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LA RESPONSABILITÀ "AMMINISTRATIVA" DEGLI ENTI: REATI PRESUPPOSTO E MODELLI ORGANIZZATIVI - I° PARTE - di Angelo Carmona, Ordinario di Diritto Penale Facoltà Giurisprudenza Università Luiss Roma



1. Una premessa (indispensabile)
Il lettore conosce già i termini essenziali della vecchia questione sulla possibilità di prevedere una diretta responsabilità penale delle persone giuridiche; tuttavia mi pare necessario richiamarne qui, brevemente, alcuni profili che possono essere utili alla riflessione sull'attuale diritto positivo.
Orbene, non vi è dubbio che il diritto penale classico consista in un sistema normativo di tipo esclusivamente antropocentrico: l'uomo, infatti, nella sua struttura esistenziale psico-fisica ha sempre costituito l'unico punto di riferimento del diritto punitivo. Uno schema di "responsabilità" che richieda un "autore" – che abbia posto in essere, attraverso un suo "comportamento", un fatto tipico con "dolo" o con "colpa", sicché (a certe condizioni) gli sarà applicata una pena "afflittiva", tendente alla "sua rieducazione" – è concepibile solo se misurato sulla dimensione reale dell'individuo (persona fisica): la persona giuridica rimane estranea a questo genere di costruzione tecnico-giuridica. Societas delinquere non postest.
Nondimeno – poiché tutto può essere sempre ridiscusso – non era tanto la risalenza temporale e il consolidamento di questi elementi nello schema penalistico a impedirci di pensare che le societas potessero delinquere, quanto piuttosto la loro sacralizzazione in principi nella sede costituzionale.
In buona sostanza: il carattere necessariamente personale della responsabilità penale, ex art. 27 Cost., inteso come principio di colpevolezza (per cui è imposto ineludibilmente che la responsabilità debba legarsi almeno alla colpa), non consentiva di configurarla direttamente in capo alla persona giuridica in alcuna forma che fosse costituzionalmente compatibile, in quanto sia il dolo che la colpa contengono ciascuno una parte – più o meno ampia – a contenuto psicologico.
Ma c'era di più: l'estrema difficoltà di ricollegare – anche qui in via immediata – ai comportamenti sociali una vera sanzione penale, a causa del dettato del terzo comma dell'art. 27 Cost. per cui le pene "devono tendere alla rieducazione del condannato". L'emenda e la risocializzazione conseguente non sembravano compatibili con gli assetti strutturali delle persone giuridiche: in primo luogo, perché accertabili in concreto esclusivamente attraverso valutazioni individualizzate di tipo psicologico e, in secondo luogo, perché la sostituibilità – post delictum – degli amministratori nell'organizzazione dell'ente sembrava doverne vanificare del tutto la funzione.
Destino non dissimile avrebbe avuto concepire la sanzione non come pena, ma quale misura di sicurezza, poiché il presupposto della pericolosità sociale – che ne consente l'applicazione – contiene nello stesso concetto l'idea del suo superamento nella risocializzazione.

1.1 Ciò nonostante apparivano a tutti evidenti sia la pesante incidenza negativa che le attività imprenditoriali, svolte in modo criminale, determinano – tanto sul piano collettivo che individuale – nelle relazioni economiche e sociali, sia l'inefficacia, in questo settore, della tradizionale minaccia penale personale.
Anche su questo punto – se pure ben noto a tutti – si impone una breve riflessione preliminare alla considerazione del d.lgs 231. Semplificherò (rischiando consapevolmente l'approssimazione) fino all'essenziale.
Tutte le imprese che delinquono – con qualunque forma e a qualunque livello di gravità – sono riconducibili ad un denominatore comune: la violazione delle norme ha per scopo di massimizzare il profitto (visibile o invisibile, sociale o individuale) o di minimizzare le perdite: con il duplice effetto di ledere lo specifico bene o interesse giuridico tutelato dalla norma violata (p.a., patrimonio, vita e incolumità personale e così via) e di imporre al mercato, attraverso l'illegalità del comportamento, una distorsione del modello corretto.
Un esempio – ma davvero solo uno fra i molti possibili – è costituito dalla corruzione quale sistema che determina condizioni alterate del mercato, ma vantaggiose per l'impresa. È evidente che attaccare giuridicamente su questo piano col metodo classico della responsabilità penale individuale non può condurre ad alcun risultato sensibilmente apprezzabile, perché in un'ottica sistemica non incide in modo stabile sugli assetti di mercato (favorevoli alla redditività delle imprese criminali) determinati dalle pratiche illegali. La sola repressione penale in chiave individuale ha difficoltà ad ostacolare efficacemente la corruzione poiché questa costituisce una pura variante commerciale.
Ecco perché si è sempre pensato come l'unica via percorribile con speranza di successo (ne.....

 

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