Rivista 231 Rivista 231
     HOME          CHI SIAMO     HANNO COLLABORATO    SHOPPING 231      COME ABBONARSI
Username: Password:
Gio, 23 Mag 2019
LE RUBRICHE


GLI INTERVENTI
ANNO 2019
ANNO 2018
ANNO 2017
ANNO 2016
ANNO 2015
ANNO 2014
ANNO 2013
ANNO 2012
ANNO 2011
ANNO 2010
ANNO 2009
ANNO 2008
ANNO 2007
ANNO 2006
ANNO 2005


LE NOTIZIE


IL CODICE ETICO : RAPPORTI CON IL MODELLO ORGANIZZATIVO NELL’OTTICA DELLA RESPONSABILITA’ SOCIALE DELL’IMPRESA - di Antonio Salvatore, Avvocato in Ferrara




1. L'etica degli affari.

Preliminari all'analisi del codice etico (rectius: di comportamento) e a quella dei rapporti di esso con il modello organizzativo, appaiono alcune riflessioni sull'etica degli affari (nella terminologia anglosassone: business ethics).
Per etica degli affari s'intende il complesso di regole di condotta riguardanti i profili morali dell'attività commerciale.
Concepita, in senso lato, come riflessione morale sul commercio, probabilmente la speculazione filosofica sull'etica degli affari è risalente quanto il commercio stesso.
Invero, già il Codice di Hammurabi (le cui origini si fanno risalire attorno al 1700 avanti Cristo) dettò, nella sua parte "civilistica", norme destinate a regolare gli scambi commerciali e a sanzionare severamente (non va dimenticato che era ispirato alla legge del taglione) comportamenti contrari alla corretta prassi commerciale: in questo senso esso, secondo quanto osservato da un illustre studioso (1), sancendo l'interdipendenza tra rapporti etici ed economici, costituisce una mirabile sintesi tra le ideologie orientale e occidentale del mondo antico.
Similmente, nel Talmud e nei Dieci Comandamenti (2), si rinvengono norme morali applicabili all'agere commerciale.


2. La Responsabilità Sociale d'Impresa (RSI)

Modernamente, la riflessione morale sull'etica degli affari si colloca nel più generale dibattito sulla Responsabilità Sociale d'Impresa (RSI). (3)
E' da segnalare che, fino alla prima metà degli anni settanta del secolo scorso, predominava una prospettiva neo-classica, basata sulla concezione utilitaristica della funzione sociale dell'impresa (4). Principale esponente di tale visione era il premio Nobel per l'economia Milton Friedman, il quale asseriva esserci "una sola responsabilità sociale dell'impresa: usare le sue risorse e dedicarsi ad attività volte ad incrementare i propri profitti, a patto che essa rimanga all'interno delle regole del gioco, il che equivale a sostenere che competa apertamente senza ricorrere all'inganno o alla frode" (5).
Si rimanda a un articolo pubblicato su questa Rivista (6) per un significativo esempio tratto dall'esperienza statunitense del primo decennio del Novecento.
La visione di Friedman si fonda principalmente sulla legittimità dell'autorità dei manager nella gestione dell'impresa: "i manager sono agenti fiduciari degli azionisti, dai quali ricevono in affidamento denaro per ricavarne un guadagno. Se i manager impiegano il denaro degli azionisti per perseguire obiettivi sociali ritenuti moralmente pregevoli, con conseguente costo addizionale a carico dell'impresa, allora, in effetti, ciò che i manager fanno è imporre una tassazione agli azionisti, senza averne l'autorità. Il compito di perseguire cause sociali dovrebbe essere lasciato al Governo e alla Pubblica Amministrazione, che operano sulla base dell'autorità ricevuta dall'elettorato" (7).
In definitiva, secondo tale impostazione, i manager dovrebbero agire nell'interesse esclusivo degli azionisti, l'utilizzo del cui denaro per risolvere problemi sociali, anche se di tali problemi sia causa l'impresa, significherebbe "fare della beneficenza con i soldi degli altri", senza autorizzazione, e tassare gli azionisti senza fornire loro in contropartita un servizio, violando, in tal guisa, il principio no taxation without representation.
Si giungeva, così, a negare fondamento alla responsabilità sociale dell'impresa, sia sul piano morale che etico.
Già a partire dagli anni sessanta, sempre negli Stati Uniti, iniziarono a diffondersi concezioni diverse da quella neo-classica, fondate sul convincimento che l'impresa abbia "doveri" nei confronti di una pluralità di soggetti o istanze sociali, non limitati al perseguimento di un risultato reddituale. Ma è solo dalla seconda metà degli anni settanta che si rafforza la visione della responsabilità sociale d'impresa come attributo gestionale, vale a dire come serie di pratiche adottate nell'ottica del perseguimento di un miglioramento gestionale attraverso la soddisfazione di complesse richieste provenienti dall'ambiente esterno. In particolare, dall'inizio degli anni ottanta, con il contributo di R.E. Freeman (8), si diffonde il concetto di stakeholder (letteralmente: "portatore di interesse"), inteso come "qualsiasi gruppo o individuo che può aver un influsso o essere influenzato dal raggiungimento dello scopo di un'organizzazione" (9).
Per la teoria degli stakeholders, l'impresa dovrebbe tener conto anche.....

 

Il seguito è riservato agli Abbonati

Scelga l'abbonamento più adatto alle Sue esigenze