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15 marzo 2019 (ud. 23 gennaio 2019) n. 11518 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione III penale* (la causa di non punibilità della particolare tenuità del fatto prevista dall’art. 131-bis c.p. non è applicabile agli enti cui sia attribuita la responsabilità amministrativa in dipendenza di reato ai sensi del d.lgs. 231/2001 - la declaratoria di non punibilità per particolare tenuità del fatto nei confronti dell’autore del reato presupposto non incide sulla contestazione formulata nei confronti dell’ente la cui responsabilità può ugualmente sussistere - qualora nei confronti dell’autore del reato presupposto sia stata applicata la causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto il giudice deve procedere all’autonomo accertamento della responsabilità amministrativa della persona giuridica nel cui interesse e nel cui vantaggio l’illecito fu commesso che non può prescindere dalla verifica della sussistenza in concreto del fatto di reato)



REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
TERZA SEZIONE PENALE

Composta da
Giulio Sarno - Presidente -
Luca Ramacci - Relatore -
Claudio Cerroni
Aldo Aceto
Gianni Filippo Reynaud
ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sui ricorsi proposti da:
(A) nato a … il …
(X) S.p.A.
avverso la sentenza del 29/6/2017 della Corte Appello di Milano
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere Luca Ramacci;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Pasquale Fimiani;
il Proc. Gen. conclude per l'inammissibilità del ricorso;
udito il difensore …;
il difensore presente insiste nell'accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. La Corte d'Appello di Milano, con sentenza del 17 maggio 2018 ha parzialmente riformato la decisione con la quale, il 29 giugno 2017, il Tribunale di quella città aveva affermato la responsabilità penale di (A) e della (X) s.p.a., assolvendo il primo del reato di cui al capo b) dell'imputazione a norma dell'art. 131-bis cod. pen., ritenuto il fatto di particolare tenuità e confermando, nel resto, la sentenza impugnata.
L'imputazione concerneva, al capo a), la violazione dell'art. 137, comma 5, primo periodo, d.lgs. 152/2006, perché il (A), in qualità di procuratore delegato ambientale della società (X) s.p.a, nell'effettuazione di uno scarico di acque refiue industriali in pubblica fognatura, generata dall'attività di concia, tintura e finitura di pelli, superava il valore limite fissato nella Tabella 3 dell'Allegato 5 alla Parte Terza del predetto decreto in relazione alla sostanza "cromo totale", comprese tra quelle di cui alla Tabella 5 dell'Allegato 5 alla Parte Terza dello stesso decreto, concentrazione accertata 29,2 mg/l, come da campionamento in data 15 marzo 2012 (fatto commesso in …. Reato dichiarato estinto per prescrizione nel giudizio di primo grado).
Il capo b), sempre riferito al (A), riguardava la violazione di cui all'art. 137, comma 2 in relazione al comma 1 del d.lgs. 152/06, perché costui, nelle medesime qualità, effettuava uno scarico di acque refiue industriali in pubblica fognatura, contenenti sostanze pericolose comprese tra quelle di cui alla Tabella 5 dell'Allegato 5 alla Parte Terza del predetto decreto, generate dall'attività di concia, tintura e finitura pelli esercitata nel suddetto impianto, in assenza della prescritta l'autorizzazione (fatto commesso in …, in permanenza fino al 17 giugno 2014, data di rilascio del titolo).
Alla società (X) s.p.a, erano invece ascritti, ai capi c) e d) della rubrica, gli illeciti di cui all'art. 25-undecies, comma 2, lett. a), punto 1 e 25-undecies, comma 2, lett. a), punto 2 d.lgs. 231/01, per la responsabilità, in via amministrativa, di fatti commessi dal (A) nell'interesse o, comunque, a vantaggio della società ed in assenza delle cause di esclusione della responsabilità di cui all'art. 5, comma 2, del d.lgs. 231/01.

2. Avverso tale pronuncia (A) e la (X) s.p.a. propongono separati ricorsi per cassazione tramite il comune difensore di fiducia, deducendo i motivi di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, ai sensi dell'art. 173 disp. att. cod. proc. pen.

3. Ricorso di (A)
Con il primo motivo di ricorso deduce il vizio di motivazione in relazione alla ritenuta insussistenza della causa di esclusione della punibilità di cui all'art. 47 cod. pen., assumendo che l'imputato avrebbe dovuto essere assolto in quanto incorso in un errore inevitabile e scusabile.
Osserva che la corte territoriale, pur argomentando in senso astrattamente corretto e seguendo un consolidato orientamento giurisprudenziale, il quale, per l'affermazione la scusabilità dell'ignoranza, richiede che da un comportamento positivo degli organi amministrativi l'agente abbia tratto il convincimento della correttezza dell'interpretazione normativa e, conseguentemente, della liceità del comportamento tenuto, avrebbe però tralasciato comunque di considerare le evidenze fattuali emerse durante l'istruttoria dibattimentale e documentate nel corso del giudizio di primo grado.
Osserva, in particolare, che la società avrebbe ricevuto una deroga ai limiti tabellari degli scarichi relativamente ad alcune sostanze, tra cui il cromo totale, pur in assenza della formale autorizzazione e che lo scarico sarebbe stato ripetutamente sottoposto a controlli e prelievi routinari, cosi come un teste escusso, dipendente dell'amministrazione comunale, avrebbe riferito che il mancato rilascio dell'autorizzazione formale era stato un suo errore e che esisteva una prassi diffusa per cui, con il tacito consenso dei funzionari comunali, una volta ottenuti i pareri necessari, i privati richiedenti iniziavano ad esercitare lo scarico in attesa che l'amministrazione formalizzasse l'autorizzazione, la quale, nel caso di specie, sarebbe stata ormai dovuta, avendo tutti gli enti preposti dato parere favorevole al rilascio.
Si tratterebbe, dunque, di una situazione tale da ingenerare un errore scusabile erroneamente escluso, invece, dai giudici dell'appello.

3.1. Con un secondo motivo di ricorso deduce la violazione di legge in relazione alla necessaria sussistenza dell'offensività della condotta, da considerarsi anche con riferimento ai reati di pericolo presunto, quali quelli contestati nella fattispecie.
Rileva che entrambe le condotte contestate all'imputato sarebbero inidonee a porre in pericolo il bene giuridico tutelato.
Segnatamente, per quanto concerne la mancanza di autorizzazione allo scarico di cui al capo b) dell'imputazione, sarebbe pacifico che la carenza del documento formale fosse esclusivamente un adempimento meramente burocratico e tutti i controlli in merito alla sussistenza dei requisiti richiesti per l'esercizio dello scarico sarebbero stati posti in essere, come emergerebbe da una serie di dati fattuali puntualmente indicati.
Assume, inoltre, anche la violazione dell'articolo 131-bis cod. pen., facendo rilevare come, nella fattispecie, si vertesse in ipotesi di immissione occasionale, non configurante alcuna offesa al bene giuridico tutelato, trattandosi di un evento del tutto anomalo ed eccezionale.

3.2. Con un terzo motivo di ricorso deduce il vizio di motivazione in relazione alla sussistenza dei reati contestati, osservando che la Corte territoriale si sarebbe limitata a riproporre le argomentazioni offerte dal giudice di primo grado senza esprimere una propria posizione sulle censure proposte con l'impugnazione, segnatamente in ordine alla prova della consapevolezza, in capo all'imputato, della carenza dell'atto autorizzativo, circostanza che avrebbe escluso la sussistenza dell'elemento soggettivo e che avrebbe consentito l'assoluzione dell'imputato quantomeno ai sensi del comma 2 dell'articolo 530 cod. proc. pen.

4. Ricorso della (X) s.p.a.
Con un primo motivo di ricorso deduce il vizio di motivazione della sentenza impugnata nella parte in cui motiva la sussistenza della cosiddetta colpa di organizzazione in capo alla società.
Osserva, a tale proposito, che la Corte territoriale sarebbe giunta a conclusioni identiche a quelle espresse dal Tribunale nella sentenza di primo grado, sostenendo che l'omessa adozione del modello di organizzazione e gestione da parte dell'ente sarebbe, di per sé, costitutivo della cosiddetta colpa di organizzazione in capo alla società. Il fatto che la società si sia dotata di un sistema di controlli di procedure, di procure e deleghe per la prevenzioni fatti analoghi a quelli del presente giudizio sarebbe, inoltre, privo di alcun valore.
Censura, tuttavia, tale assunto, osservando che il d.lgs. 231/2001 non stabilisce in alcun modo l'obbligo, per gli enti, di adottare i modelli organizzativi, i quali costituiscono esclusivamente una condizione esimente della responsabilità, con la conseguenza che l'omessa adozione di questo modello non può costituire automaticamente una responsabilità dell'impresa, dovendosi individuare l'elemento soggettivo di responsabilità dell'ente nella colpa e ben potendo l'ente interessato dimostrare, al fine di non incorrere in sanzioni, di avere adottato le misure necessarie ad impedire la commissione di reati del tipo di quello realizzato.
Osserva, a tale proposito, che detta prova sarebbe stata ampiamente fornita dalla società nel corso dell'istruzione dibattimentale, come emerge da una serie di dati fattuali puntualmente indicati e rileva come la circostanza relativa al superamento dei limiti tabellari sarebbe inusuale e del tutto eccezionale, come riconosciuto dai giudici del merito e pacificamente emerso a seguito dell'escussione dei testi in giudizio.
Quanto al capo d) dell'imputazione, osserva che, sebbene l'autorizzazione allo scarico, fino al 17 giugno 2014, non sia stata materialmente nella disponibilità della società, risulterebbe del tutto evidente che la stessa ne disponesse di fatto e che nulla potesse farle immaginare di non averla conseguita, come emergerebbe, anche in questo caso, da una serie di elementi fattuali che vengono puntualmente indicati e che sarebbero confermati dalle dichiarazioni rese nel dibattimento dei testi dell'accusa e della difesa.
Aggiunge che l'erronea convinzione dell'esistenza dell'autorizzazione non sarebbe stata determinate da colpa di organizzazione, ma da plurimi fatti positivi dell'autorità amministrativa, la quale, dal 2004 al 2012, aveva, in modo continuativo, emanate una pluralità di statuizioni tali da ingenerare un legittimo affidamento in ordine alla liceità dell'attività svolta dalla società.

4.1. Con un secondo motivo di ricorso censura la sentenza impugnata nella parte in cui motiva la sussistenza dei requisiti dell'interesse e vantaggio in capo alla società, osservando che, in mancanza di pronunce sulla specifica materia in esame, vanno considerati i principi espressi dalla giurisprudenza in tema di reati colposi derivanti da infrazioni della normativa antinfortunistica, sulla base dei quali avrebbe dovuto escludersi la responsabilità dell'ente.
Considerando tali principi, evidenzia che la sentenza della Corte d'Appello sarebbe viziata da contraddittorietà e manifesta illogicità nella parte in cui afferma, con riferimento al superamento del valore limite fissato per lo scarico del cromo totale, che l'interesse e vantaggio ricavato dall'ente consisterebbe nei cospicui risparmi conseguenti alla mancata installazione dei filtri necessari all'impianto di depurazione, poiché tale affermazione sarebbe apodi.....

 

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