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Reati tributari e riciclaggio: spunti di riflessione alla luce del decreto sullo scudo fiscale

A seguito della riforma del 1993, che ha individuato in qualsiasi delitto non colposo il presupposto del reato di riciclaggio, ci si è chiesti se i delitti tributari siano compatibili con il reato di cui all'art. 648-bis. Alcuni autori, soprattutto dei primi anni novanta, hanno escluso che tali delitti possano integrare il reato presupposto richiesto dall'art. 648 bis c.p., sia nel caso in cui il nucleo della condotta tipica sia costituito esclusivamente da una dichiarazione, sia nel caso della frode fiscale. Una delle difficoltà poste alla configurazione del riciclaggio da delitto fiscale è stata individuata nella circostanza che il secondo, di regola, non produce un arricchimento patrimoniale, ma bensì una mancata deminutio patrimoni corrispondente all'imposta evasa, sì che mancherebbe il requisito della identificabilità dell'oggetto materiale del reato di cui all'art. 648 bis.

Di differente avviso è invece un'ulteriore tesi, elaborata successivamente ed oggi prevalente, secondo la quale a seguito della ridefinizione della struttura del reato di riciclaggio, i delitti in materia tributaria ne possono costituire il presupposto. A sostegno di tale interpretazione, si pone infatti l'art. 1 lett. e) della Convenzione di Strasburgo sul riciclaggio, secondo la quale reato principale significa “qualsiasi reato in conseguenza del quale si formano proventi che possono diventare oggetto di uno dei reati definiti all'art. 6 della Convenzione”.

La forma di volontà colpevole richiesta dall'art. 648 bis è il dolo generico, pertanto, ove il presupposto sia un reato tributario che richieda soglie di punibilità, sarà sufficiente da parte dell'autore delle condotte tipiche del reato di riciclaggio, l'accettazione del rischio del superamento delle soglie perché sia sussistente la forma di volontà colpevole richiesta dall'art. 648 bis.

di Paolo Ielo

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