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27 febbraio 2018 (c.c. 31 gennaio 2018) n. 9047 - sentenza - Corte di Cassazione - sezione VI penale* (il canale del whistleblowing realizza un sistema che garantisce la riservatezza del segnalante nel senso che il dipendente che utilizza una casella di posta elettronica interna al fine di segnalare eventuali abusi non ha necessità di firmarsi, ma il soggetto effettua la segnalazione attraverso le proprie credenziali ed è quindi individuabile seppure protetto - secondo la formulazione originaria dell'art. 54 bis del d.lgs. 165/2001 l'anonimato del denunciante (che, in realtà, è solo riserbo sulle generalità) opera unicamente in ambito disciplinare, essendo peraltro subordinato al fatto che la contestazione sia fondata su accertamenti distinti e ulteriori rispetto alla segnalazione, giacché, ove detta contestazione si basi, in tutto o in parte, sulla segnalazione stessa, l'identità può essere rivelata ove la sua conoscenza sia assolutamente indispensabile per la difesa dell'incolpato)



REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SESTA SEZIONE PENALE

Composta da:
ANNA PETRUZZELLIS - Presidente -
ANDREA TRONCI - Rel. Consigliere -
STEFANO MOGINI
LAURA SCALIA
ALESSANDRA BASSI
ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
(...)
avverso l'ordinanza del 31/07/2017 del Tribunale della libertà di Napoli;
sentita la relazione svolta dal Consigliere Andrea Tronci;
sentito il PG, in persona del Sost. Mariella de Masellis, che ha chiesto dichiarasi l'inammissibilità del ricorso;
udito il difensore, avv. (...) , in sostituzione dell'avv. (...) per delega orale, che ha concluso per l'accoglimento del ricorso;

RITENUTO IN FATTO

1. I difensori di fiducia di (...), con un unico atto a firma congiunta, impugnano per cassazione l'ordinanza indicata in epigrafe, con cui il Tribunale di Napoli, adito ai sensi dell'art. 309 del codice di rito, ha sostituito la misura della custodia cautelare in carcere, in origine disposta dal g.i.p. del Tribunale di S. Maria Capua Vetere nei confronti del loro assistito, con quella degli arresti domiciliari (con divieto di comunicazione con persone diverse da quelle conviventi o che lo assistono), così confermando la sussistenza di un quadro di gravità indiziaria a carico del prevenuto, indagato in relazione ad una pluralità di episodi di corruzione per atto contrario ai doveri d'ufficio, truffa aggravata e falso ideologico in atti informatici, tutti incentrati sulla prassi esistente - in tesi d'accusa - in seno all'Agenzia del Territorio di (...), ove il detto (...) prestava la sua attività quale "coordinatore del servizio di ispezioni e certificazioni ipotecarie del reparto servizi di pubblicità immobiliare di (...)", per cui in detto reparto taluni dipendenti infedeli - fra i quali, appunto, il prevenuto - "effettuavano visure telematiche o manuali o di consultazioni dei volumi dell'Ufficio, intascando personalmente del denaro e consentendo agli utenti di non corrispondere i diritti dovuti" (con conseguente danno in capo alla P.A.), principalmente sulla scorta di accessi fatti figurare come eseguiti d'ufficio o "esenti", in assenza dei prescritti requisiti di legge e perciò falsamente.

2. Avverso detto provvedimento la difesa del ricorrente formula molteplici doglianze.

2.1 La prima di esse, ai sensi dell'art. 606 lett. b) ed e) cod. proc. pen., s'incentra sulla eccezione d'inutilizzabilità delle risultanze delle intercettazioni in atti, sia per aver valorizzato, in funzione dell'integrazione dei gravi indizi di reato, elementi tratti da una denuncia anonima, in spregio al dettato dell'art. 203 dello stesso codice di rito - nessun rilievo potendo avere la successiva identificazione del denunciante, come invece opinato dal Tribunale, peraltro contraddicendo l'assunto del g.i.p. - sia per insussistenza del requisito della indispensabilità delle captazioni, quale chiaramente risultante dalle indicazioni provenienti dal funzionario firmatario della comunicazione della Direzione Centrale Audit e Sicurezza dell'Agenzia delle Entrate da cui ha preso le mosse il presente procedimento, esplicito nell'indicare "la «strada maestra» degli accertamenti da effettuare", attraverso l'esame dei fascicoli presenti nel reparto servizi di pubblicità immobiliare di Santa Maria Capua Vetere e la loro comparazione con il dato informatico.

2.2 La seconda censura - sempre ex art. 606 comma 1 lett. b) ed e), "per violazione ed erronea applicazione dell'art. 125, 121, 292 c.p.p. in relazione all'art. 273 cpp anche in relazione all'art. 15, 319, 319 bis, 318, 321 e 640 c.p., mancanza e contraddittorietà della motivazione" - si articola attraverso svariati profili, in forza dei quali si deduce:
l'assenza di autonoma valutazione della richiesta di applicazione della misura cautelare da parte del g.i.p., come pure di delibazione, ad opera del Tribunale distrettuale, dei "molteplici rilievi (posti) nella memoria difensiva prodotta";
l'erroneità della qualificazione giuridica dei fatti oggetto dei capi d'imputazione provvisoria da 1) a 5), da inquadrarsi non già nel paradigma della corruzione per atto contrario ai doveri d'ufficio, essendo "al più astrattamente ascrivibili all'ipotesi di truffa ovvero di cui all'art. 318 c.p.", laddove sia il provvedimento genetico che l'ordinanza impugnata hanno malamente affrontato e risolto detto problematica, avendo "imperniato l'accertamento della fattispecie su un segmento della condotta (uso del canale 'ufficio' o 'esente') che rappresenta invece il mezzo attraverso cui il funzionario compiva l'atto del suo ufficio (che è il rilascio della certificazione)", così asseritamente incorrendo nell'errata individuazione dell'oggetto della condotta, che "irrimediabilmente vizia l'intero percorso ricostruttivo". Tanto restando fermo che la gravità indiziaria dei fatti in questione "si fonda essenzialmente sulle sole intercettazioni", di cui il ricorrente richiama la già dedotta inutilizzab.....

 

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