Rivista 231 Rivista 231
     HOME     CHI SIAMO     COLLABORATORI     AVVISI/BANDI 231    SHOPPING 231      COME ABBONARSI
Username: Password:
Mer, 23 Set 2020
LE RUBRICHE


GLI INTERVENTI
ANNO 2020
ANNO 2019
ANNO 2018
ANNO 2017
ANNO 2016
ANNO 2015
ANNO 2014
ANNO 2013
ANNO 2012
ANNO 2011
ANNO 2010
ANNO 2009
ANNO 2008
ANNO 2007
ANNO 2006
ANNO 2005


LE NOTIZIE


LA RESPONSABILITÀ AMMINISTRATIVA DELLE SOCIETÀ E DEGLI ENTI

La sentenza della Corte di Cassazione n. 34406 del 21 settembre 2011, ovvero una pronuncia che interviene sul problema del reato di associazione a delinquere, ora ricompreso nel catalogo delle fattispecie presupposto

La Suprema Corte, sezione VI, con la decisione in commento viene chiamata a risolvere la questione sollevata dal ricorso della Procura generale di Catanzaro avverso una sentenza di non luogo a procedere ex art. 425 c.p.p. Il provvedimento, poi cassato, del giudice dell'udienza preliminare calabrese assolveva alcuni imprenditori ed esponenti pubblici dal reato di associazione a delinquere finalizzato a commettere una serie di illeciti contro la Pubblica Amministrazione. Più nello specifico, l'asserita organizzazione criminale si adoperava per far ottenere a due società di lavoro interinale l'esecuzione di commesse e servizi.

Il presupposto da cui parte la disamina del Gup è che l'associazione a delinquere del tipo di quella descritta nel capo di imputazione non può prescindere dalla compartecipazione necessaria del pubblico funzionario. Nel caso di specie, la tesi proposta dal giudice è “nel senso di escludere l'associazione tra gli imputati-soggetti pubblici, non essendo emersi elementi di prova circa l'esistenza di accordi fra di loro finalizzati alla realizzazione di un comune programma delittuoso”.Le condotte illecite sono state sì poste in essere anche con l'accordo di pubblici funzionari, ma “in virtù di singole intese raggiunte attraverso determinazioni assunte con gli imprenditori privati”. Quindi, i singoli illeciti finalizzati a “fare incetta di bandi pubblici” si sarebbero consumati (esclusivamente) “su base concorsuale, con intese che cessavano dopo la perpetrazione dell'illecito”.

Ritiene invece la Suprema Corte che l'apporto del pubblico ufficiale, “non intraneo all'organizzazione criminosa”, costituisca “una variabile indipendente rispetto alla configurabilità di un'associazione a delinquere, costituita da privati” che si prefigge lo scopo illecito di commettere i delitti previsti dal titolo II del codice penale. Le fonti di prova agli atti, infatti, non consentono di escludere, come viceversa ritenuto “frettolosamente” dal Gup, l'esistenza del nucleo associativo “costituito dalla componente privata, a cui avrebbero però aderito i soggetti che ricoprivano incarichi pubblici, senza che tra questi ultimi esistesse alcuna forma di vincolo”.

La Suprema Corte afferma infine come sia del tutto “lecito” ipotizzare la contestazione per associazione a delinquere in capo agli amministratori e, contestualmente, coinvolgere le società di loro appartenenza ai sensi del Decreto, sul presupposto che le condotte illecite delle persone fisiche hanno prodotto un beneficio per gli enti.



Avv. Massimo Montesano, Avvocato in Milano

di Massimo Montesano

[visualizza l'articolo completo]

LE RIVISTE

L'ULTIMO NUMERO

TUTTI I NUMERI

RICERCA ARTICOLI

E' possibile filtrare l'elenco degli articoli compilando i campi sottostanti.

Ricerca per ANNO:

Ricerca per AUTORE:

Ricerca per SEZIONE:

Ricerca per TESTO:


INDICE ANALITICO

LE RACCOLTE 231