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L’APPLICAZIONE DELLE MISURE CAUTELARI NEI CONFRONTI DEGLI ENTI: LE PRIME PRONUNCE DELLA GIURISPRUDENZA - I° PARTE - di Luigi Domenico Cerqua, Presidente di Sezione del Tribunale di Milano



1. Premessa.

Una premessa si impone. Anche nel procedimento cautelare delineato dal d. lgs. 8 giugno 2001, n. 231, emanato in attuazione della legge 29 settembre 2000, n. 300, un ruolo di rilievo, come si vedrà in seguito, assumono gli artt. 34 e 35 ( ): l'art. 34 stabilisce che per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato, oltre alle norme specificamente previste dal capo III, si osservano, in quanto compatibili, le disposizioni del codice di procedura penale e delle relative norme di attuazione; mentre l'art. 35 estende all'ente collettivo le disposizioni processuali relative all'imputato, purché compatibili.
Si deve inoltre precisare che le misure cautelari interdittive, che non possono essere applicate congiuntamente (art. 46, comma 4), al contrario delle sanzioni interdittive (art. 14, comma 3), e per le quali è stabilita la durata massima di un anno (artt. 51, comma 1, e 13, comma 2), sono state previste dal legislatore essenzialmente per ragioni di prevenzione speciale, onde evitare la reiterazione di condotte analoghe.


2. L'applicazione di misure cautelari interdittive: profili di carattere generale.

Poste queste premesse, occorre esaminare le condizioni per l'applicazione in via cautelare nei confronti delle persone giuridiche e degli enti collettivi in genere delle misure interdittive che l'art. 9, comma 2, elenca secondo un ordine decrescente di incisività e gravità: l'interdizione dall'esercizio dell'attività (comma 2 lett. a); la sospensione o la revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni funzionali alla commissione dell'illecito (comma 2 lett. b); il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, salvo che per ottenere le prestazioni di un pubblico servizio (comma 2 lett. c); l'esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e l'eventuale revoca di quelli già concessi (comma 2 lett. d); il divieto di pubblicizzare beni o servizi (comma 2 lett. e).
Le sanzioni interdittive dianzi ricordate si applicano solo in relazione ai reati per i quali sono espressamente previste (art. 13, comma 1). Tale principio, di carattere generale, non può non valere anche in sede cautelare ( ): ne consegue, ad esempio, che per i reati previsti dall'art. 24 (indebita percezione di erogazioni, truffa in danno dello Stato o di un ente pubblico, ecc.) potranno essere applicate in sede cautelare soltanto le sanzioni interdittive elencate nell'art. 9, comma 2 lett. c), d) ed e); mentre non potrà essere applicata alcuna misura cautelare interdittiva in conseguenza della commissione di reati societari.
Perché si possa far luogo alla loro applicazione occorre che emergano gravi indizi per ritenere la sussistenza della responsabilità dell'ente per un illecito amministrativo dipendente da reato e vi siano fondati e specifici elementi di fatto che fanno ritenere concreto il pericolo che vengano commessi illeciti della stessa indole di quello per cui si procede (art. 45, comma 1).
Si tratta di valutazioni che il giudice penale dovrà condurre secondo i canoni tipici delle decisioni incidentali cautelari, alla stregua dei quali ''la valenza probatoria dei gravi indizi può essere inferiore a quella necessaria per giustificare il giudizio dibattimentale o l'affermazione della responsabilità, nel senso che deve trattarsi comunque di indizi che devono essere valutati nell'ottica di un giudizio prognostico per verificare – allo stato degli atti – il fumus commissi delicti, cioè una probabilità di colpevolezza alta, qualificata, ragionevole e capace di resistere ad interpretazioni alternative''.
Limitandoci a richiamare alcuni principi enunciati dalla Corte di cassazione in materia di libertà personale, ricordiamo che gli indizi si identificano in quegli elementi a carico, di natura logica o rappresentativa, che, contenendo in nuce tutti o soltanto alcuni degli elementi strutturali della prova corrispondente, non valgono, di per sé, a provare oltre ogni dubbio la responsabilità dell'indagato e tuttavia, consentono, per la loro consistenza, di prevedere che, attraverso la futura acquisizione di ulteriori elementi, saranno idonei a dimostrare tale responsabilità, fondando nel frattempo una qualificata probabilità di colpevolezza.
In altri termini, gli indizi di responsabilità, che legittimano l'adozione di una misura cautelare, vanno individuati in quegli elementi che, nel momento in cui emergono e in relazione alla situazione che in esso si presenta, e, quindi, allo stato degli atti, fanno ritenere, quasi con certezza, che il reato sia stato effettivamente commesso e che di esso si sia resa colpevole la persona indagata.
Autorevole dottrina ha affermato di recente che l'indizio, con riferimento ai provvedimenti cautelari previsti dal codice di procedura penale (art. 273, comma 1, c. p. p.), ''mira a soddisfare esigenze connesse a sviluppi intermedi del procedimento penale senza essere finalizzato alla fissazione del fatto oggett.....

 

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