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10 settembre 2012 (c.c. 31 maggio 2012) n. 34505 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione VI penale* (sequestro preventivo finalizzato alla confisca del profitto del reato - necessità di subordinare il sequestro preventivo alla accertata sussistenza dei gravi indizi di responsabilità dell'ente - il controllo dei presupposti del sequestro limitato alla sola sussumibilità della fattispecie concreta nell'ipotesi delittuosa individuata dal pubblico ministero appare dei tutto inadeguato proprio in quanto la misura cautelare è diretta ad anticipare gli effetti di una sanzione principale - presupposto per il sequestro preventivo di cui all'art. 53 d.lgs. 231/2001 è un fumus delitti "allargato" che finisce per coincidere sostanzialmente con il presupposto dei gravi indizi di responsabilità dell'ente al pari di quanto accade per l'emanazione delle misure cautelari interdittive - i gravi indizi coincideranno con quegli elementi a carico di natura logica o rappresentativa anche indiretti)




REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SESTA SEZIONE PENALE

Composta da:
Nicola Milo - Presidente -
Francesco Paolo Gramendola
Giorgio Fidelbo - Relatore -
Pierluigi Di Stefano
Emanuele Di Salvo
ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso proposto da
(X) s.p.a., in persona dei legali rappresentanti …;
avverso l'ordinanza del 14 febbraio 2012 emessa dal Tribunale di Monza;
visti gli atti, l'ordinanza impugnata e il ricorso;
udita la relazione del consigliere dott. Giorgio Fidelbo;
udite le richieste dei Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Maria Giuseppina Fodaroni, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
udito l'avvocato …, che ha insistito per l'accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. Con l'ordinanza in epigrafe indicata il Tribunale di Monza, in riforma del provvedimento negativo del 20 gennaio 2012 emesso dal G.i.p. di quello stesso Tribunale, ha accolto l'appello del pubblico ministero e ha disposto il sequestro preventivo per equivalente, finalizzato alla confisca del profitto, della somma di euro 14.330.000, nei confronti della (X) s.p.a., società indagata per l'illecito amministrativo di cui all'art. 25 d.lgs. 231/2001, in relazione al reato di corruzione (artt. 110, 319, 320 e 321 c.p.) commesso nel suo interesse da parte dei vertici societari.

2. Secondo i giudici del Tribunale la (X) s.p.a., facente parte assieme alla (Y) (ora (W) s.p.a.) di un'Associazione Temporanea d'Imprese (ATI), aveva ricevuto in appalto dalla (Z), società concessionaria dei pubblico servizio di gestione di tratte autostradali, i lavori per la realizzazione della terza corsia in un tratto dell'autostrada A7; nel corso dell'appalto l'ATI iscriveva 59 riserve per un importo maggiore complessivo pari a 60 milioni di euro (40 milioni per le riserva da 1 a 27; 20 milioni di euro per le riserve da 28 a 59); la questione veniva risolta in base ad un accordo bonario, previsto dal codice sugli appalti (art. 31 legge n. 109/1994), in cui la (Z) riconosceva all'ATI la maggiore somma di euro 18.800.000, pari al 30% dell'originario appalto, accordo al quale - secondo l'accusa - si sarebbe giunti sulla base di una istruttoria illegittima e che sarebbe stato il risultato di una corruzione per favorire la (X) a tutto svantaggio della (Z).

3. Contro questo provvedimento ha proposto ricorso per cassazione il difensore della società indagata.
Con il primo motivo ha dedotto l'erronea applicazione degli artt. 19 e 53 d.lgs. 231/2001 per la mancata valutazione del fumus commissi delicti. Secondo il ricorrente il Tribunale avrebbe erroneamente ritenuto la transazione intervenuta tra le parti frutto di un illecito accordo, senza prendere in attenta considerazione né il metodo utilizzato per la valutazione delle riserve, né il fatto che sono stati ammessi solo gli importi riconosciuti dalla Commissione di cui all'art. 31-bis cod. appalti, sul cui operato nessuno aveva mai mosso rilievi. Sottolinea, inoltre, che i 3 milioni di premio, compresi nella somma riconosciuta in favore della (X), appaiono comunque giustificati in relazione alla tempestiva consegna dell'opera.
Con il secondo motivo il ricorrente deduce la violazione degli artt. 19 e 53 d.lgs. 231/2001 sotto il profilo della mancata valutazione del periculum e in considerazione della eccessività del sequestro disposto rispetto al profitto confiscabile. Evidenzia che il criterio utilizzato sì pone in contrasto con i principi affermati dalla Cassazione in tema di sequestro del profitto, secondo i quali il profitto è costituito dal vantaggio economico di diretta ed immediata derivazione causale dal reato ed è determinato al netto della effettiva utilità eventualmente conseguita nell'ambito del rapporto sinallagmatico con l'ente. A questi principi non si sarebbe adeguato il Tribunale.

CONSIDERATO IN DIRITTO

4. Il ricorso è fondato in relazione al primo motivo, che assorbe il secondo.

4.1. Il sequestro preventivo è stato disposto ai sensi degli artt. 19 e 53 d.lgs. 231/2001 nei confronti della (X) s.p.a., indagata per l'illecito amministrativo di cui all'art. 25 d.lgs. cit., in relazione al reato di corruzione propria di incaricato di pubblico servizio, che sarebbe stato commesso nel suo interesse da parte de.....

 

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