secondo cui, giacché la cautela viene applicata (per definizione) prima della conclusione del processo di accertamento del fatto, si perverrebbe ad una sostanziale applicazione della "pena senza giusto processo" (art. 111 Cost.) e senza che il fatto possa considerarsi accertato: si punirebbe cioè taluno in assenza dell'attribuzione di un fatto previsto dalla legge come idoneo a sostenere la sanzione, con conseguente violazione dei principi costituzionali della "responsabilità penale personale" (art. 27 Cost.) e del "divieto di punire taluno per un fatto non previsto dalla legge come reato" (art. 25 Cost.).
Tali censure costituzionali presuppongono peraltro la qualificazione della responsabilità degli enti come responsabilità penale, in contrasto con la qualificazione (non vincolante) dello stesso legislatore ("responsabilità amministrativa"), e con una parte (maggioritaria) della dottrina.
D'altro canto sono noti gli orientamenti anche a livello di vincoli internazionali (Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo) volti ad estendere le garanzie costituzionali per la responsabilità penale anche a forme di responsabilità amministrativa "parapenale". In ogni caso, essendo stato codificato nello stesso D.Lvo n.231/2001 il principio di legalità (art. 2), ove questo si dovesse ritenere violato (sotto il profilo sopra ricordato) da ulteriori norme della stessa legge, si riproporrebbe il dubbio di costituzionalità sotto il profilo dell'irrazionalità e contraddittorietà di disciplina ai sensi dell'art. 3 Cost.
Anche questi dubbi devono tuttavia ritenersi superati.
Infatti ove l'istituto applicato in via provvisoria abbia effettivamente un contenuto cautelare – cosa di cui non pare possa dubitarsi nel caso delle interdizioni visto che detto genere di istituto è previsto anche dal codice di procedura penale proprio quale misura cautelare nei confronti delle persone fisiche – la compatibilità di una sua applicazione prima dell'accertamento definitivo del fatto, e prima del giudizio, si pone negli stessi esatti termini in cui la questione già si è posta ed è stata superata in relazione alle misure coercitive a carico delle persone fisiche, per le quali tale compatibilità è stata pienamente riconosciuta.
Ciò che conta, infatti, non è tanto la struttura o il contenuto della misura cautelare (che può essere, come nella specie, identico a quello di una sanzione), ma i presupposti di applicazione della medesima misura cautelare quali sopra già ricostruiti in generale per ogni cautela processuale.
Detti presupposti devono cioè essere previsti in modo che garantiscano, in termini di ragionevolezza, una proporzione tra il sacrificio imposto dalla cautela e il risultato da garantire, ciò sotto due profili: la natura "accessoria" della cautela, in quanto volta a garantire il risultato di un procedimento principale al quale essa accede provvisoriamente come incidente, comporta che in tanto si possa giustificare l'applicazione della misura cautelare in quanto sia prevedibile il conseguimento del risultato da garantire nel procedimento principale e sussistano valide ragioni per ottenere una tutela provvisoria anticipata; la natura "strumentale" della cautela, in quanto subordinata a un risultato di importanza predominante che con la medesima si vuole garantire, comporta che in via di cautela non possa infliggersi o imporsi di più di quanto possa infliggersi o imporsi nel procedimento principale.
Entrambi i limiti di cui sopra connessi alla natura strumentale e accessoria della misura cautelare sono stati rispettati dal legislatore.
Infatti, all'art. 51 del decreto legislativo si sono stabiliti limiti di durata della interdizione-misura cautelare tali da ridurre al minimo il rischio che la stessa superi la durata della sanzione (prevedendo una durata massima della misura cautelare inferiore della metà del corrispondente limite massimo della sanzione). Lo stesso art.51 ha poi previsto un meccanismo di adeguamento dei limiti della misura cautelare che tenga conto dei progressi del procedimento principale e del progressivo rafforzamento delle prognosi effettuate in precedenza (stabilendo che, ove sia intervenuta condanna in primo grado, il limite massimo della misura cautelare passi ai due terzi del limite massimo della sanzione e non superi comunque la durata della sanzione inflitta con la sentenza). Il sistema è poi completato dall'art.68 il quale impone la dichiarazione di cessazione delle misure cautelari eventualmente disposte ove sia pronunciata sentenza di esclusione della responsabilità o sentenza di non doversi procedere.
Tali disposizioni risultano ragionevolmente ridurre al minimo il rischio che in via anticipata e provvisoria possa infliggersi, od ottenersi, più di quanto si sarebbe potuto infliggere ed ottenere all'esito del procedimento principale.
Quanto poi al limite costituito dalla prevedibilità di un esito utile del procedimento principale (e dalla sussistenza di valide ragioni per una tutela anticipata e provvisoria) il legislatore ha previsto con l'art. 45 comma 1 un sistema basato sul giudizio di gravità indiziaria e sulla sussistenza di un pericolo, che ripete il modello già attuato in ordine ai presupposti di applicazione delle misure cautelari nei confronti delle persone fisiche, già ritenuto compatibile con la nostra Carta costituzionale. Infatti, ai fini dell'applicazione della misura cautelare dell'interdizione, l'art.45 comma 1 pone due requisiti: gravi indizi per ritenere s.....

 

Il seguito è riservato agli Abbonati

Scelga l'abbonamento più adatto alle Sue esigenze