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8 luglio 2019 (ud. 28 maggio 2019) n. 29538 - sentenza - Corte di cassazione - sezione IV penale* (omicidio colposo derivante da violazione delle norme di prevenzione della sicurezza del lavoro - non viola il principio di correlazione tra l'imputazione contestata e la sentenza con conseguente modifica della res iudicanda la sentenza che ravvisa un interesse diverso da quello contestato nel capo d'imputazione senza pregiudizio per la possibilità di difesa dell'ente)



REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. DOVERE Salvatore - Presidente
Dott. MONTAGNI Andrea - Consigliere
Dott. TORNESI Daniela Rita - Consigliere
Dott. BELLINI Ugo - Consigliere
Dott. CAPPELLO Gabriella - rel. Consigliere
ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
(...), nato a (...);
(...), nato a (...);
(...), nato a (...);
(...) s.p.a. in persona del legale rappresentanète pro-tempore;
avverso la sentenza del 26/11/2018 della Corte Appello di Brescia;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere Dott.ssa Cappello Gabriella;
udito il Procuratore generale, in persona del sostituto Dott. Romano Giulio, il quale ha chiesto il rigetto dei ricorsi;
uditi l'Avv. … i quali, dopo la discussione, hanno insistito per l'accoglimento dei motivi di ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. La Corte d'appello di Brescia, in accoglimento dell'appello proposto dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Cremona avverso la sentenza di assoluzione pronunciata dal Giudice dell'udienza preliminare di quel tribunale, ha dichiarato (...), (...) e (...) responsabili del reato di omicidio colposo ai danni del lavoratore (...), posto in essere per imprudenza, negligenza e imperizia e in violazione di norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, escluso per il primo imputato uno dei tre addebiti di colpa, e li ha condannati alla pena sospesa di un anno di reclusione. Ha, inoltre, ritenuto la responsabilità dell'ente (...) S.p.A. per l'illecito amministrativo contestato ai sensi del Decreto Legislativo n. 231 del 2001, articoli 5, 6, 7 e articolo 21 septies, comma 2, e l'ha condannato alla sanzione pecuniaria di Euro 54.000,00.

2. I fatti per cui è processo sono accaduti il (...) all'interno del capannone n. 17 del reparto verniciatura della (...) S.p.A., stabilimento di (...), allorché il lavoratore dipendente (...), operaio esperto, addetto al reparto verniciatura con qualifica di capo turno, dopo avere rimosso le protezioni, senza fermare l'impianto di verniciatura, definito "verniciatura nastro", di recente installazione e destinato alla produzione di nastri in acciaio (coils) verniciati (che venivano "sbobinati" per passare in cabina verniciatura, verniciati, infine riavvolti per essere commercializzati), accedeva all'interno della zona pericolosa adiacente per verificare se i rulli della zona denominata "briglia 4" fossero la causa di un difetto rilevato sul nastro e, svolgendo tale operazione, rimaneva incastrato con il braccio sinistro tra il rullo di trascinamento e quello preminastro, con conseguente distacco dell'arto. Il decesso si verificava per un'insufficienza cardio circolatoria acuta da anemia meta emorragica e shock traumatico da smembramento dell'arto superiore sinistro e da lesioni contusive emorragiche.
Gli imputati rispondono del reato loro ascritto nelle rispettive qualità di Amministratore Delegato dell'ente, con delega alla sicurezza e datore di lavoro, direttore dello stabilimento e capo reparto/preposto, addetto al settore finiture.
Quanto all'addebito di colpa specifica, al (...) sono state contestate tre distinte violazioni: quella del Decreto Legislativo n. 81 del 2008, articolo 71, comma 1, per avere fornito, sulla linea di verniciatura, protezioni fisse non conformi a quelle previste dalle norme vigenti, poiché esse potevano rimanere al loro posto senza mezzi di fissaggio; quella dell'articolo 71, comma 4, lettera a), punto 1, stesso decreto, per aver consentito, durante il movimento della linea di verniciatura, lo smontaggio delle protezioni fisse e l'accesso all'interno delle zone pericolose (addebito conformemente escluso dal giudice dell'appello che ha ritenuto non adeguatamente dimostrata la consapevolezza in capo all'A.D. dell'esistenza di tale prassi non conforme); quella, infine, del Decreto Legislativo n. 81 del 2008, articolo 28, comma 2, lettera b), per non avere adottato idonee procedure di lavoro riportanti rischi e relative misure di prevenzione ai fini dello svolgimento in sicurezza delle operazioni di ricerca dei difetti della verniciatura del nastro.
Al (...) è stata contestata la violazione del Decreto Legislativo n. 81 del 2008, articolo 71, comma 4, lettera a), punto 1), per avere omesso di adottare le misure necessarie affinché le attrezzature di lavoro fossero utilizzate in maniera conforme alla legge, avendo consentito che, durante il movimento della linea di verniciatura, le protezioni fisse fossero smontate e si svolgessero operazioni all'interno di zone pericolose che avrebbero dovuto essere provviste di ripari di sicurezza.
Infine, al (...) è stata contestata la violazione del Decreto Legislativo n. 81 del 2008, articolo 19, comma 1, lettera a), per non aver vigilato sull'osservanza da parte dei singoli lavoratori degli obblighi di legge in materia di sicurezza e consentito che - durante il movimento della linea di verniciatura - le protezioni fisse fossero smontate e si svolgessero operazioni all'interno di zone pericolose che avrebbero dovuto essere provviste di ripari di sicurezza.
Quanto all'ente, ritenuto il reato presupposto in capo agli imputati e la mancanza di un'efficace attuazione, da parte dei dirigenti aziendali, del modello organizzativo e di gestione adottato dalla società per prevenire reati della specie di quello contestato (tradottasi nella mancata previsione di modalità operative di ricerca e soluzione in sicurezza dei difetti sui nastri dell'impianto di verniciatura e nella mancata individuazione delle modalità di controllo dei sistemi di sicurezza installati sulla medesima linea produttiva), si è contestato che il reato era stato posto in essere a suo vantaggio, ravvisato nel risparmio di spesa derivato dalla mancata corretta e puntuale attuazione dei sistemi di sicurezza e prevenzione e, in particolare, dalla mancata interruzione del lavoro dei nastri per un tempo sufficiente a verificare e rimuovere in sicurezza la causa dei difetti di verniciatura, con conseguente eliminazione di essi in tempi brevi e senza scarto di materiali.

3. La vicenda processuale.
Il giudice per l'udienza preliminare aveva esaminato il report del personale ASL intervenuto nella immediatezza dell'infortunio, con la documentazione allegata e le testimonianze acquisite (tra cui quelle dei dipendenti (...), (...) e (...) e quella del tecnico (...), consulente dell' (...) S.p.A. per la gestione tecnica del nuovo impianto, con particolare riferimento alle fasi di installazione e messa a regime dello stesso), in uno con la consulenza tecnica predisposta nell'interesse della difesa dall'ing. (...), e alla documentazione riguardante la struttura dell'impianto e le relative certificazioni. All'esito, aveva assolto gli imputati per difetto del nesso causale (sia pur con la formula "perché il fatto non costituisce reato") tra la mancata adozione di una specifica procedura di analisi dei rischi in merito alla rilevazione di eventuali difetti nella verniciatura della bobina d'acciaio e l'evento verificatosi (nella specie si era accertata l'esistenza di difetti di tipo ripetitivo, dovuti alla presenza di un pezzetto di nastro adesivo sul rullo della briglia). L'impianto, secondo il primo giudice, consentiva di rilevare in sicurezza, da più punti, mediante una procedura tecnologica di controllo a mezzo di apposita stazione di osservazione/verifica, gli eventuali difetti di verniciatura che, ove esistenti, avrebbero dovuto esser rimossi a impianto fermo, senza necessità di ispezioni ulteriori da effettuarsi avvicinandosi direttamente a rulli/briglie in movimento non controllato o, comunque, accedendo a un'area protetta con i rulli in produzione, le barriere di protezione impedendo l'adozione di inconsapevoli condotte di avvicinamento ai rulli in movimento da parte degli addetti ai lavori.
In ogni caso, quel giudice aveva ritenuto che, anche a voler considerare, sulla scorta degli accertamenti svolti dal personale dell'ASL, che le barriere non corrispondessero pienamente ai requisiti normativi (atteso che la protezione poteva essere facilmente rimossa, restando in sede grazie ai bulloni delle fascette superiori che erano risultati ben avvitati e ricoperti da polvere e ragnatele a riprova che non vi era stata una recente manomissione e che esisteva, dunque, una prassi lavorativa in tal senso), aveva però concluso che la necessità di doverle rimuovere per accedere alla zona pericolosa conferiva all'operazione di apertura un carattere volontario, non potendo l'operatore non avvedersi del fatto che stava accedendo a un'area pericolosa. Era evidente, per quel giudice, che la manomissione c'era stata, senza che fosse stato però stabilito chi l'avesse posta in essere e in quale momento.
Il verdetto assolutorio veniva censurato dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Cremona, il quale chiedeva la rinnovazione dell'istruzione dibattimentale ai sensi dell'articolo 603 c.p.p. per l'acquisizione della segnalazione in data 23/12/2016 del Ministero dello Sviluppo Economico in merito alla non conformità della linea di verniciatura in uso presso l' (...) S.p.A. alla Direttiva Comunitaria 2006/42/CE, documento successivo alla sentenza assolutoria del 05/12/2016. L'appellante evidenziava altresì che la barriera posta a protezione della zona dei rulli non era conforme al punto 1.4.2.1. dell'All. 1 del Decreto Legislativo n. 17 del 2010, siccome costituita da pannelli metallici forati fissati a piantane, facilmente eludibile, atteso che i pannelli potevano rimanere in sede senza un sistema di fissaggio ed essere quindi semplicemente appoggiati, pur non essendo ancorati, la loro rimozione non necessitando l'uso di specifici utensili.

5. I ricorsi.
Avverso la sentenza di condanna hanno proposto ricorsi l'imputato (...), con atto a firma degli Avv.ti (...) e (...); gli imputati (...) e (...), con unico atto a firma degli Avv.ti (...) e (...); e l' (...) S.p.A., in persona del legale rappresentante" con atto a firma dell'Avv. (...).

5.1. La difesa dell'imputato (...) ha formulato tre motivi.
Questa difesa ha osservato come, dalla lettura della sentenza di primo grado e dalla formula assolutoria utilizzata, fosse emerso che il primo giudice aveva escluso la sussistenza dell'elemento soggettivo del reato, pur avendo considerato irrilevante l'addebito sui sistemi di fissaggio sotto il diverso profilo della causalità della colpa, poiché l'evento non aveva rappresentato la concretizzazione del rischio che la norma contestata mirava a prevenire. Gli altri addebiti erano stati ritenuti infondati, stante l'esistenza, seppur non formalizzata, di una procedura di lavoro con istruzioni per la individuazione in sicurezza delle cause dei difetti rilevati nella verniciatura, ma anche per il difetto della prova che gli imputati fossero a conoscenza della e avessero prestato acquiescenza alla prassi invalsa nello stabilimento. Nella sentenza assolutoria, pertanto, non erano stati affrontati altri temi, evidentemente ritenuti assorbiti dalle enunciate ragioni delle decisione.
Nello specifico, quindi, il deducente ha preso le mosse dalla necessità di individuare nel concreto la posizione di garanzia dell'imputato, tenendo conto delle dimensioni dell'azienda (una realtà con oltre 1.600 dipendenti), della diversificazione e complessità delle attività industriali ivi svolte e del principio dell'affidamento, in virtù del quale la Corte d'appello di Brescia avrebbe dovuto considerare le caratteristiche dell'impianto, la circostanza che la verniciatura era un'attività di recente introduzione, avviata avvalendosi dell'ausilio di un esperto che aveva predisposto le procedure di lavoro, con assunzione di tre nuovi capi turno esperti (tra i quali la vittima, oltre al (...) e al (...)) e curato la formazione degli stessi, e alla circostanza che il (...) era un lavoratore esperto, che aveva rivestito il ruolo di RSPP nella sua pregressa attività lavorativa.

5.1.1. Fatta tale premessa, la difesa ha formulato un primo motivo, con il quale ha dedotto inosservanza dell'articolo 603 c.p.p., comma 3 bis, e vizio della motivazione, affermando che la corte territoriale sarebbe addivenuta al ribaltamento dell'esito assolutorio di primo grado sulla base di diverse conclusioni in fatto e in diritto, erroneamente assumendo il difetto di una diversa valutazione o interpretazione delle prove dichiarative, sull'assunto, contestato dalla difesa, di aver tratto dalle evidenze acquisite diverse conseguenze in diritto.
La difesa ha svolto le sue osservazioni operando un riferimento separato ai due diversi profili di colpa attribuiti al (...). Così, quanto al primo (la non conformità, cioè, dei sistemi di fissaggio dei pannelli alle norme di riferimento), ha evidenziato che il Tribunale di Cremona non aveva ritenuto la prova della circostanza che i bulloni fossero stati allentati in precedenza, viceversa ritenuta dalla Corte d'appello di Brescia, dette conclusioni derivando da una difforme valutazione della medesima prova dichiarativa, vale a dire il rapporto dell'ASL in data 28/07/2014.
Sul punto, la difesa ha contestato le conclusioni cui la Corte d'appello è giunta sulla scorta delle immagini riproduttive dei bulloni di serraggio, affermando la non decisività della circostanza valorizzata in chiave accusatoria (l'esser stati cioè i bulloni ben avvitati, oltre che coperti di polvere e ragnatele), opponendo che, nella foto esaminata, era visibile un solo bullone, il che farebbe salva la possibilità che quello della fascetta superiore non si presentasse nelle stesse condizioni. Ha poi sostenuto che la polvere e le ragnatele erano visibili sulla vite e assenti sul dado, il che farebbe residuare la possibilità che la vittima abbia potuto allentare la fascetta agendo sul dado e rinserrando poi il bullone. In relazione all'ulteriore elemento valorizzato in chiave accusatoria dalla corte territoriale (il mancato ritrovamento, cioè, di utensili atti allo smontaggio), il deducente ha richiamato lo stato dei luoghi e la presenza di grate sul pavimento che avrebbero potuto determinare la caduta al piano sottostante di una chiave inglese, eventualmente utilizzata dal (...), utensile che non risulta peraltro esser mai stato ricercato).
Anche il secondo addebito di colpa, secondo la difesa, sarebbe stato riconosciuto dal giudice d'appello in virtù di una diversa ed errata interpretazione della prova dichiarativa e, in particolare, delle s.i.t. del (...), per il primo giudice dimostrative dell'esistenza di precise direttive aziendali circa il divieto di accedere alle aree protette senza la previa messa in sicurezza dell'impianto; per il giudice d'appello, dimostrative dell'esatto contrario.

5.1.2. Con il secondo motivo, la difesa ha dedotto violazione di legge e vizio della motivazione, ancora una volta proponendo argomentazioni distinte in relazione ai due diversi addebiti di colpa.
Quanto al primo, ha opposto che la corte territoriale avrebbe individuato la regola violata nel punto 1.4.2.1. dell'All. 1 al Decreto Legislativo n. 17 del 2010 (ripari fissi), attribuendo tuttavia alla norma un significato diverso da quello letterale, in base al quale, secondo il deducente, i ripari non devono restare al loro posto in mancanza di mezzi di fissaggio e non in caso di rimozione solo parziale o, addirittura, quando siano stati solo allentati, essendo evidente che ogni protezione resta al suo posto sin quando tutti i sistemi di fissaggio siano rimossi.
Sotto altro profilo, la difesa ha escluso che l'evento verificatosi abbia costituito la concretizzazione del rischio che la norma contestata avrebbe dovuto scongiurare, rilevando la divergente valutazione operata sul punto dai giudici di merito, quello di primo grado avendo ritenuto che la barriera impedisse, senza una consapevole e volontaria azione di segno contrario da parte del lavoratore, l'accesso nelle aree interdette; quello di secondo grado, invece, che l'evento era riconducibile alla facile eludibilità del sistema di protezione che, se efficace, avrebbe neutralizzato il rischio del comportamento tenuto dal lavoratore. Il giudice d'appello, tuttavia, non avrebbe in tal modo tenuto conto del fatto che lo scopo della norma è quello di evitare che gli operatori si trovino in condizione di non rendersi conto della mancanza di un riparo fisso, pur essendo indubbio, anche per la corte territoriale, che il (...) aveva volontariamente e deliberatamente rimosso la barriera protettiva senza il preventivo arresto dell'impianto.
Quanto all'elemento soggettivo della colpa, ha rilevato che la corte bresciana si sarebbe limitata a riproporre i doveri normativi derivanti dalla posizione di garanzia di datore di lavoro, senza valutare quale fosse il comportamento esigibile dal (...) nella situazione concreta. La difesa ha rilevato che l'imputato aveva adempiuto ai relativi obblighi, facendo progettare e realizzare l'impianto da una società specializzata, cui nessun addebito era stato mosso e che continua a commercializzare il prodotto, e ne aveva ricevuto contrattualmente garanzia di conformità alle norme sulla sicurezza.
Con riferimento, infine, al secondo addebito di colpa, la difesa ha evidenziato che la corretta procedura di lavoro era stata adottata con l'indicazione di rimanere sempre all'esterno delle barriere di sicurezza, disposizione nota e compresa dai capi turno, cosicché l'infortunio non potrebbe essere considerato conseguenza del difetto della procedura, ma della violazione di quella esistente da parte del lavoratore. Sotto altro profilo, ha rilevato che la consapevolezza del relativo divieto era emersa dalle s.i.t. (...), il quale aveva riferito che lo stesso (...) li aveva sempre avvertiti della necessità di fermare l'impianto per ogni problema. Quanto all'elemento soggettivo della colpa, invece, la difesa ha rilevato non essere esigibile dal datore di lavoro la materiale elaborazione e redazione del DVR e delle necessarie misure di prevenzione oggettive e procedurali, le quali richiedono competenze tecnico-professionali che non potevano essere richieste all'A.D., soprattutto in una realtà produttiva quale quella all'esame, nella quale il compito era stato affidato ad apposito tecnico (il (...)) che aveva proposto, all'esito della condotta valutazione, 16 procedure di lavoro, tutte adottate prima dell'infortunio (la diciassettesima essendo stata predisposta successivamente per adeguarsi alle prescrizioni dell'ASL, in vista della restituzione dell'impianto).

5.1.3. Con il terzo motivo, infine, la difesa ha dedotto inosservanza della legge quanto alla mancata pronuncia in ordine alla sussistenza dell'attenuante del risarcimento del danno, in prevalenza sulle contestate aggravanti (a fronte del deposito in data 17/10/2015 presso l'ufficio del pubblico ministero di apposita quietanza a tacitazione di ogni pretesa) e alla concessione del beneficio della non menzione.

5.2. La difesa degli imputati (...) e (...) ha formulato tre motivi.

5.2.1. Con il primo, anche questa difesa ha dedotto l'inosservanza dell'articolo 603 c.p.p., comma 3 bis, e vizio della motivazione, proponendo argomentazioni analoghe a quelle formulate nel ricorso proposto nell'interesse del (...) e rilevando come le due sentenze divergano su una circostanza rilevante, ossia sul fatto che la barriera presente sul luogo dell'infortunio fosse o meno tra quelle allentate, il primo giudice avendo ritenuto non dimostrato il precedente allentamento dei bulloni, la corte territoriale l'esatto contrario, così valutando come non attendibile il rapporto redatto dal personale dell'ASL, dal quale era emersa la difficoltà di stabilire, per l'appunto, chi avesse effettuato detta operazione.

5.2.2. Con il secondo motivo, ha dedotto violazione di legge e vizio .....

 

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