Rivista 231 Rivista 231
     HOME          CHI SIAMO     HANNO COLLABORATO    SHOPPING 231      COME ABBONARSI
Username: Password:
Sab, 25 Mag 2019
LE RUBRICHE


GLI INTERVENTI
ANNO 2019
ANNO 2018
ANNO 2017
ANNO 2016
ANNO 2015
ANNO 2014
ANNO 2013
ANNO 2012
ANNO 2011
ANNO 2010
ANNO 2009
ANNO 2008
ANNO 2007
ANNO 2006
ANNO 2005


LE NOTIZIE


IL SISTEMA SANZIONATORIO DI RESPONSABILITÀ EX CRIMINE DEGLI ENTI COLLETTIVI - I° PARTE, di Giancarlo de Vero, Ordinario di Diritto Penale Università di Messina



1. Profili generali: a)la mancata diversificazione delle sanzioni edittali in rapporto ai criteri d'imputazione ex art. 5 d. lgs. n. 231/2001; b) il superamento della distinzione tra sanzioni principali e accessorie.

Chi rivolga uno sguardo preliminare e d'insieme al sistema di sanzioni previste a carico degli enti collettivi , come conseguenza della commissione di reati da parte di soggetti individuali inseriti a vario titolo nelle rispettive compagini organizzative, ricava l'impressione di una sensibile (se non discrasia, quanto meno) incoerenza con taluni profili generali relativi alla struttura e ai criteri d'imputazione dell'illecito c.d. "amministrativo", che di tali sanzioni costituisce il presupposto.
Intendo riferirmi alla precisa quanto opinabile scelta, operata dalle disposizioni "di parte speciale" contenute nel d. lgs. n. 231/2001 e nelle successive integrazioni, di individuare specie e quantità edittali unitarie di sanzioni punitive in rapporto alle singole tipologie delittuose: è come se la fondamentale distinzione tra reati commessi da soggetti in posizione rispettivamente "apicale" e "subordinata", proposta dall'art. 5 e sviluppata con varie modulazioni nell'ulteriore disciplina sui criteri d'imputazione "soggettiva", perdesse improvvisamente di smalto e di significato, a vantaggio di una determinazione legale delle pene monolitica e indifferenziata.
Questa scelta politico-legislativa – certo non imposta dalla legge delega – suscita invero varie perplessità.
Che le due sottospecie di responsabilità da reato delle persone giuridiche esprimano diversi livelli di "meritevolezza di pena", tali da doversene tener conto già sul piano della determinazione legale prima che su quello della commisurazione giudiziale , è assunto sul quale possono tranquillamente convergere entrambe le fondamentali caratterizzazioni della "colpevolezza" dell'ente per il reato commesso.
Se si accoglie una visione "antropomorfica", che identifica il criterio di imputazione all'ente con l'atteggiamento psicologico riscontrabile nell'autore individuale in quanto partecipe di un rapporto di immedesimazione organica con il primo, è agevole osservare come il divario tra le due sottospecie di responsabilità diretta della persona giuridica corrisponde a quello che separa, in rapporto agli individui, il delitto doloso da quello colposo: nel caso di reato commesso direttamente dall'"apice", questi trasferisce immediatamente sulla persona giuridica il proprio "dolo"; in caso invece di reato commesso dal subordinato in conseguenza di un deficit di direzione o vigilanza, è l'atteggiamento di sostanziale "agevolazione colposa" riscontrabile ancora nel management che, sempre attraverso il canale dell'immedesimazione organica, si riversa sull'ente collettivo prospettandone una responsabilità in via di principio meno grave.
Ma anche una più raffinata rappresentazione "normativa" della colpevolezza dell'ente collettivo, che chiami in causa la sua vocazione "organizzativa", non può mancare di rilevare il netto divario di disvalore soggettivo intercorrente – dall'angolo visuale appunto della persona giuridica – tra la commissione del reato da parte dell'"apice", in attuazione di solito di una precisa politica d'impresa, e la colpa d'organizzazione sottostante invece al reato commesso dal subordinato nei termini richiamati dall'art. 5 comma 1 lett. b) del d. lgs. n. 231/2001.
Del resto, la stessa normativa europea, che ha fatto da sfondo e da catalizzatore all'introduzione nel nostro ordinamento giuridico della responsabilità diretta ex crimine degli enti, riproduce fedelmente sul piano degli editti sanzionatori la distinzione tra le due fondamentali sottospecie di essa.
Basti richiamare a riguardo l'art. 4 del secondo protocollo della convenzione c.d. PIF adottata nell'ambito del "terzo pilastro" dell'Unione europea : mentre in relazione ai delitti commessi dai subordinati a seguito di carenza di sorveglianza o controllo da parte degli "apici" vale il consueto quanto generico richiamo a «sanzioni effettive, proporzionate e dissuasive», con riguardo invece ai delitti commessi immediatamente da questi ultimi a beneficio della persona giuridica vengono esplicitamente incluse «sanzioni pecuniarie o di natura penale o amministrativa», per arrivare infine alle più gravi misure dell'«assoggettamento a sorveglianza giudiziaria» e dei «provvedimenti giudiziari di scioglimento».
Un tale articolato e differenziato quadro sanzionatorio è stato riproposto più volte per le persone giuridiche all'interno delle fonti normative europee: valga, tra gli altri, il riferimento all'art. 3 della decisione quadro del Consiglio in materia di repressione del favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
Certo, la scelta di determinazione legale unitaria delle sanzioni effettuata dal legislatore delegato in rapporto a ciascuna tipologia criminosa, se da un lato appiattisce la carica di disvalore espressa dai reati commessi nell'interesse dell'ente dai soggetti in posizione rispettivamente apicale e subordinata, dall'altro lato sembra implementare quei margini di autonomia della responsabilità della persona giuridica introdotti, non senza riflessi distorsivi sul complessivo sistema, dall'art. 8 del d. lgs. n. 231/2001.
La compatibilità di tale responsabilità con la mancata identificazione dell'autore del reato, già problematica in rapporto all'esigenza di accertare il fondamentale criterio d'imputazione del fatto commesso nell'interesse, anche non esclusivo, dell'.....

 

Il seguito è riservato agli Abbonati

Scelga l'abbonamento più adatto alle Sue esigenze