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1 giugno 2021 (ud. 2 marzo 2021) n. 21522 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione IV penale* (lesioni gravissime commesse con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro - il requisito dell'interesse dell'ente ricorre quando la persona fisica, pur non volendo il verificarsi dell'evento morte o lesioni del lavoratore, ha consapevolmente agito allo scopo di far conseguire un'utilità alla persona giuridica e ciò accade, per esempio, quando la mancata adozione delle cautele antinfortunistiche risulti essere l'esito non di una semplice sottovalutazione dei rischi o di una cattiva considerazione delle misure di prevenzione necessarie ma di una scelta finalisticamente orientata a risparmiare sui costi d'impresa - ricorre invece il requisito del vantaggio per l'ente quando la persona fisica, agendo per conto dell’ente, non volendo il verificarsi dell'evento morte o lesioni del lavoratore, ha violato sistematicamente le norme prevenzionali)



REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE QUARTA PENALE

Composta da: Carla Menichetti - Presidente -
Eugenia Serrao
Maura Nardin - Relatore -
Aldo Esposito Ugo Bellini ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sui ricorsi proposti da: (A) nato a … il …
(B) nato a … il …
(C) nata a … il …
(X) S.R.L.
avverso la sentenza del 04/03/2019 della Corte Appello di Milano visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso; udita la relazione svolta dal Consigliere Maura Nardin; letta la requisitoria del Procuratore generale

RITENUTO IN FATTO

Con sentenza del 4 marzo 2019 la Corte di Appello di Milano ha parzialmente riformato, riducendo la pena per il capo a) dell'imputazione, la sentenza del Tribunale di Busto Arsizio con cui (A), in qualità di Presidente della (X) s.r.l., (B) e (C), in qualità di componenti del Consiglio di amministrazione della medesima società, sono stati ritenuti responsabili del reato di lesioni personali colpose gravissime ai danni del lavoratore … [capo a)], nonché dei reati di cui agli artt. 113 e 451 cod. pen. [capo b)], 113 cod. pen. e 16, 20 comma 1 d.lgs. 139/2006 [capo d)]; 113 cod. pen., 279 comma 1 in relazione all'art. 269 comma 8 d.lgs. 152/2006 [capo e)]; confermando, altresì, la condanna della società (X) a r.l., in persona del legale rappresentante, per l'illecito amministrativo di cui agli artt. 5, comma 1 lett. a) e 25 septies d.lgs. 231/2001.

2. Il fatto, non contestato nelle sue modalità di accadimento, può essere sinteticamente descritto come segue: in data 27 marzo 2014, durante il turno notturno, cui era addetto l'operaio …, mentre questi operava sulla postazione dell'isola di fusione F4, veniva colpito alle spalle dalla tazza di caricamento che trasferiva il metallo fuso dal forno alla conchigliatrice, rimanendo incastrato fra questa ed il forno. Il normale funzionamento dell'apparecchiatura, come descritto dalla stessa persona offesa, comportava che la tazza di caricamento dopo avere prelevato il metallo fuso dal forno si spostasse sino alla conchigliatrice, dove versava il metallo fuso nello stampo, indi tornava indietro verso il forno, fermandosi a metà corsa, per proseguire verso il forno solo quando il robot, di cui era dotato il macchinario, aveva prelevato il pezzo finito dallo stampo. Al contrario, nell'occasione, la tazza anziché arrestarsi aveva proseguito la corsa, colpendo alle spalle il lavoratore intento a caricare il forno di panetti di alluminio da fondere, così spingendolo verso il forno. Al lavoratore era stato dato incarico di operare in contemporaneità anche sull'isola di fusione F1, posta a fianco della F4, per cui egli doveva occuparsi di caricare il forno e di scaricare i pezzi finiti da entrambi i macchinari.

3. Avverso la sentenza di secondo grado propongono ricorso, a mezzo del comune difensore, (B), (A) e (C), nonché, con separato atto la società (X) assistita da altro legale.

4. Con il gravame proposto da (C), (A) e (B) sono formulati due motivi di impugnazione.

5. Con la prima doglianza, inerente alla sola posizione di (C), si fa valere la falsa applicazione dell'art. 2, comma 1, lett. b) d.lgs. 81/2008 ed il vizio di motivazione. Si sottolinea che, sebbene componente del Consiglio di amministrazione, la ricorrente svolgeva esclusivamente compiti di natura amministrativa e contabile, non esercitando in concreto funzioni datoriali, né avendo mai assunto alcuna responsabilità dell'organizzazione del lavoro e dell'unità produttiva. Sicché, in forza del principio di effettività, che impone di assegnare la posizione di garanzia solo a chi svolga in concreto le funzioni di datore di lavoro, nessuna responsabilità può esserle attribuita nella causazione dell'infortunio. Si osserva che la ricorrente, proprio in ragione del ruolo svolto, si era affidata a coloro che avevano specifiche competenze nell'individuazione delle misure da adottare per tutelare l'integrità fisica dei lavoratori, (B) e (A), i quali avevano messo in funzione il macchinario, senza peraltro che l'azienda produttrice del medesimo, da ritenersi corresponsabile, ne avesse interdetto l'utilizzo, in assenza del certificato di collaudo e dei prescritti dispositivi di sicurezza. D'altro canto, alcuno degli organi di controllo aveva mosso rilievi all'organizzazione aziendale, mentre in quasi cinquant'anni di attività non vi erano stati presso la fonderia infortuni degni di nota. Con la conseguenza che l'incolpazione nei confronti dell'imputata finisce per risolversi in un'ipotesi di responsabilità oggettiva, determinata esclusivamente dalla carica rivestita, senza che alla medesima possano essere mossi rimproveri specifici.

6. Con il secondo motivo, comune ai tre ricorrenti (C), (B) e (A), ci si duole della violazione della legge penale in ordine alla ritenuta sussistenza del concorso fra il reato di cui all'art. 451 cod. pen. [capo b) dell'imputazione] e le contravvenzioni di cui alla legislazione antinfortunistica. Essendo, tuttavia, le violazioni di cui al capo b), ed in particolare quelle di cui agli artt. 46, comma 2, e 290 d.lgs. 81/2008, le medesime contestate ai capi J) ed L) di cui alla memoria depositata dal Pubblico ministero all'udienza del 11 luglio 2016 - allegata al ricorso - già definite in via amministrativa, il ritenuto concorso formale va ritenuto insussistente. Si sostiene, invero, che l'unitarietà del fatto sia sotto il profilo della condotta contestata, che sotto il profilo dell'offesa alla norma giuridica protetta, comporta che l'applicazione contestuale della fattispecie di cui all'art. 451 cod. pen. e di quelle di cui alla normativa speciale contrasti con il divieto di bis in idem, essendo il disvalore dei fatti omogeneo. Si verte dunque, nell'ipotesi del concorso apparente di norme. Ciò, nondimeno, essendo le suddette violazioni già sanzionate sulla base della normativa speciale, implica quale conseguenza il proscioglimento degli imputati dal reato di cui all'art. 451 cod. pen. Concludono per l'annullamento della sentenza impugnata.

7. La società (X) a r.l. formula due motivi di ricorso.

8. Con il primo fa valere la falsa applicazione dell'art. 5 d.lgs. 231/2001 ed il vizio di motivazione, sotto il profilo della carenza, della manifesta illogicità e del travisamento della prova. Osserva che nell'interpretare il disposto dell'art. 5 d.lgs. 231/2001, laddove prevede la responsabilità dell'ente per i reati commessi nel suo interesse o a suo vantaggio, la giurisprudenza ha ritenuto di dover riferire i concetti di interesse e vantaggio alla condotta e non all'evento. Con la conseguenza che la mancata adozione delle cautele antinfortunistiche, per essere sanzionabile, deve essere il frutto di una scelta consapevole finalizzata al risparmio dei costi di impresa o alla riduzione delle spese ed alla massimizzazione del profitto. Sostiene che, nel caso di specie, unico soggetto responsabile della mancata adozione delle cautele prevenzionistiche è la società UTAS produttrice del macchinario utilizzato che, come emerge dall'A.T.P., svolto in sede civile, non ha provveduto alla certificazione dell'isola automatica di fusione commissionata dalla società (X) s.r.l., né agli altri adempimenti tecnico-documentali previsti. Sottolinea che la società non è mai stata sanzionata per violazioni relative all'adozione di misure antinfortunistiche, nonostante i plurimi e regolari accessi degli organismi di controllo (VV.FF. Direzione territoriale del Lavoro ed ASL), circostanza questa che dimostra l'assenza del perseguimento dell'interesse o del vantaggio di cui all'art. 5 cit..

9. Con il secondo motivo censura la violazione della legge processuale in relazione all'art. 125 cod. proc. pen., per avere la Corte territoriale omesso di motivare in ordine al motivo di appello inerente alla violazione dell'art. 12, comma 2 lett.re a) e b) d.lgs. 231/2001. Rileva che la sentenza di prime cure non ha ritenuto integrato il presupposto della riduzione della sanzione prevista dalla disposizione, di cui alla lett. a), sostenendo che, seppure la società aveva eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato, nondimeno non aveva completamente risarcito il danno. Assume che una simile impostazione, che impone la sussistenza di entrambe le condizioni, benché condivisibile, non tiene in considerazione l'ultima parte della disposizione di cui alla lett. a), che parifica l'integrale risarcimento del danno o l'eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose, all'ipotesi in cui l'ente si sia ‘comunque efficacemente adoperato in tal senso'. Circostanza questa evidente nel caso di specie, avendo la società (X) s.r.l. cor.....

 

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