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Gio, 23 Mag 2019
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I REATI PRESUPPOSTO DELLA RESPONSABILITÀ DEGLI ENTI: PUNTI FERMI E QUESTIONI CONTROVERSE - I° PARTE - di Sergio Beltrani, Magistrato in Cassazione




1. Premessa

L'art. 2 del D.Lgs. n. 231 del 2001 ha recepito espressamente il principio di legalità (disciplinando, inoltre, specificamente – con l'art. 3 - il fenomeno della successione di leggi nel tempo).
Nella Relazione al D.Lgs. si precisava che
"il nuovo sistema di responsabilità sanzionatoria, pur essendo formalmente ascritto all'ambito dell'illecito amministrativo, reclama alcuni aggiustamenti rispetto all'insieme dei principi enucleabile dalla c.d parte generale della legge 689/1981. Ciò, in considerazione non soltanto della peculiarità dei soggetti suoi destinatari (enti e non persone fisiche), ma soprattutto della distinta impronta penalistica che lo segna e che deriva dall'essere comunque costruito in dipendenza della verificazione di un reato. Si aggiunga la gravità delle conseguenze che la legge delega fa derivare dalla commissione dell'illecito, conseguenze che possono spingersi fino alla chiusura definitiva dello stabilimento o all'interdizione definitiva dall'attività, sanzioni capitali per l'ente; si comprenderà, allora, come in questo settore appaia più che mai viva l'esigenza, già diffusamente avvertita (soprattutto dagli organi di giustizia europei), di omogeneizzare i sistemi di responsabilità amministrativa e di responsabilità penale all'insegna delle massime garanzie previste per quest'ultimo, spingendo verso la nascita di un sistema punitivo che - nel caso degli enti - rappresenta senza dubbio un tertium genus rispetto ad entrambi. D'altro canto, la tendenza più generale, forse irreversibile, spinge ormai verso la progressiva assimilazione dei due modelli, che tendono a confluire in una sorta di diritto sanzionatorio unitario, soprattutto in materia economica. E non è un caso che la Commissione ministeriale per la riforma del codice penale, presieduta dal prof. Grosso, si sia orientata verso un paradigma simile a quello proposto nel presente schema di decreto legislativo, senza peraltro qualificarne espressamente la natura giuridica. Queste considerazioni hanno suggerito l'opportunità di costruire un sotto-sistema normativo che, nell'intenzione del delegato, dovrebbe valere a disciplinare la materia anche per il futuro: per l'eventualità, cioè, che il legislatore intenda rimpinguare l'ambito della responsabilità amministrativa dell'ente, ricollegandola alla commissione di reati diversi da quelli rispetto ai quali è stata oggi contemplata dal decreto legislativo".

Pur avendo espressamente inteso non qualificare formalmente come ‘penale' la responsabilità degli enti, il legislatore ha riconosciuto il carattere afflittivo delle sue conseguenze sanzionatorie, e ha coerentemente richiamato i principi di garanzia di matrice costituzionale che regolano il diritto penale.
Un sistema siffatto non poteva che replicare da entrambi i modelli, quello penale e quello amministrativo, il fondamentale principio di legalità (con i corollari della riserva di legge - evocato dal riferimento, nell'art. 2, alla "legge" -, della tassatività – evocato, sempre nell'art. 2, dal riferimento alla necessita di una "previsione espressa" - e della irretroattività), ovviamente plasmandone la formulazione sulla peculiarità della materia.
Le predette disposizioni presuppongono, naturalmente, che in tema di responsabilità degli enti non si applichino le garanzie apprestate dall'art. 25 della Costituzione in tema di responsabilità penale: in caso contrario, esse costituirebbero mera e indebolita – e perciò inutile – duplicazione delle garanzie costituzionali.
Ciò costituisce una delle numerose conferme testuali, desumibili dall'impianto complessivo del D.Lgs. n. 231 del 2001, dell'opzione del legislatore per la natura meramente "amministrativa" (ma forse sarebbe meglio dire "quanto meno non penale.....

 

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