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LA CONVENZIONE DI PALERMO SUL CRIMINE ORGANIZZATO TRANSNAZIONALE E LA RESPONSABILITA' DEGLI ENTI: SPUNTI DI RIFLESSIONE - di Giovanni M. Armone, Magistrato presso il Ministero della Giustizia



Sommario: 1. La ratifica della convenzione sul crimine organizzato transnazionale e dei suoi protocolli: profili generali. - 2. La responsabilità delle persone giuridiche nella convenzione di Palermo. - 3. Il recepimento della disciplina sulla responsabilità delle persone giuridiche: lacune e problemi di coordinamento. - 4. Le singole ipotesi di reato.



1. La ratifica della convenzione sul crimine organizzato transnazionale e dei suoi protocolli: profili generali.

All'esito di un lungo e tormentato iter parlamentare, la legge 16 marzo 2006, n.146 ha ratificato in Italia la convenzione e i protocolli contro il crimine organizzato transnazionale, adottati dall'assemblea generale delle Nazioni Unite il 15 novembre 2000 ed il 31 maggio 2001.
La convenzione e i protocolli hanno costituito un enorme passo avanti nel contrasto alla criminalità organizzata transnazionale, sia per la dimensione globale dell'organizzazione che se ne è fatta promotrice , sia per l'ampiezza dei fenomeni delittuosi presi in considerazione.
Il comitato ad hoc, incaricato della redazione su mandato dell'assemblea generale del 9 dicembre 1998, ha cominciato a lavorare nel gennaio 1999 e ha proseguito la sua attività per ben dieci sessioni, giungendo a licenziare il testo in tempi peraltro abbastanza ristretti.
Il mandato muoveva dalla consapevolezza della gravità e diffusione del fenomeno del crimine organizzato transnazionale, strettamente connesso ai recenti fenomeni di globalizzazione, e individuava un duplice strumento atto a contrastarlo efficacemente: a) ravvicinamento delle legislazioni nazionali nella lotta a determinate condotte criminose, sia sotto il profilo delle fattispecie incriminatrici, sia sotto il profilo della prevenzione; b) miglioramento dei meccanismi di cooperazione giudiziaria.
Il nucleo centrale della convenzione, poi esteso a tutti i successivi protocolli, è costituito dalla nozione di reato transnazionale (art. 3): nell'ottica della convenzione, ci troviamo di fronte a una simile ipotesi quando il reato travalica, sotto uno o più aspetti (preparatorio, commissivo o effettuale), i confini di un singolo Stato, è commesso da un'organizzazione criminale ed è connotato da una certa gravità (esso deve essere punito nei singoli ordinamenti con una pena detentiva non inferiore nel massimo a quattro anni). Non interessa dunque il reato occasionalmente transnazionale, ma il reato frutto di un'attività organizzativa dotata di stabilità e prospettiva strategica, dunque suscettibile di essere ripetuto nel tempo.
La convenzione muove (art. 2) da un concetto di reato grave (serious crime) ancorato al suddetto limite edittale, ma impone anche agli Stati-parte una diretta criminalizzazione di alcuni reati specificamente individuati: associazione criminale, riciclaggio, corruzione, intralcio alla giustizia, cui si sono aggiunti, per effetto dei tre protocolli, tratta di esseri umani, traffico di migranti e i reati connessi alla fabbricazione e al traffico illegali di armi da fuoco. E' evidente che, in assenza di un'opera di armonizzazione diretta di alcuni reati più tipicamente transnazionali, il semplice richiamo alla gravità del delitto avrebbe consentito un'elusione della convenzione a quegli Stati che punivano quegli stessi reati con pene più basse.
Benché l'Italia avesse ospitato i rappresentanti degli Stati firmatari per la firma della convenzione, nel dicembre 2000, a Palermo, il percorso di ratifica è stato molto impervio, sicché l'Italia è stato uno degli ultimi Paesi europei a provvedervi.
E' difficile indagare le ragioni di questo ritardo, che peraltro si inscrive in una congenita refrattarietà del nostro sistema al rapido adeguamento agli obblighi internazionali dettati nella materia penale.
Sul piano tecnico, può osservarsi che il concetto di reato transnazionale era in sé sconosciuto al nostro ordinamento, ancorché i criteri di radicamento della giurisdizione consentissero in molti casi di punire condotte definibili transnazionali nella prospettiva della convenzione, e che molte delle tecniche investigative contemplate dalla convenzione, pur note al sistema italiano, non erano estese ai reati di cui veniva contestualmente imposta la criminalizzazione.
Ma soprattutto le carenze riguardavano la responsabilità da reato delle persone giuridiche, istituto di recente introduzione nel sistema nazionale e dunque ancora non abbastanza elastico per adattarsi a fattispecie così variegate come quelle prese in considerazione dalla convenzione e dai suoi protocolli.


2. La responsabilità delle persone giuridiche nella convenzione di Palermo.

Al pari di molti altri strumenti internazionali di ultima generazione, anche la convenzione Toc impone agli Stati firmatari di introdurre nei propri ordinamenti norme che stabiliscano la responsabilità delle persone giuridiche per i reati commessi al proprio interno, da amministratori, dirigenti, dipendenti (art. 10).
La tendenza si ricollega, da un lato, alla consapevolezza che il diritto penale dell'età contemporanea non può incentrarsi sulla criminalità ind.....

 

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