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17 giugno 2021 (ud. 19 marzo 2021) n. 348 - sentenza - Tribunale di Vicenza - sezione penale* (il novero dei soggetti apicali individuati dall'art. 25 ter d.lgs. 231/2001 risulta assolutamente sovrapponibile a quello individuato dall'art. 5 trattandosi di soggetti che rientrano in coloro che esercitano funzioni di amministrazione o direzione dell’ente - la sottoposizione a procedura concorsuale non comporta l’estinzione dell’illecito da reato della società in quanto trattasi di causa di estinzione non prevista dal d.lgs. 231/2001 - l'estinzione della società si produce soltanto all'eventuale cancellazione della stessa da parte del curatore dopo la chiusura della procedura concorsuale ma non è consentito dichiarare l’estinzione dell’illecito da reato dell'ente sulla scorta di un giudizio prognostico circa l'esito della procedura fallimentare)



REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
IL TRIBUNALE DI VICENZA - Sezione Penale

composto dai Signori:
Dott.ssa Deborah De Stefano Presidente est.
Dott.ssa Elena Garbo Giudice est.
Dott.ssa Camilla Amedoro Giudice est. alla pubblica udienza del 19.03.2021
ha pronunciato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente

SENTENZA (artt. 544 co. 3 c.p.p.)

nel procedimento a carico di:
1) (A) con domicilio eletto c/o …;
libero - presente difeso da …;
2) (B) con domicilio eletto c/o …;
libero - presente difeso da …;
3) (C) con domicilio eletto c/o …;
libero - presente difeso da …;
4) (D) con domicilio eletto c/o …;
libero - presente difeso da …;
5) (E) con domicilio eletto c/o …;
libero - presente difeso da …;
6) (F) con domicilio eletto c/o …;
libero - presente difeso da …;
Responsabile Amministrativo:
(X) in persona del legale rappresentante pro tempore;
costituito il 30.06.2016;
difeso da …;
Responsabile Civile:
(X) in liquidazione coatta amm.va in persona dei legali rappresentanti pro-tempore …;
costituito in data 17.02.2018;
difeso da …;
Parti Civili: (omissis)

(OMISSIS)

CAPITOLO XVIII
LA RESPONSABILITÀ AMMINISTRATIVA DI (X) IN L.C.A.

Indice
1. Reati contestati e collegamento con gli autori del reato.
2. Incidenza della sottoposizione a procedura concorsuale.
3. Interesse di (X) alla commissione dei reati presupposto.
4. La colpa di organizzazione.
5. Trattamento sanzionatorio.
6. Confisca


1. I reati contestati e il collegamento con gli autori del reato.

Nel sistema sanzionatorio delineato dal D.Lgs. 231/01 l'illecito dell'ente è strutturato su una fattispecie complessa costituita da:
- realizzazione di un reato presupposto ("espressamente" previsto nel catalogo delineato nella sezione III del capo I del D.Lgs. 231/ 01),
- un rapporto qualificato tra la persona giuridica e l'autore del reato, che deve appartenere ad una delle categorie individuate dall'art. 5 lett. A e B come idonee a legittimare la connessione con l'ente,
- realizzazione di un interesse o un vantaggio per l'ente,
- sussistenza di una "colpa di organizzazione" dell'ente, diversamente modulata a seconda che il delitto presupposto sia stato commesso da un soggetto in posizione apicale (art. 6 D.Lgs. 231/ 01) o sottoposto all'altrui vigilanza e direzione (art. 7 D.Lgs. 231/01).
A (X) in LCA viene contesta la responsabilità amministrativa da reato con riferimento ai delitti presupposto di aggiotaggio (2637 c.c.) e ostacolo alle funzioni di vigilanza (2638 c.c.).
I reati di cui agli artt. 2637 e 2638 c.c. sono inclusi nell'art. 25 ter lett. R e S D.lvo. 23l/2001 quali delitti fondanti la responsabilità amministrativa dell'ente; non è, invece, ricompreso nell'elenco (di natura tassativa) dei reati presupposto quello di falso in prospetto previsto dall'art. 173 bis T.U.F. che, infatti, non ha dato luogo a contestazione di illeciti amministrativi in questa sede" (1).
Sulla sussistenza dei reati - che peraltro l'Ente non contesta - si rimanda a quanto già illustrato nei capitoli precedenti. Si tratta di reati realizzati sia da soggetti di vertice sia da soggetti sottoposti alla direzione e vigilanza di soggetti apicali (le contestazioni richiamano, infatti, sia la lettera A sia la lettera B dell'art. 5).
La commissione dei reati in concorso tra soggetti apicali e soggetti sottoposti rende ininfluente verificare se la posizione di Vicedirettore rivestita dagli imputati (A), (D) e (B) sia ascrivibile all'una o, piuttosto, all'altra categoria, perché il diretto coinvolgimento di soggetti apicali nella commissione di tutti i reati presupposto determina comunque l'applicabilità del più ampio criterio di imputazione previsto dall'art. 6 D.lgs. 231/2001.
E', infatti, emerso il coinvolgimento in tutti i reati descritti nei capi di imputazione relativi alle ipotesi delittuose di cui agli artt. 2637 cc e 2638 c.c. sia del Presidente (F) (anche per il capo sub N1, per il quale vi è stata trasmissione degli atti alla Procura, cfr. sub capitolo X par.18, cap. XII par.6.1) sia del Direttore Generale … (non imputato nel presente procedimento in quanto stralciato, ma la cui figura si è delineata chiaramente come quella di regista della articolata strategia aziendale in cui si stagliano i reati commessi nonché assoluto comprimario nella commissione dei reati presupposto); soggetti, dunque, che rivestivano funzioni di amministrazione, direzione e gestione dell'ente nel senso accolto dall'art. 5 D.Lgs.231/01 (che fa riferimento ad una funzione gestoria in senso lato) (2) e, prima ancora, dall'art. 25 ter nella formulazione vigente all'epoca dei fatti.
L'art. 25 ter, nella formulazione vigente anteriormente alla novella di cui alla L. 69/2015, recitava infatti: "in relazione ai reati in materia societaria previsti dal codice civile, se commessi nell'interesse della società, da amministratori, direttori generali o liquidatori o da persone sottoposte alla loro vigilanza, qualora il fatto non si fosse realizzato se essi avessero vigilato in conformità degli obblighi inerenti alla loro carica, si applicano le seguenti sanzioni pecuniarie".
Appare condivisibile l'interpretazione che ritiene la norma - introdotta in attuazione dell'art. 11 h della legge delega 366/2001 e nel rispetto dei principi e dei criteri direttivi di cui al d.lgs. 231/ 2001 - non finalizzata ad introdurre un sottosistema autosufficiente di responsabilità dell'ente da reato societario, ma, piuttosto, ad adattare la descrizione dei soggetti apicali di cui alla prima parte dell'art. 5 A alla realtà delle società commerciali e alla natura propria di alcuni reati societari, lasciando, per contro, inalterata la restante disciplina generale di cui all'art. 5 per tutto quanto non espressamente preveduto dall'art. 25 ter, ivi compresa l'equiparazione tra chi rivesta formalmente funzioni apicali e chi eserciti di fatto tali funzioni.
Si è correttamente osservato che, pur adottando un criterio formale (che fa leva sulla carica rivestita) e non oggettivistico-funzionale (come nell'art. 5, che privilegia la natura delle funzioni svolte), il novero dei soggetti apicali individuati dall'art. 25 ter risulta, comunque, assolutamente sovrapponibile a quello individuato dall'art. 5, trattandosi di soggetti che rientrano in coloro che esercitano funzioni di amministrazione o direzione dell'ente, sicché non si profilano sostanziali differenze di disciplina nell'individuazione dei soggetti che responsabilizzano l'ente.
Sovrapponibilità certamente indubbia nel caso di (F) e ... quali vertici (X) autori dei reati presupposto: il secondo in quanto direttore generale e soggetto che aveva ruolo di direzione e gestione dell'ente, individuando gli obiettivi commerciali strategici, trasmettendoli agli organi subordinati e controllandone e sovraintendendone le modalità di esecuzione (anche con riguardo alle condotte illecite che stanno alla base dei reati presupposto); il primo quale presidente del C.d.A. e soggetto che gestiva l'ente, dettando le linee di politica aziendale e assumendo le decisioni strategiche e operative anche con riferimento alle attività coinvolte nell'illecito (cfr. capitolo XII).
La compartecipazione ai reati presupposto dei soggetti apicali porta, dunque, all'applicazione del criterio di imputazione di cui all'alt. 6, d.lgs. n. 231 del 2001 in quanto i reati, anche se realizzati in concorso con soggetti sottoposti, sono ascrivibili ad una scelta dei vertici idonei ad iscriverli nella illecita politica d'impresa, mentre l'art. 7 d.lgs. n. 231/2001 si applica in via residuale in ipotesi di commissione del reato da parte di soli soggetti sottoposti.


2. Incidenza della sottoposizione a procedura concorsuale.

In data 25.6.2017 (X) veniva sottoposta a liquidazione coatta amministrativa con decreto ministeriale N. 185 del 25.6.2017.
Successivamente il Tribunale fallimentare di Vicenza dichiarava lo stato di insolvenza; attualmente è pendente ricorso per Cassazione avverso la sentenza della Corte di Appello di Venezia di rigetto del reclamo proposto avverso la sentenza dichiarativa dell'insolvenza.
Tale situazione non incide sulla responsabilità amministrativa in esame.
E, infatti, la procedura concorsuale non fa venir meno l'illecito amministrativo, poiché resta irrilevante ai fini della sussistenza dell'illecito e della conseguente irrogazione della sanzione.
E' vero che il d.lgs. n. 231/2001, pur disciplinando analiticamente le vicende modificative dell'ente (agli artt. 28-33), non contempla disposizioni in materia di fallimento e altre procedure concorsuali, tuttavia la Corte di Cassazione ha chiarito che la procedura concorsuale non può essere annoverata tra le vicende modificative essendo finalizzata alla gestione liquidatoria dell'ente per il tempo strettamente necessario alla soddisfazione concorsuale dei creditori: "tali norme non contemplano il fallimento non perché ritengono di differenziarlo dalle altre cause modificative con non estinguono il "reato" bensì per il fatto che la procedura concorsuale non comporta una modificazione soggettiva dell'ente.
A seguito del fallimento la società non cambia, ma viene esclusivamente sottoposta a una liquidazione di tipo concorsuale ad opera di un pubblico ufficiale e sotto il controllo dell'autorità giudiziaria.
Non è legittima, pertanto, una interpretazione a contrario, che ritiene di desumere dalla mancata contemplazione del fallimento negli articoli suddetti, la sua esclusione dalla punibilità" (Cass.sez.5 del 26/09/2012 n.44824).
La sottoposizione a procedura concorsuale, dunque, non comporta l'estinzione dell'illecito da reato della società in quanto trattasi di causa di estinzione non prevista dalla d.lgs. 231/2001 che, invece, indica espressamente come causa estinzione della responsabilità dell'ente la prescrizione per decorso del termine di legge e l'improcedibilità in caso di amnistia in relazione al reato presupposto (Cass. sez. 5 del 26/09/2012 n. 44824; sez. 5 del 02/10/2009 n. 47171).
L'estinzione della società si produce, infatti, soltanto all'eventuale cancellazione della stessa, da parte del curatore, dopo la chiusura della procedura concorsuale; fino a tale momento, l'ente permane in vita, conservando funzioni limitate ed ausiliarie, e, soprattutto, potendo ritornare in bonis, con riespansione dei poteri gestionali degli organi sociali.
E' stato, dunque, affermato che non è consentito dichiarare l'estinzione dell'illecito da reato dell'ente sulla scorta di un giudizio prognostico circa l'esito della procedura fallimentare, tanto più che la sanzione irrogata all'ente non è di per se ineseguibile.
La natura pecuniaria la rende, infatti, recuperabile attraverso l'insinuazione al passivo del fallimento del relativo credito dello Stato al pagamento della stessa, che è, infatti, specificamente assistito da privilegio ai sensi dell'art. 27, comma 2, d.lgs. n. 231/ 2001, norma che, altrimenti, perderebbe di utilità visto che è destinata a trovare applicazione perlopiù nell'ambito di procedure concorsuali.
La sanzione, inoltre, non colpisce un soggetto diverso, incolpevole, ma lo stesso ente nel cui interesse il reato è stato commesso, che risponde col suo patrimonio ai sensi dell'art. 27, comma 1, d.lgs. n. 231/2001.


3. Interesse di (X) alla commissione dei reati presupposto.

L'interesse e il vantaggio di (X) in LCA nella commissione dei reati presupposto vengono ravvisati, secondo la prospettazione accusatoria sintetizzata nelle relative contestazioni:
- quanto al reato di aggiotaggio (capo A2 con riferimento al reato contestato sub capo A1), nel mantenimento del valore dell'azione e dell'affidamento riposto dal pubblico nella stabilità patrimoniale dell'istituto realizzati anche attraverso un artificioso funzionamento del mercato secondario delle azioni (X) e mediante una falsa rappresentazione della situazione patrimoniale della (X);
- quanto ai reati di ostacolo alle funzioni di vigilanza (capi B2, C2, D2, E2, F2,G2,H2,M2, NZ con riferimento ai reati contestati sub B1, C1, D1, E1, F1, G1, H1, M1, N1), nello svolgimento di attività (X)ria in difetto dell'adozione da parte di (X) di Italia (e BCE nel 2014/2015) di interventi di vigilanza coerenti con la reale situazione della (X) (B2, C2, D2, E2, G2, H2, M2 ), nell'ottenimento dell'autorizzazione dell'autorità di vigilanza alla classificazione delle azioni di nuova emissione sottoscritte come strumenti di capitale primario di classe 1 (F2), nel conseguimento di rafforzamento patrimoniale dell'ente perseguito ed attuato con l'operazione di aumento di capitale compiuta nel 2014 (N2, con riferimento all'ostacolo alla vigilanza di CONSOB).
La regola generale di imputazione oggettiva del reato all'ente si fonda sull'agire nell'interesse o a vantaggio dell'ente Come precisato dalla Relazione governativa al D.Lgs.231/ 2001 e chiarito dalla giurisprudenza (su tutte Cass. Sez. U. n. 38343 del 24/4/2014), i due criteri d'imputazione dell'interesse e del vantaggio si pongono in rapporto di alternatività, come confermato dalla congiunzione disgiuntiva "o" presente nel testo della disposizione e dalla presenza di norme che presuppongono la sussistenza dell'illecito pur a fronte dell'assenza di conseguimento di un vantaggio per l'ente (art. 12 A).
Il criterio dell'interesse ha una connotazione soggettiva anche se non coincidente con l'elemento psicologico dell'autore (non imputabile all'ente) ed esprime una valutazione teleologica del reato, apprezzabile ex ante, al momento della commissione del fatto, secondo un giudizio formulato sulla base di una proiezione finalistica volta ad evidenziare la prefigurabilità di un risultato positivo per l'ente, indipendentemente dall'effettiva realizzazione dello stesso.
Il criterio del vantaggio ha una connotazione essenzialmente oggettiva, come tale valutabile ex post, sulla base degli effetti favorevoli concretamente derivati dalla realizzazione dell'illecito.
Per l'attribuibilità del reato all'ente è, dunque, sufficiente il ricorrere di uno dei due criteri, con la precisazione che:
- l'antieconomicità a posteriori dell'operazione economica posta in essere nell'interesse dell'ente è ininfluente, perché è sufficiente che il reato sia stato posto in essere nell'interesse dell'ente nella prospettiva della conseguibilità potenziale di un beneficio per l'ente, anche se poi non conseguito, giacché il vantaggio può anche mancare;
- l'interesse dell'ente può essere anche parziale o marginale perché ciò che esclude la responsabilità, ai sensi dell'art. 5 co. 2 D.lvo. 231/2001, è solo l'interesse esclusivo nell'agere illecito dell'autore del reato o di terzi, poiché anche la sussistenza di un interesse anche solo prevalente dell'autore del reato (quindi un interesse misto, concorrente con quello dell'ente, anche se marginale) non esclude la responsabilità dell'ente, configurando al più una causa di riduzione della sanzione (art. 12 A e sempre che l'ente non abbia ricavato un vantaggio oppure abbia ricavato un vantaggio minimo);
- l'interesse esclusivo dell'autore del reato o di terzi esclude la responsabilità dell'ente perché "stigmatizza il caso di "rottura" dello schema di immedesimazione organica; si riferisce cioè alle ipotesi in cui il reato della persona fisica non sia in alcun modo riconducibile all'ente perché non realizzato neppure in parte nell'interesse di questo" (così testualmente la Relazione) sicché l'illecito commesso, anche se torna a vantaggio dell'ente, non può più ritenersi come fatto suo proprio, perché la persona fisica ha agito solo per se stessa, senza impegnare l'ente e il vantaggio, anche se conseguito, si prefigurerebbe come fortuito, non attribuibile alla volontà della persona giuridica (Cass. Sez. 6, n. 32627 del 2.3/06/2006; Sez. 1, n. 43689 del 26/ 06/ 2015);
- l'interesse esclusivo dell'agente che ha commesso il reato presupposto ricorre nei "fatti illeciti posti in essere nel loro interesse esclusivo , per un fine personalissimo o di terzi.
In sostanza, con condotte estranee alla politica di impresa; a contrario, ed in positivo, si può quindi ritenere che le condotte dell'agente, poste in essere nell'interesse dell'ente, sono quelle che rientrano nella politica societaria ossia tutte quelle condotte che trovano una spiegazione ed una causa nella vita societaria" (Cass. sez. 2, n. 295 del 5/ 10/2017, che richiama Sez. 2, sentenza n. 3615 del 20/12/2005).
Invero l'art. 25 ter, nella formulazione vigente all'epoca dei fatti, non contemplava il criterio di imputazione del "vantaggio", facendo riferimento soltanto all'"interesse" dell'ente, tuttavia la Corte di Cassazione ha avuto modo di chiarire che "la formulazione dell'art. 25 ter opera più apparentemente che sostanzialmente un allontanamento dai criteri di imputazione generale previsti dalla disciplina del D.lgs. n. 231 del 2001, criteri che pertanto trovano applicazione anche in ambito societario, nonostante la dubbia tecnica di redazione del testo di legge" ritenendo, dunque, applicabili anche ai reati societari i criteri ordinari di imputazione previsti dall'art. 5, trattandosi, piuttosto, di "indizio sistematico, in uno con la previsione del comma 2 dell'art. 5, alla comprensione dei due termini (interesse e vantaggio) come concettualmente autonomi e non di meno equivalenti espressivi di una funzionalità del comportamento criminoso individuale rispetto all'ottenimento di un risultato che avvantaggi l'attività sociale, nella quale, del resto, si trova racchiusa l'unica prospettiva di "interesse" concepibile in capo ad un soggetto giuridicamente organizzato" (Cass. Sez. 5 del 28/11/2013, n. 10265).
Va comunque evidenziato che, nel caso di specie, la differente formulazione normativa non assume rilievo dirimente, poiché resta assorbente il ricorrere, in tutti i reati presupposto che vengono in considerazione, di un interesse dell'ente, sicché la concretizzazione di un vantaggio, ove conseguito, si pone come ulteriore elemento di conferma del ricorrere di un interesse ex ante.
L'interesse, come evidenziato dalla Difesa, deve certamente aver riguardo all'ente istituzionalmente inteso, cioè il reato presupposto deve presentarsi come modalità strumentale al perseguimento di un profitto per l'ente, una proiezione dunque di un interesse (ancorché illegittimamente perseguito) riferibile alla persona giuridica, quindi un interesse proprio dell'ente ricostruibile come utile ex ante divisato in una prospettiva funzionale e strumentale rispetto alla persona giuridica (pagg. 4-10 memoria … depositata all'udienza dell'11.2.21).
In tal senso si è orientata anche la Corte di Cassazione che ha appunto chiarito che "appare, dunque, corretto attribuire alla nozione di interesse accolta nel comma 1 dell'art. 5 una dimensione non propriamente od esclusivamente soggettiva, che determinerebbe una deriva "psicologica" nell'accertamento della fattispecie che invero non trova effettiva giustificazione nel dato normativo.
E' infatti evidente come la legge non richieda necessariamente che l'autore del reato abbia voluto perseguire l'interesse dell'ente perché sia configurabile la responsabilità di quest'ultimo, né è richiesto che lo stesso sia stato anche solo consapevole di realizzare tale interesse attraverso la propria condotta.
Per converso, la stessa previsione contenuta nell'art. 8 lett. a) del decreto – per cui la responsabilità dell'ente sussiste anche quando l'autore del reato non è identificato o non è imputabile – e l'introduzione negli ultimi anni di ipotesi di responsabilità dell'ente per reati di natura colposa, sembrano negare una prospettiva di tal genere.
Il concetto di interesse mantiene invece anche e soprattutto una sua caratterizzazione oggettiva, evidenziata proprio dal disposto del comma 2 dell'art. 5, il che consente per l'appunto di conservare autonomia concettuale al termine "vantaggio", pure contemplato dalla norma menzionata tra i criteri ascrittivi della responsabilità.
In altri termini l'interesse dell'autore del reato può coincidere con quello dell'ente (rectius: la volontà dell'agente può essere quella di conseguire l'interesse dell'ente), ma la responsabilità dello stesso sussiste anche quando, perseguendo il proprio autonomo interesse, l'agente obiettivamente realizzi (rectius: la sua condotta illecita appaia ex ante in grado di realizzare, giacché rimane irrilevante che lo stesso effettivamente venga conseguito) anche quello dell'ente.
In definitiva, perché possa ascriversi all'ente la responsabilità per il reato, è sufficiente che la condotta dell'autore di quest'ultimo tenda oggettivamente e concretamente a realizzare, nella prospettiva del soggetto collettivo, "anche" l'interesse del medesimo" (Cass. Sez. 5 del 28/11/2013, n.10265).
Secondo la prospettazione difensiva, nel caso di specie, non sarebbe però ravvisabile un interesse (né un vantaggio) dell'ente nella perpetrazione dei reati perché, rispetto al momento genetico della commissione dei reati, le condotte che li sostanziano si presenterebbero ab origine strutturalmente dannose per l'ente.
La Difesa ha sostenuto che tutti i reati-presupposto sono caratterizzati dallo scopo di occultare e/o dissimulare fraudolentemente situazioni d'illiceità di per sé stesse confliggenti con l'interesse della (X) e che comunque avrebbero precluso l'effettuazione di ulteriori operazioni (ad esempio: i contestati fittizi aumenti di capitale) anch'esse ab origine non nell'interesse della (X) medesima, incontroverso essendo che la (X) - come ente ed in quanto tale - ha interesse a realizzare operazioni che non ne peggiorino le condizioni economiche, patrimoniali e finanziarie.
Si sottolinea come gli aumenti di capitale e la gestione del mercato secondario vennero effettuati attraverso finanziamenti variamente erogati dalla (X) a terzi, che per tal modo sottoscrissero le azioni di nuova emissione ovvero acquistarono le azioni nelle operazioni di "svuotamento" del fondo azioni proprie utilizzando mezzi economici tratti dal patrimonio dell'ente stesso senza dunque apportare liquidità all'ente.
Ciò avrebbe determinato fin dal momento genetico un grave nocumento per l'ente, che ha visto così la propria consistenza economico-patrimoniale gravemente compromessa, in quanto alle azioni di nuova emissione non corrisponde l'afflusso di mezzi incrementali, ma - addirittura - un depauperamento, posto che i mezzi necessari provengono dai cespiti della (X) stessa, sostanziando operazioni antieconomiche per la (X) senza alcuna ripercussione positiva per l'ente.
Si citano i finanziamenti correlati all'acquisto di azioni concessi in perdita (in quanto a tasso zero tramite il meccanismo di "storno" degli interessi) o addirittura in danno per la (X) stessa (nei casi di riconoscimento di una remunerazione per il cliente); il rischio aggiuntivo per il patrimonio della (X) connesso agli impegni di garanzia (di riacquisto o di rendimento) rilasciati a favore di alcuni soci al momento della concessione del finanziamento, che determinano la trasformazione dell'azione in obbligazione con conseguente venir meno dell'apporto di risorse terze e vincolo di rendimento nei confronti del sottoscrittore; l'elevata rischiosità e antieconomicità dell'investimento nei fondi lussemburghesi …, di cui (X) risultava unico sottoscrittore e risoltosi per (X) nella detenzione indiretta di azioni proprie o nello swap con azioni di …, con nocumento per la situazione patrimoniale dell'ente, che si è trovato ad impiegare risorse proprie senza che dalla (onerosa) operazione finanziaria sia derivato l'afflusso di nuovo capitale, essendo stata la liquidità della (X) utilizzata per l'acquisto di azioni della (X) stessa.
Gli illeciti contestati si porrebbero, dunque, come strumentali al conseguimento di operazioni in difetto di sostenibilità che non possono ritenersi nell'interesse dell'ente che non vede, già nel momento genetico, .....

 

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