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LA RESPONSABILITA' AMMINISTRATIVA DELLE SOCIETA' MISTE - di Carlo Manacorda, Docente di Contabilità pubblica, Università di Torino

1. Premessa

Il decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, emanato in attuazione della delega contenuta nell'articolo 11 della legge 29 settembre 2000, n. 300, ha introdotto, nel nostro ordinamento, la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica. Nel tratto più ampio, esso segna, dunque, il superamento dell'antica massima per cui societas delinquere non potest, massima che, ribadita indirettamente anche dall'articolo 27 della nostra Costituzione repubblicana laddove si dispone (comma 1) che: "La responsabilità penale è personale" e che (comma 3): "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono concorrere alla rieducazione del condannato", era andata affievolendosi progressivamente fino al punto che non si escludeva che fosse ipotizzabile anche una responsabilità dell'ente collettivo .
Il cambiamento definitivo del tradizionale (quantunque ormai attenuato) quadro di pensiero sulla materia si è reso necessario in conseguenza degli impegni assunti dal nostro Paese in sede comunitaria per la prevenzione e la lotta alla criminalità internazionale, e segnatamente di quella che danneggia il settore economico, e per la creazione di garanzie volte ad assicurare la correttezza e l'eticità del mercato. La convalida di questi impegni manifestata dalla legge n. 300 e dal conseguente decreto n. 231 ha, infatti, delineato ipotesi di responsabilità affatto nuove, attribuibili proprio alle persone giuridiche.
L'innovazione ha dato luogo, come si può immaginare, a dibattiti e prese di posizione. Tra l'altro, e con sottili argomentazioni di dottrina anche sulla conciliabilità delle nuove norme stabilite con legge ordinaria rispetto ai precetti costituzionali dell'articolo 27 sopra ricordati , ci si è chiesto se le disposizioni del decreto n. 231, e prima ancora quelle della legge n. 300, abbiano introdotto, a carico dei soggetti destinatari, una vera e propria responsabilità penale atteso che il legislatore, in entrambi i provvedimenti, parla di responsabilità "amministrativa". Al proposito, anche sulla scorta della relazione di accompagnamento del decreto, si è concluso che: "Si è in presenza di una responsabilità di natura ibrida: coesistono le caratteristiche peculiari della responsabilità penale e di quella amministrativa e si adotta il sistema processuale penale ai fini del suo accertamento e della conseguente irrogazione della sanzione" . Questo nuovo tipo di responsabilità è stato anche definito "parapenale" poiché, a prescindere dalla terminologia usata dal legislatore, nel suo accertamento (competenza del giudice penale , pubblico ministero come ufficio che contesta l'illecito) e negli aspetti processuali e sanzionatori, si seguono le regole proprie del sistema penale.
Seguendo, quindi, gli sviluppi espositivi del decreto, l'attenzione è stata indirizzata ai soggetti destinatari delle norme, che vengono così individuati dal comma 2 dell'articolo 1: "Le disposizioni […] si applicano agli enti forniti di personalità giuridica e alle società e associazioni anche prive di personalità giuridica", mentre il comma 3 dello stesso articolo stabilisce che le disposizioni del decreto: "Non si applicano allo Stato, agli enti pubblici territoriali, agli altri enti pubblici non economici nonché agli enti che svolgono funzioni di rilievo costituzionale".
Il quadro delineato dal legislatore tanto dei soggetti cui si applicano le norme quanto di quelli cui non si applicano parrebbe identificativo, direttamente o indirettamente, di tutte le tipologie di "enti". In altre parole, e volendo semplificare al massimo l'attività di esegesi, si potrebbe partire dagli enti cui non si applicano le disposizioni, trattandosi di enti che sembrerebbero tutti chiaramente individuati o individuabili nell'ordinamento , per concludere che alle ipotesi di responsabilità amministrativa soggiacciono tutti gli altri enti, dotati o non di personalità giuridica. Muovendosi lungo questa linea, sembrerebbero scomparire, definitivamente, quelle "zone d'ombra" che, al momento dell'emanazione del decreto n. 231, erano state ipotizzate tanto dall'Autorità governativa - che, per eliminarle, nella relazione di accompagnamento al provvedimento, si era espressa come riportato nella nota 7 di questo lavoro -, quanto dalla dottrina, che aveva manifestato dubbi circa l'area di applicabilità "che sembra non escludere tutti quegli enti che, pur esercitando pubblici poteri, sono diversi dallo Stato, dagli enti pubblici territoriali o dagli enti pubblici non economici, e sempre che non svolgano funzioni di rilievo costituzionale" .
Noi riteniamo che, nonostante le precisazioni, permangano "zone d'ombra"; anzi, per quanto diremo dopo, ricompaiono con forza proprio in conseguenza delle puntualizzazioni espresse nella relazione governativa, che chiama in causa elementi allo stato non più sufficienti per segnare la demarcazione tra enti privati ed enti pubblici.
La tradizionale classificazione degli enti oggi appare contagiata da figure ambigue, dotate, allo stesso tempo, di tratti privatistici e pubblicistici, talché la loro collocazione tra gli enti privati o tra quelli pubblici presenta aspetti problematici non irrilevanti. Ne conseguono difficoltà interpretative anche per l'applicazione del decreto n. 231. Intendiamo riferirci, come appare nello stesso titolo del lavoro, alle società miste, modello organizzativo comparso da qualche tempo ed applicabile a situazioni di varia natura in ragione delle evocazioni espansive via via fatte dal legislatore.
Come s'è ricordato prima, il decreto n. 231 contempla, tra i soggetti cui si a.....

 

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