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FONDAZIONI ED ASSOCIAZIONI NEL DISEGNO SISTEMATICO DEL DECRETO LEGISLATIVO 231/ 2001 - di Fabrizio D'Arcangelo, Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Milano




1. Premessa.

Le fondazioni, le associazioni ed, in generale, gli enti non lucrativi previsti dal Titolo II del Libro I del codice civile sono tradizionalmente estranei alla cultura della dottrina penalistica italiana.
L'ambito di applicazione delle norme del c.d. diritto penale-societario è, infatti, circoscritto alle società che svolgono una delle attività di impresa commerciale enunciate dall'art. 2195, 1° co., c.c. , sul presupposto che esse soltanto coinvolgano interessi patrimoniali tali da incidere in maniera significativa sulla ricchezza collettiva e sulla economia nazionale.
L'introduzione delle "Disposizioni penali in materia di società e di consorzi", di cui al titolo XI del Libro V del codice civile (artt. 2621 e ss.), infatti si ricollega storicamente all'esigenza di sanzionare con energia gli abusi e le irregolarità commessi in seno a società e consorzi, in considerazione del riflesso che gli interessi patrimoniali sottesi alla vita delle società commerciali determinano nel più vasto campo dell'economia nazionale .
La esclusione delle associazioni e della fondazioni da tale disciplina trova, pertanto, giustificazione nel carattere non lucrativo dello scopo perseguito da tali enti e dall'originaria diffidenza (se non addirittura ostilità ) del legislatore nei confronti dei medesimi.
Tale assetto normativo è, peraltro, rimasto immutato anche in seguito alla sempre più marcata affermazione delle non profit organizations, alla articolata attuazione dei principi del pluralismo istituzionale ed alla esigenza, spesso rappresentata dalla dottrina , di proteggere il sempre più consistente affidamento che tali enti suscitano, anche mediante l'esercizio dell'attività di fund raising, in modo da prevenire abusi e patologie.
In tale contesto la sostanziale irrilevanza dell'universo della non lucratività per il legislatore penale è, tuttavia, scalfita dal D.Lgs. 231/01 che ha affermato nell'ordinamento italiano il principio per cui societas delinquere et puniri potest.
La espressa previsione della responsabilità da reato anche previsti dal Titolo II del Libro I del codice civile segna l'ingresso delle fondazioni e della associazioni nell'orizzonte della dottrina e della giurisprudenza penalistica ed impone una verifica dei numerosi problemi interpretativi sollevati dalla applicazione di una disciplina punitiva concepita per contrastare la criminalità di impresa ad enti che rivengono il proprio tratto identitario e qualificante nell'essere non profit.
Il legislatore delegato, infatti, non delinea all'interno della trama del diritto punitivo degli enti un sottosistema dedicato agli enti non lucrativi, ma si limita a estendere ai medesimi il paradigma punitivo delineato per le società, ponendo delicati problemi interpretativi attesa la evidente diversità strutturale e funzionale tra tali soggetti.


2. La estensione della responsabilità amministrativa da reato agli enti privi di personalità giuridica.

L'art. 1, comma secondo, del D.Lgs. 231/01, dopo aver introdotto al primo comma la responsabilità degli enti per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato, afferma che le disposizioni del medesimo decreto "si applicano agli enti forniti di personalità giuridica e alle società e associazioni anche prive di personalità giuridica".
La norma, pur nella sua formulazione sintetica, enuncia due distinti principi che si rivelano di estremo rilievo per la esatta individuazione dei soggetti destinatari della disciplina del D.Lgs. 231/01 ed il corretto inquadramento sistematico delle disposizioni sanzionatorie previste da tale testo normativo.
Secondo il legislatore delegato, infatti, le prescrizioni sanzionatorie si applicano indipendentemente dalla circostanza che l'ente abbia o meno conseguito la personalità giuridica ed anche, come evidenzia in modo inequivoco il riferimento agli "enti forniti di personalità giuridica e… associazioni anche prive di personalità giuridica", agli enti non lucrativi.
Tale scelta, peraltro, non appare ovvia né pleonastica.
In alcuni ordinamenti esteri , infatti, il principio della responsabilità penale è limitato esclusivamente agli enti dotati di personalità giuridica per ragioni di "efficacia e sicurezza", in quanto solo il riferimento ad un chiaro criterio discretivo quale quello della personalità giuridica potrebbe scongiurare incertezze e disorientamenti nella applicazione giudiziale .
In una analoga prospettiva ermeneutica si è rilevato che il legislatore italiano ha esteso l'ambito applicativo della disciplina sanzionatoria degli enti ad un novero eccessivamente ampio di soggetti e che la previsione dell'art. 1, comma secondo, del D.Lgs. rivela una scarsa tassatività nella individuazione dei soggetti metaindividuali destinatari della disciplina sanzionatoria .
L'art. 1 della legge delega 29 settembre 2000, n. 300 , tuttavia, imponeva expressis verbis di adottare nella formulazione legislativa il sintagma "ente", in luogo di quello di "persona giuridica", perché quest'ultimo non avrebbe consentito, come è evidenziato nella Relazione al D.Lgs. 231/01 , di "essere dilatato troppo al di là della sua capacità semantica, al fine di poter ricomprendere anche gli enti che tale requisito non hanno".
La dottrina ha, inoltre, evidenziato come la scelta di ricondurre all'ambito applicativo del decreto legislativo anche gli enti privi di personalità giuridica sia stata ispirata da una istanza di evidente ragionevolezza, in considerazione dell'eminente rilievo che talora tali enti assumono nella sfera giuridica ed economica .
Nella Relazione, peraltro, si osserva anche come "si tratta di soggetti che, potendo più agevolmente sottrarsi ai controlli statali, sono a "maggior rischio" di attività illecite ed attorno ai quali appare dunque ingiustificato creare vere e proprie zone di immunità" .
La scelta del legislatore di non assegnare alcuna valenza selettiva alla qual.....

 

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