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LA RESPONSABILITÀ AMMINISTRATIVA DELLE SOCIETÀ E DEGLI ENTI

La responsabilità da reato degli enti tra imputazione oggettiva e principio di personalità. (Commento a Cass. pen., sez. VI, 18.2. - 16.7.2010, n. 27735)

La sesta sezione della Corte di Cassazione, chiamata a valutare la legittimità costituzionale dell'art. 5 del D.Lgs. 231/01 (censurato per asserito contrasto con gli artt. 3, 24 e 27 della Costituzione), con la sentenza n. 27735 del 2010 ha ritenuto la manifesta infondatezza delle questioni sollevate, affermando, in particolare, che l'ente non è chiamato a rispondere di un fatto altrui, bensì proprio, atteso che il reato commesso nel suo interesse o suo vantaggio da soggetti inseriti nella compagine della persona giuridica, deve considerarsi tale in forza del rapporto di immedesimazione organica che lega i primi alla seconda.

Peraltro, la responsabilità dell'ente per i reati commessi nel suo interesse o a suo vantaggio non integra una forma di responsabilità oggettiva, essendo prevista necessariamente, per la sua configurabilità, la sussistenza della cosiddetta «colpa di organizzazione» della persona giuridica.

Il D.Lgs. 231/01, infatti, non ha accolto il principio dell'automatica derivazione della responsabilità dell'ente dal fatto illecito del suo amministratore (al contrario accolto, ad esempio, dall'ordinamento francese, ove vige la responsabilità riflessa, c.d. Par ricochet).

Ne consegue l'esclusione, come possibile fonte di responsabilità a carico dell'ente, dei reati posti in essere dai predetti soggetti «nell'interesse esclusivo proprio o di terzi» (art. 5, comma 2), ovvero con condotte del tutto estranee alla politica di impresa.

Inoltre, il pubblico ministero è pur sempre gravato dall'onere di dimostrare la commissione del reato da parte di un soggetto che rivesta una delle qualità indicate dall'art. 5 cit., nonché la carente regolamentazione interna dell'ente.

di Sergio Beltrani

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