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6 settembre 2021 (ud. 2 dicembre 2020) n. 32899 - sentenza - Corte di cassazione - sezione IV penale* (ai fini dell'integrazione della circostanza aggravante di cui all'art. 589, co. 2, e all'art. 590, co. 3, cod. pen., la locuzione



REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dai magistrati: Giacomo Fumu - Presidente Francesco Maria Ciampi
Carla Menichetti
Emanuele Di Salvo Salvatore Dovere - Relatore
ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sui ricorsi proposti dal Procuratore generale presso la Corte di appello di Firenze nei confronti di: (omissis) dagli imputati: (omissis)
dalle parti civili: (omissis)
dai responsabili civili: (omissis)
dagli enti amministrativamente responsabili: (omissis)
avverso la sentenza del 20/06/2019 della Corte Appello di Firenze visti gli atti, il provvedimento impugnato e i ricorsi;
udita la relazione svolta dal Consigliere Salvatore Dovere;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Pasquale Fimiani che ha concluso chiedendo l'annullamento con rinvio quanto all'assoluzione di … e … ed alla condanna di … e di … e dei responsabili civili … e …; rigetto di tutti gli altri ricorsi.

(omissis)

RITENUTO IN FATTO

1. La vicenda ricostruita nelle sentenze di merito e le imputazioni.
La sentenza oggetto di impugnazione dinanzi a questa Corte è stata emessa all'esito del giudizio di appello celebrato nell'ambito del procedimento penale scaturito da tragici fatti occorsi il 29 giugno 2009 nel Comune di Viareggio.
Essi sono stati ricostruiti dai giudici di merito in termini che, per quanto concerne la dinamica di quanto si svolse nel perimetro della stazione ferroviaria di quel Comune e nell'area circostante, trovano a grandi linee concordi tutte le parti del processo (nel prosieguo si indicheranno i temi per i quali si registrano i dissidi di maggior rilievo).
Secondo tale ricostruzione, in quel giorno, intorno alle ore 23,48, il treno merci n. 50325, composto dalla locomotiva e da 14 carri cisterna trasportanti GPL, che procedeva sulla tratta Trecate-Gricignano, mentre transitava alla velocità di circa 100 Km/h sul quarto binario della stazione di Viareggio, sviava con il primo carro cisterna e successivamente con altri quattro carri.
In particolare, lo svio riguardò un assile (n. 98331) del primo carrello del primo carro (n. 33807818210-6), nel momento in cui transitava in adiacenza del marciapiede fra il terzo ed il quarto binario, il cui cordolo venne colpito dal carrello sviato.
Dopo aver incontrato nella sua corsa un attraversamento a raso, si verificava lo svio anche dell'altro asse del primo carrello e questo sormontava il cordolo del marciapiede, con successivo ribaltamento del primo carro e, a seguire, degli altri quattro sul fianco sinistro.
Nella fase di strisciamento sulla sede ferroviaria il primo carro impattava con un elemento di acciaio, che provocava uno squarcio nella cisterna, con conseguente fuoriuscita del gas trasportato che invadeva la sede ferroviaria e le aree circostanti.
Dopo pochi minuti, si verificava una potente deflagrazione che interessava tutta l'area limitrofa. Il vasto incendio che ne derivava provocava trentadue morti, lesioni gravi a numerose persone, la distruzione o il grave danneggiamento di innumerevoli veicoli e di numerose abitazioni adiacenti la stazione ferroviaria di Viareggio.
La causa dello svio è stata identificata dai giudici di merito nel cedimento dell'assile del primo carro, identificato dal numero 98331, determinato dal suo stato di corrosione. È stato altresì accertato che l'assile in questione era stato montato sul carro, in proprietà di … e da questa noleggiato a … s.r.l., poi divenuta … s.p.a., presso la … s.p.a. di …, nella cui azienda era stato eseguito un intervento di manutenzione nel marzo 2009; ed ancora, che l'assile fornito dalla … era stato sottoposto a revisione conclusa il 28.11.2008 presso …, la cui proprietà faceva capo a …; che il trasporto dei carri merci era stato eseguito per conto della … s.r.l. (e poi di … s.p.a.) da … s.p.a. e che l'infrastruttura ferroviaria faceva capo a … s.p.a.
Dei gravissimi eventi erano state chiamate a rispondere trenta persone fisiche (…), e sette società di capitali (…).
Alle prime è stato ascritto di aver cagionato il disastro ferroviario, l'incendio e le morti e le lesioni che scaturirono dal deragliamento, avendo assolto ai rispettivi compiti con negligenza, imprudenza, imperizia e con violazione di norme nazionali e comunitarie, dettagliatamente indicate nelle rispettive imputazioni.

(omissis)

2. La sentenza di primo grado.
Con sentenza emessa il 31 gennaio 2017 il Tribunale di Lucca dichiarava i predetti imputati … responsabili dei reati di disastro ferroviario colposo, di incendio colposo, di omicidio colposo plurimo e di lesioni colpose plurime, loro rispettivamente contestati, e li condannava alle pene ritenute per ciascuno eque, nonché al risarcimento dei danni in favore delle parti civili, con condanna in solido delle società responsabili civili.
Dichiarava, altresì … responsabili dell'illecito di cui all'art. 25-septies d.lgs. n. 231/2001 e le condannava alla pena per ciascuna ritenuta equa.
Assolveva invece …. Assolveva, altresì, … in relazione all'illecito di cui al menzionato art. 25-septies. Il Tribunale riteneva confortata dalle acquisizioni probatorie la ricostruzione offerta dall'accusa.
In particolare, il gravissimo sinistro era stato determinato dal cedimento strutturale dell'assile numero 98331, uno dei due che alcuni mesi prima erano stati sostituiti a quelli originari.

(omissis)

La rottura dell'assile aveva determinato lo svio del carro, il ribaltamento per la presenza di un passaggio a raso, il conseguente strisciamento del carro sul suo fianco sinistro sull'infrastruttura ferroviaria, l'impatto con un elemento dell'infrastruttura e il conseguente sfondamento del mantello del serbatoio con la fuoriuscita del GPL.
Ad avviso del Tribunale si era trattato di un evento non imprevedibile, anche in considerazione del manifestarsi anticipato di diversi segnali di allarme.
Nessuno dei fattori che avevano avuto un qualche ruolo causale rispetto all'accadimento veniva reputato di assorbente rilievo ai fini della interruzione della relazione eziologica tra l'evento e la condotta ascrivibile agli imputati.

(omissis)

Infine, la sentenza di primo grado riconosceva gli enti … responsabili dell'illecito di cui all'art. 25-septies decreto 231/2001 e condannava quelli di diritto straniero ognuno alla sanzione pecuniaria di 400 quote del valore di 1.200 euro ciascuna e quelle di diritto italiano ognuno alla sanzione di 700 quote del valore di 1.000 euro ciascuna; applicava a tutte la sanzione interdittiva prevista dall'art. 9, co. 2 lett. e) d.lgs. n. 231/2001, per la durata di mesi tre.
Come già esposto, escludeva la responsabilità amministrativa di ….
Dopo aver rammentato che … era stata esclusa dal processo con ordinanza del 9.12.2013, il Tribunale riteneva che la responsabilità amministrativa degli enti morali, quale definita dal decreto 231/2001 fosse applicabile anche alle persone giuridiche di diritto straniero non aventi in Italia alcuna sede, principale o secondaria che sia.
In tal modo, sulla scorta di una pluralità di riferimenti normativi, assunti in una interpretazione sistematica, rigettava la tesi secondo la quale dall'autonomia dell'illecito attribuibile all'ente e dalla assenza di espresse previsioni fondative debba dedursi la non applicabilità della giurisdizione nazionale a soggetti giuridici che conformano il proprio modello organizzativo alle normative del Paese di appartenenza.
Accertata la commissione del reato presupposto dell'illecito di cui all'art. 25-septies e giudicando che esso era stato commesso nell'interesse e/o vantaggio dell'ente di appartenenza, il Tribunale concludeva come sopra rammentato. … avevano adottato Modelli di organizzazione e gestione non reputati idonei a prevenire reati della stessa specie di quelli commessi dai rispettivi esponenti; le società estere venivano ritenute prive di ogni Modello di organizzazione coerente alle previsioni degli artt. 6 e 7 decreto 231.
La responsabilità di … veniva negata per non essere stata dimostrata la commissione del reato presupposto da parte del suo A.D.; quella di … veniva esclusa non venendo ravvisata la commissione della condotta da parte dei suoi esponenti nell'interesse o a vantaggio dell'ente in parola; quella di … veniva esclusa sia perché l'imputazione nei confronti della stessa era venuta a mutare rispetto alla originaria imputazione senza una regolare contestazione della stessa (dall'interesse della società all'interesse del gruppo …); sia per aver dato dimostrazione di aver adottato ed efficacemente attuato prima della commissione del reato un Modello di organizzazione e di gestione.

3. La sentenza della Corte di appello di Firenze.
Tutti gli imputati, le società condannate ai sensi del d.lgs. n. 231/2001 ed i responsabili civili proponevano appello. Inoltre, proponeva appello … che era divenuta beneficiaria del ramo di azienda denominato "Cargo" in forza di atto di scissione parziale di … intervenuto il 21.12.2016, ovvero prima della pronuncia della sentenza di primo grado.
Anche il pubblico ministero e le parti civili … adivano il giudice di secondo grado. Il quale, con la sentenza riportata in epigrafe, in accoglimento degli appelli dell'accusa pubblica e privata, ha dichiarato responsabili dei reati loro rispettivamente ascritti il … ed il …, quale A.D. di … s.p.a., eccezion fatta per i reati di cui agli artt. 590 cod. pen. e 423, 449 cod. pen., che dichiarava estinti per prescrizione; ha condannato pertanto il … alla pena di sette anni e tre mesi di reclusione, previa esclusione dell'aggravante di cui all'art. 61 n. 3 cod. pen. e il riconoscimento della continuazione tra i reati, ed il … alla pena complessiva di sette anni di reclusione, previo riconoscimento delle attenuanti generiche valutate equivalenti all'aggravante di cui all'art. 589, co. 2 cod. pen.
La Corte di appello, inoltre, ha assolto da tutti i reati loro rispettivamente contestati il … per non aver commesso il fatto; ha dichiarato estinti i reati ascritti a … per morte dei medesimi; ha dichiarato estinti per prescrizione i reati di cui rispettivamente agli artt. 590 cod. pen. e 423-449 cod. pen. nei confronti del … ai quali ha ridotto la pena, dopo aver altresì escluso l'aggravante di cui all'art. 61 n. 3 cod. pen. e riconosciute le attenuanti generiche a ….
La Corte distrettuale ha modificato altresì le statuizioni civili pronunciate dal Tribunale, conformandole alle modificate statuizioni penali.
Quanto agli enti già condannati, la Corte di appello ha revocato per tutte le sanzioni interdittive ed ha ridotto la sanzione pecuniaria irrogata alle società … al numero di 333 quote dell'importo già stabilito di euro 1.200 per ciascuna quota. Ha confermato le restanti statuizioni del giudice di primo grado.
Dopo aver rigettato l'eccezione sollevata dalle difese di alcuni imputati ed enti che investiva la sentenza di primo grado nella sua interezza, per essere stata pronunciata da un giudice non precostituito per legge ma scelto per ragioni di mera opportunità, e quella avanzata dall'imputato …, relativa alla nullità della sentenza per non essergli stata notificata la modifica delle imputazioni di cui ai numeri 34, 35 e 36 relative al coimputato …, disposta dal PM all'udienza del 22.1.2014 (ulteriori eccezioni di carattere processuale, pure citate dalla Corte di appello, non assumono rilievo ai fini che qui occupano), il Collegio di secondo grado ha esplicato le ragioni per le quali ha ritenuto che sussista l'aggravante di cui all'art. 589, co. 2 cod. pen., assumendo che essenziale al riguardo è che l'evento si verifichi nello svolgimento di attività lavorativa, mentre non ha valore dirimente né il luogo ove l'evento si verifica né il non essere il soggetto passivo un lavoratore.
Peraltro, le norme la cui violazione comporta l'applicazione di tale aggravante non sono solo quelle speciali dettate dal legislatore a tutela del lavoro ma sono anche quelle del codice civile che pongono obblighi cautelari in capo all'imprenditore.
Nel caso di specie il deragliamento e quel che ne seguì avvenne nel corso dello svolgimento dell'attività lavorativa del trasporto per ferrovia del GPL e un simile evento costituisce rischio tipico che l'imprenditore ferroviario è tenuto a governare, a tutela non solo dei propri dipendenti e di coloro che sono direttamente coinvolti nella circolazione del treno ma anche di quanti si trovano legittimamente nei pressi del treno nel momento del deragliamento.
Né può distinguersi, ha aggiunto la Corte di appello, la sicurezza sul lavoro dalla sicurezza della circolazione per limitare la posizione di garanzia dell'impresa ferroviaria, essendo unica ed indubitabilmente lavorativa l'attività svolta.
In tale contesto tematico la Corte distrettuale ha respinto l'ulteriore assunto difensivo della inapplicabilità al trasporto ferroviario delle disposizioni di cui al d.lgs. n. 81/2008, facendo perno sull'interpretazione dell'art. 3, co. 1, 2 e 3 di tale testo; e quello che rappresentava l'inapplicabilità della normativa antinfortunistica ai soggetti operanti esclusivamente all'estero in quanto legittimamente non a conoscenza delle norme del diritto italiano.
A tal ultimo riguardo, la Corte di appello ha richiamato l'art. 6, co. 2 cod. pen., rimarcando come i soggetti esteri avessero tenuto una parte della condotta in Italia consegnando l'assile alla … s.p.a.; l'art. 23 d.lgs. n. 81/2008 e la circostanza che essi devono essere reputati fornitori; l'art. 8, co. 2 d.lgs. n. 162/2007, rilevante in quanto i soggetti in parola si fecero fornitori di servizi di manutenzione, o comunque furono addetti alla manutenzione (…) o enti appaltanti (…); alcune norme del contratto stipulato con … s.p.a. ed infine l'art. 4, co. 1 del Regolamento europeo n. 864/2007. Conseguentemente ha rigettato l'istanza di rinvio pregiudiziale alla CGUE ai sensi dell'art. 267 del TFUE formulata proprio a riguardo del tema.

(omissis)

Con riferimento alle posizioni degli enti morali condannati per l'illecito di cui all'all' 25-septies d.lgs. n. 231/2001, la Corte di appello ha condiviso con il Tribunale che: - la disciplina dettata dal decreto 231 si applica anche agli enti morali esteri che non hanno in Italia una sede, sia essa principale o secondaria; la tesi è stata sostenuta in forza di una interpretazione sistematica che recluta gli artt. 1, 4, 34, 36 del decreto, e che trova nella circostanza che risulta commessa in Italia parte della condotta degli esponenti delle società estere un elemento rilevante.
Infatti, la consapevolezza di operare in Italia fornendo il proprio materiale rotabile imponeva alle predette società di uniformarsi alle leggi italiane e di preoccuparsi di conoscerne il contenuto.
Né la residenza in altro Stato rende impossibile il giudizio sulla adozione ed efficace attuazione di un idoneo modello di organizzazione e gestione pur nella diversità delle previsioni nazionali perché può addivenirsi o ad una valutazione dell`idoneità del modello organizzativo adottato dalla società straniera secondo la legge del luogo ove si è determinata la colpa di organizzazione o ad una valutazione della concreta idoneità ed adeguatezza del MOG ad evitare la commissione del reato, prescindendo da aspetti formali.
La Corte di appello, che ha anche ritenuto ricorrenti l'interesse ed il vantaggio pretesi dall'art. 5 del decreto, ha optato per questa seconda interpretazione, giudicando non resa la prova dell'adozione di un idoneo MOG.
Sono stati invece accolti gli appelli in relazione al mancato riconoscimento dell'attenuante dell'art. 12, co. 2 lett. a) e alle sanzioni interdittive, riformando di conseguenza la sentenza impugnata.
Con riferimento a …, la Corte ha respinto tutti i motivi di appello, salvo quello concernente le sanzioni interdittive, Ha poi respinto il ricorso del P.m. nei confronti di … s.p.a. (divenuta … s.p.a), di … s.p.a. (divenuta … s.p.a.).
Avverso la decisione appena sintetizzata hanno proposto ricorso per la sua cassazione tutti gli imputati condannati e le società che, sia come responsabili civili che come enti tratti a giudizio per rispondere dell'illecito di cui all'art. 25-septies d.lgs. n. 231/2001, sono risultati condannati; nonché il Procuratore generale presso la Corte di appello di Firenze e talune delle parti civili, in relazione all'assoluzione di … e all'esclusione di uno dei profili di colpa contestati al ….
I motivi di ricorso, in taluni casi particolarmente analitici e diffusi, verranno riportati tenendo presente la prescrizione dettata dall'art. 173 disp. att. cod. proc. pen.

(omissis)

3. Le ‘norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro' nel contesto degli artt. 589, co. 2 e 590, co. 3 cod. pen..
3.1. Appare opportuno trattare in via preliminare anche un ulteriore tema, ovvero la nozione di ‘norme per la prevenzione degli infortuni', quale viene in considerazione ai fini della integrazione delle circostanze aggravanti rispettivamente previste dall'art. 589, co. 2 e dall'art. 590, co. 3 cod. pen.
L'analisi in questa sede si giustifica per la diretta connessione con quanto si è appena scritto e per il fatto che le aggravanti in parola sono state contestate a tutti gli odierni ricorrenti persone fisiche (salvo le precisazioni che si faranno per il …) e tanto gli imputati che gli enti incolpati si sono doluti dell'interpretazione data dai giudici di merito alle menzionate disposizioni.
La trattazione preliminare si impone anche perché il riconoscimento di detta aggravante è presupposto di una particolare misura del termine di prescrizione degli omicidi, della legittimazione attiva di talune tra le parti civili
costituite nonché della ritenuta responsabilità degli enti morali per l'illecito di cui all'art. 25-septies d.lgs. n. 231/2001.
Dare sin d'ora soluzione alla questione permette una maggiore leggibilità della presente motivazione.
Orbene, i relativi motivi di ricorso sono fondati. La locuzione "fatto commesso con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro" situa l'aggravante prevista dalle menzionate disposizioni codicistiche nel contesto concettuale della cd. concretizzazione del rischio.
Come è noto, secondo i dettami della imputazione oggettiva dell'evento, ormai consolidato riferimento della giurisprudenza di legittimità, nei reati colposi di evento alla causalità materiale deve aggiungersi la causalità della colpa, che viene accertata verificando che l'evento verificatosi corrisponda alla classe di eventi il cui accadere la regola cautelare violata intende evitare (cd. concretizzazione del rischio) e che il comportamento doveroso mancato avrebbe effettivamente evitato l'evento realizzatosi qualora adottato (efficacia impeditiva del comportamento alternativo lecito).
Se la condotta colposa coincide con la trasgressione della regola cautelare, allora il fatto è commesso con violazione delle norme perla prevenzione degli infortuni se nell'evento si è concretizzato il rischio da queste governato; non è sufficiente il solo rapporto di causalità materiale.
L'accertamento impone due necessità; la prima è del tutto evidente: si tratta di portare in superficie quale sia la classe di eventi che la regola vuole scongiurare.
In specie la dottrina parla al proposito anche di ‘fine di tutela della norma' o di scopo della norma.
A fronte di regole cautelari positivizzate occorre certamente interrogare la disposizione, accostandosi ad essa con i consueti strumenti dell'interprete.
Ma in realtà la ‘primazia' dell'interpretazione di un enunciato, anche nelle sue relazioni con il contesto nel quale è posto, non mette in ombra il fatto che la regola rappresenta la sintesi deontica delle sottostanti assunzioni fattuali.
Si tratta di una struttura che è condivisa con le regole cautelari non positivizzate. Tutte le regole, ovvero i precetti generali ed astratti, si basano su generalizzazioni che nascono dalla ripetuta osservazione di fenomeni; la reiterata osservazione del fatto che determinati comportamenti producono una conseguenza che si intende evitare sta alla base della formulazione di enunciati normativi che vietano quel tipo di comportamenti.
L'analisi della regola cautelare identifica tre generalizzazioni ad essa sottese. C'è la generalizzazione che attiene al rapporto di implicazione tra una determinata situazione X e un rischio Y; c'è la generalizzazione che attiene al rapporto di implicazione tra la misura Z e il rischio Y; c'è la generalizzazione che attiene al rapporto di implicazione tra il rischio Y e un (dis)valore ad esso assegnato.
Ma la regola non ha una sintassi del tipo: dato che la situazione X produce il rischio Y, il quale è oggetto di disvalore, e che la misura Z elimina il rischio Y allora si deve adottare Z. La regola è contratta: data la situazione X si deve la misura Z. Tener presente queste generalizzazioni aiuta a comprendere a cosa si allude quando si afferma che la regola cautelare sorge da un ripetuto giudizio di prevedibilità e di evitabilità.
La generalizzazione che considera la correlazione tra la situazione ed il rischio esprime il giudizio di prevedibilità; quella che considera la correlazione tra il rischio e la misura esprime il giudizio di evitabilità.
Sicché la differenza tra le due specie (regola positivizzata-regola sociale) risiede nel fatto che per le regole assunte in disposizioni l'interprete può avvalersi di un più ampio corredo di `indizi' relativi allo scopo di tutela, ovvero alla classe di eventi, al rischio fronteggiato.
Ma l'oggetto dell'accertamento è il medesimo nei due casi. Per portare alla luce il rischio traguardato dalla regola sociale può quindi essere necessario accertare in quale contesto delle attività umane si è fatta esperienza di una certa classe di eventi pregiudizievoli, si è formato il patrimonio conoscitivo compendiato nella morfologia del precetto. Tuttavia c'è una seconda necessità, forse di minore immediata evidenza.
A ben vedere l'interprete non può compiere l'opera senza procedere contestualmente anche alla (ri)descrizione dell'evento. È una necessità imposta dal raffronto con la `classe'.....

 

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