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LA PROVA TESTIMONIALE NEL PROCESSO ALLE SOCIETA' - di Ciro Santoriello, Sostituto Procuratore della Repubblica di Pinerolo



1. Introduzione.

Nell'ambito del decreto legislativo n. 231 del 2001 una sola disposizione è dedicata al tema delle prove ed è l'art. 44 che disciplina le ipotesi di incompatibilità a testimoniare.
Tale disposizione, per unanime opinione, presenta una formulazione assolutamente criticabile.
Da un lato, si rimprovera al legislatore di aver adottato una espressione lessicale dal significato assolutamente oscuro sotto più profili ; dall'altro si evidenzia come la norma non sia assolutamente esaustiva, avendo omesso la previsione in parola di considerare una pluralità di ipotesi in cui pure potrebbe discutersi se in capo al singolo chiamato a riferire quanto a sua conoscenza sui fatti su cui si indaga sussista effettivamente la possibilità di testimoniare.
Nel delineare dunque la disciplina della testimonianza nel processo penale contro gli enti collettivi, si verificherà in primo luogo in che misura la disciplina che il codice di procedura penale detta in tema di capacità a testimoniare sia applicabile anche nel processo contro gli enti collettivi. Successivamente si analizzerà compiutamente il significato del citato art. 44, individuando innanzitutto quale sia il corretto significato da attribuire a tale disposizione; infine si vedrà se vi siano ipotesi – ulteriori a quelle considerate nel decreto n. 231 del 2001 – in cui ricorra una incompatibilità a testimoniare.


2. La prova testimoniale e la capacità di testimoniare nel codice di procedura penale.

La prova testimoniale è disciplinata nel codice di procedura penale al libro III, titolo II, capi I, agli artt. 194 – 207.
Per testimonianza si intende la dichiarazione giudiziale di una persona fisica che riferisce fatti di cui abbia avuto esperienza e che abbiano attinenza rispetto all'accusa della cui fondatezza si discute nel processo.
Il testimone – a pena di inammissibilità delle relative dichiarazioni ex art. 191 c.p.p. - deve essere esaminato esclusivamente su determinati e specifici; di conseguenza, egli non può deporre sulle voci correnti nel pubblico, né esprimere apprezzamenti personali salvo che sia impossibile scinderli dalla deposizione sui fatti.
Quanto alla possibilità per il singolo di rendere testimonianza, l'art. 196, 1° co., c.p.p. – ripudiando il sistema delle prove legali e valorizzando invece il principio del libero convincimento del giudice - attribuisce ad ogni individuo la capacità di testimoniare, lasciando poi al giudice la valutazione circa l'idoneità del singolo esaminato a riferire quanto da lui in precedenza percepito.
In sostanza, il codice di rito differenzia tra capacità giuridica a testimoniare - che è sempre presunta dal legislatore - e capacità fisica e mentale del singolo teste - che può invece essere messa in discussione e che deve essere considerata caso per caso dall'organo giurisdizionale; nessuno, in altre parole, può essere escluso dalla testimonianza perché capite deminutus, ma quanto credito meritino le sue dichiarazioni va stabilito volta a volta in ogni singolo giudizio.
In particolare, qualora al fine di valutare le dichiarazioni del testimone sia necessario verificarne l'idoneità fisica o mentale a rendere testimonianza, il giudice anche di ufficio può ordinare gli accertamenti opportuni con i mezzi consentiti dalla legge.
Tali accertamenti possono coinvolgere aspetti legati alle capacità percettive del teste (ad esempio, l'acume visivo o la sensibilità acustica) oppure al suo stato mentale; non si tratta di accertamenti obbligatori, né, una volta effettuati, essi vincolano la decisione del giudice, il quale, pur potendo concretamente giovarsi di un apporto di specifiche competenze tecnico-scientifiche, non demanda all'autore dell'accertamento la verifica dell'attendibilità del teste.
Nessun dubbio circa la possibilità che le suddette nozioni operino anche nell'ambito del procedimento avverso gli enti collettivi per illeciti dipendenti da reato.
Di conseguenza, anche nel giudizio disciplinato dal decreto legislativo n. 231 del 2001 a qualsiasi persona fisica va riconosciuta – in termini generali e salva la previsione di cui all'art. 44 d.lgs. n. 231 del 2001 nonché le ulteriori eventuali eccezioni che si diranno – la capacità di testimoniare, mentre l'attendibilità delle relative dichiarazioni deve essere stabilita volta per volta dall'organo giurisdizionale che deve definire il giudizio.


3. L'incompatibilità a testimoniare nel processo penale contro la persona fisica.

L'incompatibilità a testimoniare si pone su un piano diverso rispetto a quello della capacità di assumere la veste di testimone o rispetto alla valutazione circa l'idoneità del singolo a riferire di fatti rilevanti per la decisione sulla regiudicanda.
Mentre infatti la capacità di testimoniare è riconosciuta a qualsivoglia soggetto e l'attendibilità delle sue dichiarazioni viene stabilita dall'organo giudicante, laddove si parla di compatibilità rispetto all'ufficio di testimone si fa riferimento alla sussistenza in capo al singolo della legittimazione a prestare tale ufficio all'interno del singolo processo, e la ricorrenza di eventuali cause di incompatibilità non discende da una particolare qualità della persona fisica ma dalle concrete modalità con cui si articola la singola vicenda processuale.
Per comprendere quanto si va dicendo, basta considerare come, con riferimento al processo penale, le ipotesi in presenza delle quali il singolo non può prestare l'ufficio di testimone sono analiticamente indicate dal legislatore, il quale individua una situazione di incompatibilità rispetto all'ufficio di teste ogni qualvolta il singolo ha smarrito, per fatti contingenti, la sua posizione di soggetto estraneo al processo e quindi la sua narrazione non può in tale sede essere considerata quale espressione di un atteggiamento disinteressato e neutro rispetto alla decisione finale, essendo allo stesso stata riconosciuta (o ipotizzata) una qualche responsabilità per la commissione dell'illecito.
In particolare, secondo l'art. 197 c.p.p., non possono essere assunti come testimoni:
1) i coimputati del medesimo reato o le persone imputate in un procedimento connesso a norma dell'art. 12, co. 1, lett. a) c.p.p., salvo che nei loro confronti sia stata pronunciata sent.....

 

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