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Dom, 26 Set 2021
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POSSIBILI PROTOCOLLI PREVENZIONALI DEI REATI ASSOCIATIVI A SEGUITO DI UN EVENTO SENTINELLA - di Fabrizio Mastro, avvocato in Torino e Ferdinando Brizzi, consulente di impresa




Gli Autori, analizzando un caso concreto, ipotizzano i possibili protocolli atti a prevenire la commissione, quali reati presupposto 231, dei delitti di criminalità organizzata.
Lo spunto per tale approfondimento è stato offerto dal caso di una società (alfa) raggiunta da un'informativa antimafia interdittiva ai sensi del D.lgs. n. 159/2011 per aver intrattenuto rapporti commerciali con altra società (beta) già colpita, anni prima, dalla stessa misura interdittiva. In occasione della redazione del Modello di organizzazione e gestione ex D.lgs. n. 231/2001 per la società alfa ci si è posti il problema di come prevenire, tra i reati presupposti, i delitti in materia di criminalità organizzata, dato l'evento sentinella rappresentato dall'informativa antimafia. Ciò, peraltro, senza pregiudicare del tutto l'operatività della società assistita che ha nella società beta il principale cliente.
Il caso concreto induce a riflettere sulle diverse forme in cui può venirsi ad atteggiare il rapporto tra esercizio di attività economiche, anche imprenditoriali, e criminalità organizzata, mafiosa, ma non solo.
In tale materia, il più elevato grado di riflessione è stato raggiunto in sede di applicazione del codice antimafia, D.lgs. 159/2011.
Il codice antimafia, in quello che è il cd. "diritto vivente", conosce tre forme di infiltrazione della criminalità associativa, in particolare mafiosa:
- l'impresa mafiosa (destinata normalmente alla confisca totalitaria);
- quella direttamente o indirettamente sottoposta alle condizioni di intimidazione o di assoggettamento previste dall'articolo 416-bis c.p. o in grado comunque agevolare l'attività di persone nei confronti delle quali è stata proposta o applicata una delle misure di prevenzione personale o patrimoniale previste dagli artt. 6 e 24 del D.lgs. 159/2011 (per cui è possibile disporre l'amministrazione giudiziaria);
- quella in cui la detta agevolazione risulta occasionale (ed in questo caso può operare il controllo giudiziario).

Proprio con riferimento a quest'ultima ipotesi, disciplinata dall'art. 34 bis Dlgs 159/2011, il legislatore, sotto la spinta della riflessione giurisprudenziale e della dottrina, ha direttamente previsto l'interrelazione tra modelli adottati ai sensi ai sensi degli articoli 6, 7 e 24-ter del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231 e misure di prevenzione patrimoniali adottate ai sensi degli artt. 20 e 24 del cd. codice antimafia.
L'amministrazione giudiziaria dei beni (art. 34 D.lgs. 159/2011) e il controllo giudiziario (art. 34 bis) sono forme attenuate di misura di prevenzione patrimoniale previste dal codice antimafia, come riformato dalla L. 161/2017, con l'esplicito obiettivo di attuare una "bonifica" dell'attività economica dal condizionamento mafioso, laddove possibile. Se la "bonifica" riesce viene evitata la forma più grave di ablazione, la confisca ex art. 24 D.lgs. 159/2011.
Scopo di questo contributo è di verificare se, oltre all'ipotesi di cui all'art. 34 bis, anche negli altri due rimanenti casi l'adozione delle misure organizzative ai sensi degli articoli 6, 7 e 24-ter del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, e s.m.i. sia in grado di determinare la fuoriuscita delle attività economiche dalle logiche criminali associative così scongiurando le forme più gravi dell'ablazione di prevenzione.

L'impresa mafiosa
Sulla premessa storica e sociologica, secondo la quale caratteristica dei sodalizi di stampo mafioso è l'operatività, che sfrutta la condizione di assoggettamento omertoso, in ambiti imprenditoriali leciti, si è posto il tema del rapporto tra il patrimonio degli associati e il sodalizio, con particolare riguardo alla posizione di associati esercenti attività imprenditoriale.
L'elaborazione giurisprudenziale (da ultimo, Cass. pen. Sez. I, Sent. – ud. 31/01/2019 – 24-4-2019, n. 17574) è giunta a individuare i tratti caratterizzanti la così detta impresa mafiosa laddove:
 vi sia totale sovrapposizione tra sodalizio criminale e compagine societaria (formalmente) legale;
 l'azienda utilizzi stabilmente proventi accumulati dal sodalizio criminale, così da rendere confusi, nella impresa, capitali di provenienza lecita e illecita;
 l'azienda sia sotto il diretto controllo della consorteria mafiosa, della quale diviene strumento operativo per la realizzazione del programma criminoso.
In tali casi, integranti l' impresa mafiosa, consegue la pertinenzialità rispetto al reato associativo dell'intero complesso aziendale, da sottoporre dunque a confisca e, in via anticipata, a sequestro preventivo.
Nell'ipotesi in cui l'impresa sia sostanzialmente posta sotto il controllo della consorteria che utilizzi la stessa da "schermo" per le proprie illecite attività, la stessa finisce per divenire lo strumento operativo per la realizzazione del programma criminoso: questo determina una contaminazione irreversibile dei meccanismi di accumulazione della ricchezza prodotta dalla stessa che rende impossibile la distinzione tra capitali illeciti e capitali leciti. Infatti, dal momento che l'impresa è un'entità da intendere in modo unitario, una volta accertata la natura illecito-mafiosa dell'attività imprenditoriale, in quanto utilizzata per la consumazione di condotte delittuose, va necessariamente sottoposto a sequestro (e a successiva confisca) tutto il complesso delle quote e dei beni aziendali, non potendosi più operare una distinzione tra capitale originariamente lecito e capitale di provenienza illecita immesso successivamente, posto che l'impresa ha avuto la possibilità di espandersi e di produrre reddito proprio grazie all'uso distorto (in quanto "mafioso"), che è stato fatto dei suddetti beni (anche se originariamente acquisiti in modo lecito) e con l'ulteriore conseguenza che, anche le entrate progressivamente reimpiegate per l'ulteriore sviluppo aziendale, devono ritenersi connotate da quella illiceità (così Cass. pen. Sez. II, Sent., – ud. 21/11/2018 – 10-01-2019, n. 948).
Deve ritenersi che in simili situazioni non siano utilmente praticabili misure organizzative ai sensi degli articoli 6, 7 e 24-ter del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, e s.m.i. per due ordini di motivi.
In primo luogo l'impresa mafiosa pare ontologicamente incompatibile con qualsivoglia forma di controllo di legalità: non è quindi pensabile che voglia adottare ex ante, dall'interno, limitazioni alla propria attività criminale.
In secondo luogo, anche laddove la stessa venisse sottoposta a provvedimento ablativo, e quindi, ex post., si realizzasse lo spossessamento gestorio della realtà imprenditoriale, affidata ad un amministratore giudiziario, in questo caso, quelli che sono stati efficacemente definiti i "costi della legalità" – l'irregolarità delle posizioni contrattuali, contributive ed assicurative dei lavoratori, oltre che, sovente, l'assenza delle ordinarie procedure aziendali che attuano obblighi di legge (salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, accesso al lavoro ai disabili, adempimenti in materia di privacy, etc.) – sconsigliano l'adozione di modelli organizzativi ai sensi degli articoli 6, 7 e 24-ter del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, e s.m.i.. L'azienda mafiosa è florida e rimane sul mercato perché non sconta i "costi della legalità", tra i quali quelli da sopportare per l'adozione di un valido modello organizzativo ex D.lgs. 231/2001 e, dopo aver a lungo operato come monopolista, in seguito al sequestro, si trova a fare i conti con un mercato concorrenziale senza averne gli strumenti (sia consentito il rinvio a F. Brizzi, L'amministrazione giudiziaria dei beni in sequestro, 827 e ss., in Misure di prevenzione personali e patrimoniali, a cura di F. Fiorentin, Giappichelli, Torino, 2018).
Per tali considerazioni, ogni tentativo di ricondurre l'impresa sui "binari della legalità" si troverebbe a scontare dei costi incompatibili con quella che è l'ordinaria attività dell'amministratore giudiziario preposto a gestire lo spossessamento gestorio.

Assoggettamento ed agevolazione mafiosa
Diversa la situazione che si verifica nel caso previsto dall'art. 34 D.lgs. 159/2011, la cd. amministrazione giudiziaria: il primo comma dell'art. 34 prevede che il Tribunale applichi la misura qualora riscontri "sufficienti indizi per ritenere che il libero esercizio di determinate attività economiche, comprese quelle imprenditoriali sia direttamente o indirettamente sottoposto alle condizioni di intimidazione o di assoggettamento previste dall'art. dall'art. 416 bis c.p.", oppure "possa comunque agevolare" soggetti nei confronti dei quali è stata proposta o applicata una misura di prevenzione personale o patrimon.....

 

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