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REATI DI INFEDELTÀ NELLA GESTIONE D’IMPRESA E RESPONSABILITÀ DELL’ENTE SOCIETARIO - di Maurizio Bellacosa, Avvocato in Roma



1. Premessa: le fattispecie di infedeltà gestoria nella riforma dei reati societari

Il decreto legislativo 11 aprile 2002, n. 61, di riforma dei reati societari di cui agli artt. 2621 e segg. c.c., si è segnalato, tra l'altro, per la introduzione di due fattispecie di infedeltà nella gestione d'impresa.
La prima ipotesi, da lungo tempo invocata dalla dottrina penalistica , è denominata "infedeltà patrimoniale" ed è descritta dall'art. 2634 c.c. nei seguenti termini: «1. Gli amministratori, i direttori generali e i liquidatori, che, avendo un interesse in conflitto con quello della società, al fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o altro vantaggio, compiono o concorrono a deliberare atti di disposizione dei beni sociali, cagionando intenzionalmente alla società un danno patrimoniale, sono puniti con la reclusione da sei mesi a tre anni. 2. La stessa pena si applica se il fatto è commesso in relazione a beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi, cagionando a questi ultimi un danno patrimoniale. 3. In ogni caso non è ingiusto il profitto della società collegata o del gruppo, se compensato da vantaggi, conseguiti o fondatamente prevedibili, derivanti dal collegamento o dall'appartenenza al gruppo. 4. Per i delitti previsti dal primo e secondo comma si procede a querela della persona offesa».
La seconda figura criminosa, definita dall'art. 2635 c.c. come "infedeltà a seguito di dazione o promessa di utilità", integra una forma di corruzione privata in ambito societario: «1. Gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari , i sindaci, i liquidatori e i responsabili della revisione, i quali, a seguito della dazione o della promessa di utilità, compiono od omettono atti, in violazione degli obblighi inerenti al loro ufficio, cagionando nocumento alla società, sono puniti con la reclusione sino a tre anni. 2. La stessa pena si applica a chi dà o promette l'utilità. 3. La pena è raddoppiata se si tratta di società con titoli quotati in mercati regolamentati italiani o di altri Stati dell'Unione europea o diffusi tra il pubblico in misura rilevante ai sensi dell'articolo 116 del Testo unico di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998 n. 58 . 4. Si procede a querela della persona offesa».


2. L'esclusione delle fattispecie ex artt. 2634 e 2635 c.c. dalla categoria dei reati societari la cui commissione può comportare la responsabilità amministrativa dell'ente

Sulla base delle valutazioni e delle scelte operate dal legislatore della riforma, entrambe le fattispecie di infedeltà sono state escluse dalla categoria dei reati societari in relazione ai quali, sussistendo i presupposti indicati agli artt. 5, 6 e 7 del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, può configurarsi la responsabilità degli enti collettivi.
A tal proposito, è opportuno ricordare come l'art. 3 del d.lgs. n. 11 del 2002, arricchendo la "parte speciale" del d.lgs. n. 231 del 2001, abbia introdotto una responsabilità amministrativa degli enti collettivi anche per taluni dei reati societari previsti dal titolo XI del libro V del codice civile.
L'intervento si presenta senza dubbio di grande rilievo: i reati societari rappresentano infatti una tipica manifestazione della criminalità d'impresa e, non a caso, è proprio in questo settore che sono emerse le prime spinte da parte della dottrina ad un superamento del noto principio societas delinquere non potest . Indipendentemente, dunque, dall'inquadramento giuridico che di tale forma di responsabilità si intenda offrire , rimane l'apprezzabile opzione per una forma di imputazione diretta all'ente dei reati commessi nel suo interesse, fondata, sul piano oggettivo, sul tradizionale principio di immedesimazione organica e, su quello soggettivo, su un moderno concetto di colpa d'impresa derivante da un difetto di organizzazione.
Nel contesto del presente lavoro, tuttavia, l'esame di tale rivoluzionaria innovazione e delle sue implicazioni sul piano degli illeciti societari si arresta inevitabilmente innanzi alla scelta operata dal legislatore delegato di escludere la responsabilità degli enti collettivi per i reati di infedeltà ex artt. 2634 e 2635 c.c.
Nel silenzio della relazione ministeriale ed in assenza di espresse indicazioni da parte della legge delega che (analogamente al progetto Mirone) nulla prescriveva al riguardo, si deve ritenere che la ragione di tale scelta debba essere rinvenuta nella ritenuta incompatibilità tra gli elementi costitutivi dei reati.....

 

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