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LA RESPONSABILITÀ AMMINISTRATIVA DELLE SOCIETÀ E DEGLI ENTI

La responsabilità da reato degli enti per i crimini ambientali tra contraddizioni legislative e normazione di categoria

L'introduzione dei delitti ambientali nell'art. 25 undecies, d.lgs. 231/2001 ha rappresentato l'approdo di una evoluzione legislativa che con ritardo ha riconosciuto nella criminalità ambientale una possibile fonte di responsabilità non solo delle persone fisiche, ma anche delle persone giuridiche. Tale disciplina, nell'apprezzabile intento di colpire il soggetto economico nel cui interesse o vantaggio le aggressioni ad un bene giuridico collettivo come l'ambiente siano state commesse, si caratterizza tuttavia per alcune contraddizioni e lacune nelle scelte di tutela che rendono il sistema di repressione penale e para-penale complessivamente inefficace. Ciò è evidente, in particolar modo, nel caso della responsabilità da reato ambientale delle persone giuridiche. Infatti, anche qualora vogliano predisporre Modelli di organizzazione, gestione e controllo adeguati ad ottimizzare i processi aziendali interni e a prevenire il proprio coinvolgimento in sede penale, le società – diversamente da quanto accade in materia di sicurezza sul lavoro – si trovano sprovviste di parametri operativi la cui validità ed astratta efficacia siano riconosciute dal legislatore. In tal senso, un riferimento molto utile divengono le linee guida redatte dalle associazioni di categoria, come – per quel che riguarda la materia ambientale – quelle redatte da FISE-Assoambiente. Le stesse, aggiornate nel 2020 e validate dal Ministero della Giustizia ai sensi dell'art. 6, comma 3, d.lgs. 231/2001, contengono le indicazioni tecniche per individuare e gestire i rischi specifici connessi all'attività imprenditoriale nel settore ambientale, e possono costituire un utile strumento per consentire anche al giudice di valutare l'idoneità dei Modelli organizzativi a prevenire i reati contro l'ambiente.

di Stefano Sarno

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